L’arte degli Acquaroli e l’arte dei Pozzeri

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Pozzo di Campo dei Gesuiti - Sestiere di Cannaregio

L’arte degli Acquaroli e l’arte dei Pozzeri

Acquaroli

La corporazione degli acquaroli, detti anche burceri da acqua, aveva il compito di trasportare a Venezia l’acqua potabile per mezzo di burchi, grandi barche a fondo piatto. Una volta arrivati in città, gli acquaroli versavano il prezioso liquido nei pozzi pubblici e privati o la fornivano all’ingrosso alle altre arti cittadine (tentori, laneri, lavanderi, osti, verieri da Muràn, etc).

Gli acquaroli si costituirono in arte nel 1471 ma tale corporazione affonda le sue origini a un periodo certamente più antico. Il loro ruolo divenne indispensabile allorquando la città divenne nel Rinascimento una fra le più popolose d’Europa e il sistema di raccolta dell’acqua piovana con le cisterne non era più sufficiente a soddisfare le domande di una popolazione in continua crescita.

I burchi condotti dagli acquaroli venivano chiamati anche scoazzere, perché alternavano il trasporto dell’acqua al servizio di smaltimento di rifiuti solidi urbani; per la stessa ragione l’acqua non veniva tenuta alla rinfusa ma caricata in appositi tini. E per raccoglierla si usavano secchi e mastelli. L’acqua era travasata nei pozzi tramite un canaletto di legno, facendola scorrere fino alla base del pozzo, ove si immetteva, filtrando attraverso le pilelle (tombini) e i cassoni di sabbia.

Agli acquaroli erano affidati anche compiti di vigilanza, per evitare che l’acqua dei pozzi pubblici venisse presa abusivamente, soprattutto dalle manifatture artigiane.

L’acqua trasportata a Venezia veniva principalmente dalle gorne della Seriola veneta, una canaletta di medie dimensioni che partiva dall’apposita apertura praticata sull’argine destro del fiume Brenta, nei pressi di Dolo, e arrivava ai Moranzani.

Pozzeri

Costruire una cisterna era un lavoro lungo, difficile e costoso, anche se il suo funzionamento è cosa relativamente semplice. Alla loro costruzione, vale a dire della canna e del bacino di dotazione, ed erano costituiti da pochissime persone formanti un sottogruppo (colonello) dell’arte dei mureri (muratori).

Di seguito sono descritte le principali fasi costruttive; si usava scavare una buca profonda circa 3,5 metri, di dimensioni variabili secondo l’area disponibile; la buca veniva poi foderata con argilla impermeabilizzante e al suo centro si collocava una spessa lastra rotonda di pietra, su cui poggiava la canna circolare della cisterna, costruita con mattoni speciali, a settore di corona circolare, detti pozzali; a livello della pavimentazione (piano di calpestio), la canna era coronata dalla vera da pozzo, in pietra d’Istria di solito, o in altra pietra, ma anche in laterizio, usando gli stessi pozzali; la buca veniva quindi riempita di sabbia, con funzione di filtro, prendendo il nome di spongia; nella parte superiore veniva costruita una specie di galleria in mattoni, detta cassone, dove si raccoglieva la maggior quantità di acqua piovana, per mezzo delle cosiddette pilelle (lastre di pietra forata da più buchi, collocate ai quattro angoli della pavimentazione attorno alla cisterna, in mattoni o pietra, e in origine anche in terra battuta), da cui l’acqua piovana scendeva a riempire il cassone; da questo, l’acqua penetrava lentamente nel filtro, attraverso i giunti in malta magra (malta con poca calce) dei corsi della muratura, depurandosi da possibili impurità. (1)

(1) Gianighian Pavanini in Atlante della Laguna atlante.silvenezia.it/it/

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: pozzo e pilelle in Campo Sant’Angelo, pozzo di Corte Contarina, pozzo di Campo de la Madalena, pozzo di Campo dei Gesuiti, pozzo e pilelle in Campo Sant’Angelo, carrucola del pozzo di Campo San Tomà, pozzo di Campo San Marziale, pozzo di Corte Barzizza.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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