La verità sulla caduta di Scutari nel 1479, e la punizione del provveditore Antonio da Lezze

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Maometto II osserva l'assedio di Scutari. Bassorilievo sulla facciata della Scuola di Santa Maria e San Gallo degli Albanesi a San Maurizio

La verità sulla caduta di Scutari nel 1479, e la punizione del provveditore Antonio da Lezze

Con il trattato di pace del 25 gennaio 1479 combinato tra la Repubblica e Maometto II, Scutari, forte città albanese appartenente a San Marco (*) veniva ceduta alla Turchia. 

L’assedio turco di quella eroica città era durato undici mesi e se il provveditore sier Antonio da Lezze non avesse scritto alla Signoria che Scutari mancava assolutamente di viveri e di munizioni, la città piuttosto che arrendersi avrebbe subito la distruzione. Il Senato specialmente per le notizie ricevute dal provveditore, aveva sollecitata la pace, ormai convinto che gli stati d’Italia in guerra tra loro non avrebbero dati soccorsi contro il Turco sebbene questi minacciasse la parte meridionale della penisola con la sua flotta e le terre del Friuli con le sue truppe.

Ceduta Scutari, circa seicento abitanti, non tollerando l’occupazione ottomana, emigrarono a Venezia condotti da sier Antonio da Lezze e vennero accolti benevolmente dalla Signoria per il valore e per l’affezione sempre dimostrata al governo di San Marco. Furono subito ospitati in alcuni stabili tra la Riva degli Schiavoni e il campo di San Filippo e Giacomo, nelle contrade della Bragora e di San Giacomo da l’Orio e furono dati aiuti di denaro ai più poveri tra essi.

Anche Antonio da Lezze fu ricompensato “et a primo di avril 1479 è sta fato cavalier per le so bone operazion fate a Scutari” e nel suo palazzo a San Samuele sul Canal Grande il patrizio dette una grande festa alla quale intervennero quasi tutti i cavalieri di San Marco per onorare il nuovo collega.

Il 25 aprile sier Antonio, superbo della sua “stola d’oro“, passeggiando per il Molo con alcuni patrizi incontrò un gruppo di cittadini di Scutari e, osservando che coloro lo avevano guardato senza alcun cenno di saluto, li affrontò dicendo: “No me conosseu?“. Uno di loro rispose: “Si da ben, è colpa vostra se havemo perso la terra!“. Furente per quella risposta sier Antonio rivolto ai compagni patrizi proruppe: “Son zente de mala volontà et de mala fede!“.

La scena disgustosa veniva subito riferita in Consiglio dei Dieci che fece chiamare gli scutarini accusatori, i quali, racconta il Malipiero nei suoi Annali, “se ha giustizia, et ha fato constar che i ha perso la so terra et i so beni, perché lu scriveva a la Signoria che la terra se poteva mantenir niente de manco i ha prova che ghe era ancora munizion et vituarie per quattro mesi“. Fu grande la sorpesa del Consiglio nell’udire l’accusa e ne fu subito informato il doge Andrea Vendramin, mentre veniva ordinato l’arresto del colpevole avvenuto nella sera stessa.

Sier Antonio da Lezze rinchiuso “in camera dell’Armamento” venne solo dopo due giorni chiamato dinanzi al Consiglio e gli furono lette le accuse, ma il patrizio vivamente negò ogni cosa. I testimoni smentirono le sue negazioni e allora posto alla tortura confessò tutto aggiungendo “che no per paura haveva scritto cussi, ma per risparmio de tante vite cristiane perché davanti al gran numero de li infedeli la terra era za condanada“. Gli si rispose severamente. “Cussi no ha da pensar un proveditor vinitian!“.

Il 2 maggio 1479 a Rialto e a San Marco appariva la sentenza contro sier Antonio da Lezze: “confinà un anno ne le preson del Palazo et po diese anni in Cao d’Istria et privà in perpetuo de consegi e da tutti li impegni di la Serenissima“. Ma il Consiglio non si fermò alla sola sentenza contro il da Lezze e per darle maggior significato il 6 maggio “è stà preso de dar a quei de Scutari in premio di valore mostrato, la terra de Gradisca in Friuli su l’Isonzo et de divider el territorio in centocinquanta parti de lori“. (1)

(*) nel 1396 Venezia aveva assoggettato con il denaro Scutari (la città, il castello e il territorio con il lago) e tutto il corso della Boiana fino al mare.

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 21 settembre 1928

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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