“Loda e sarai lodato”, il credo di sier Lunardo Emo

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Palazzo Barozzi Emo Treves de Bonfil a San Moisè

“Loda e sarai lodato”, il credo di sier Lunardo Emo

La vecchia sentenza era stata messa in pratica dal patrizio Lunardo Emo della contrada di San Moisè e si era trovato bene, poiché senza essere di molto ingegno e con una mediocre cultura aveva occupato molti lucrosi e importanti posti della Repubblica.

Loda e sarai lodato” era il credo della sua vita e non risparmiava occasione di lodare tutti, patrizi e cittadini, convinto che da quel continuo incensamento gli sarebbe venuto sempre un qualche vantaggio e di certo non s’ingannava, perché favore vuole favore.

Il 12 aprile 1524 si era riunito il Senato dove si discuteva, prima che venisse la Signoria, dell’incendio avvenuto nella notte “in una casa di chà Canal a san Polo dove si feva zuchari et la causa fo per uno fuogo facto sotto le caldiere grande qual impià (abbruciò) la travatura“. Nella casa in fiamme stava a letto ammalato sier Zuane Canal, “infermo di le gambe, qual si havia uliato la mattina da pre’ Jacopo di la chiesa di san Polo” e salvato a stento dagli arsenalotti accorsi, dopo un’ora era morto forse dallo spavento. Il defunto, molto conosciuto perché era stato senatore, Savio di Terraferma e capo dei Dieci, aveva in Senato, per la sua onestà riscosso numerose simpatie e tutti ne parlavano con dolore e con vivo rimpianto.

In mezzo al mormorio senatoriale entrò la Signoria e con la Signoria anche sier Lunardo Emo che avendo terminate le sue funzioni di “podestà di Padova et provedador in campo” si presentava, come era consuetudine, al Senato per rendere conto delle sue missioni. I Senatori erano alquanto disattenti e parecchi tra loro conoscevano molto bene sier Lunardo e sapevano quali erano i suoi discorsi, lodarsi e lodare ma più specialmente, tattica felice, lodare gli altri perché alla loro volta contraccambiassero con lo stesso favore.

Cominciò difatti dalla sua carica di podestà di Padova e narrò che trovati parecchi debiti dei cittadini per tasse non pagate, pretese il denaro e con quello fece restaurare la podestaria e rifabbricare la loggia; tolse molti abusi nel Monte di Pietà ed elesse tre signori padovani Antonio Capodivacca, Iacopo dell’Orologio e Stefano Capodilista quali direttori e consiglieri “siché adesso quel monte e ben governado“.

Tessè grandi elogi di vari cittadini “et laudò sier Francesco Donà capitanio suo colega, e sier Piero Marzelo stato podestà suo precessor“. Nella via degli elogi sier Lunardo non ebbe ritegno e, lasciata Padova, disse poche parole sulla sua carica di provveditore in campo, ma le lodi che sciorinò dinanzi al Senato sembravano tante litanie “et laudò sier Piero Tron podestà de Verona e sier Marco Orio capitanio, laudò sier Antonio Sanudo podestà de Bressa et Lorenzo Bragadin capitanio, laudò sier Zirolamo Barbarigo podestà de Bergamo et sier Alvise Brabaro capitanio“.

E non contento di lodare podestà e capitani delle città soggette alla Repubblica cominciò a lodare i condottieri “et laudò con gran parole il duca de Urbino condutiero nostro, el marchese de Pescar, domino Antanio Castello et altri capi” e raccontando di una sua malattia, che alcuni malevoli dicevano non esser mai esistita, “laudò un medico de Pavia, nominato maistro Zorzi Panfido, qual voria venir alozar a Padoa et lo racomandò“.

I senatori non ne potevano più, da quasi due ore sier Lunardo parlava e per la sala si cominciava a tossire, a sbadigliare, a mormorare, ma egli continuò ancora imperterrito nella sua esposizione laudatrice.

Alla fine cessò e fu in tutti un sospiro di sollievo. Egli sedette, ma subito “si levò suso et disse haversi dimenticato di laudar sier Piero Contarini il qual’è uno honesto homo et merita gran laude“. Una voce si alzò per la vasta sala: “Da do zorni è in preson per ladro!” e uno dei più giovani senatori, sier Marco Venier, gridò: “Bravo sier Lunardo!” ma il Serenissimo Andrea Gritti si alzò imponendo silenzio e rivoltosi a sier Emo severamente gli disse: “Havè tropo laudà et il tropo strupia, ricordelo da bon!“.

Quella seduta fu per alcuni giorni il tema favorito dei patrizi, ma sier Lunardo Emo non si corresse e fin che visse continuò a lodare e quando morì fu esaltato come un grand’uomo da quelli che egli in vita aveva maggiormente lodati. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 26 aprile 1931

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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