“Missier grando” Marco Dolce, un capitano di giustizia

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Paolo Cagliari detto il Veronese. Il Doge Andrea Contarini ritorna vittorioso dalla battaglia di Chioggia. Palazzo Ducale (foto dalla rete)

“Missier grando” Marco Dolce, un capitano di giustizia

Era nato a Bergamo, aveva dei beni in Friuli ma perseguendo un suo vecchio ideale era venuto a Venezia, la grande allettatrice di quel glorioso Cinquecento, e nel 1574 abitava nella contrada di San Cassian, in Calle del Campaniel dietro la chiesa, “et era capitano dele barche dil Consejo di Diese detto comunemente Capitan da justitia“.

Si chiamava Marco Dolce e con l’attività, l’ingegno e il grande amore per San Marco aveva raggiunto il grado di “Missier grando“, una specia di questore dei nostri giorni, il capo del potere esecutivo, rispettato ed obbedito dal popolo veneziano che vedeva in lui il rappresentante e l’esecutore degli ordini del supremo Consiglio. Portava sempre il costume tradizionale della sua carica: berretto nero e calzoni neri, sopravveste di colore paonazzo e una lunga spada al fianco a forma di scimitarra; sul giubetto aveva ricamato in oro il leone di San Marco, sul berretto la sigla in argento del temuto Tribunale dal quale dipendeva.

Il magnifica messer Marco, aveva il titolo di magnifico, era severo ma buono, scrupoloso nel suo dovere e spesso buon consigliere, amico di patrizi e cittadini fra cui Giovanni Contarini della contrada di San Moisè, uno dei buoni pittori cinquecentisti, e l’origine di tale amicizia è narrata dal Ridolfi nelle sue “Meraviglie dell’arte ovvero le vite degli illustri pittori veneti“.

Il Contarini, di famiglia cittadinesca veneziana, fu alla corte dell’imperatore Rodolfo II che lo nominò cavaliere, passò poi a quella d’Innsbruch dove per questione di donne dovette ritornare in patria “e presa casa a San Moisè continuò a dipingere vestendo sempre l’abito corto con ispada al fianco, cappello pieno di piume e collanna d’oro al collo donatagli dall’imperatore. Si incontrò una volta con Marco Dolce, grande capitano di giustizia, che volle intendere con quale autorità portasse le armi, a cui Giovanni rispose che era cavaliere e di Casa Contarini. Ma, a persuasione del Dolce, si dispose poi a cangiar abito e vistire la toga veneta, e divenutogli amico, fece il di lui ritratto in piedi così naturale, che portandolo a casa, vi corsero incontro i cani ed i gatti, facendogli festa, credendolo il vero loro padrone“.

Lasciando il Ridolfi la responsabilità di questa sua esagerata affermazione, sappiamo che il Dolce fu anche amiccissimo di Paolo Veronese il quale volle ritrarlo nel suo celebre dipinto “Il doge Andrea Contarini torna vittorioso in città dopo aver vinto a Chioggia l’armata dei Genovesi” che si ammira tra le due finestre della parete centrale della sala del Maggior Consiglio.

Dolce avea nome e dolce era di fatto” così scriveva Veronica Franco che lo aveva conosciuto giovane qualche anno dopo la sua venuta a Venezia, e che sebbene molto più anziana di lui, egli aveva con fortuna corteggiata ed amata.

Marco Dolce morì a sessantatre anni, il 2 febbraio 1604, e fu sepolto nella chiesa di San Geminiano “vestito con habito da cappuccino“: lo accompagnarono al sepolcro “i Mansionari, i Gesuati numero quattordici con torzi, la scuola de Marinari di san Nicolò et il Capitolo della chiesa“.

La bara era preceduta dai sei Capitani del Consiglio dei Dieci ai quali il defunto aveva con suo testamento regalata una grossa torcia per l’accompagnamento, la la Chiesa di San Geminaino si oppose a quel regalo dichiarando che tutte le cere del funerale appartenevano “de jure” alla chiesa. La querela non ebbe seguito poichè i sei capitani lasciarono le torce accese sulla tomba del loro capo fino a consumazione.

Sulla morte di Marco Dolce, dal solito poeta anonimo venne scritto e divulgato il seguente epigramma: “Qui giace Marco Dolce, zaffo accorto. / Lettor, s’hai qualche fallo, scappa via / Che non fingesse per farti la spia, / Questo furbo guidone d’esser morto“.

Povero Dolce, forse senza rancore sorrideva anch’egli nella sua tomba!. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 28 marzo 1930

FOTO: dalla rete. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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