I ridotti e i casini dei veneziani

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Gabriele Bella. Il Ridotto. Pinacoteca Querini Stampalia (foto dalla rete)

I ridotti e i casini dei veneziani

I ridotti e casini erano piccole case, o stanze, ove si passavano col gioco, o con qualche altro divertimento, specialmente le ore della notte. Fino dal secolo XVI vi succedevano parecchi disordini, sicchè, tanto in questo, quanto nei secoli seguenti, varie leggi si emanarono per regolare l’abuso.

Il Ridotto più celebre fu quello che si aprì nel 1638, a San Moisè nell’antico palazzo Dandolo, ove si scorgevano lunghe file di tavoli, innanzi a ciascuno dei quali, sedeva un gentiluomo, in vesta d’uffizio, con mucchi di zecchini e ducati, pronto a tenere il banco con qualunque persona si fosse presentata, purchè anch’essa uscisse dal ceto patrizio, oppure portasse la maschera. Si introdusse questo costume per evitare gli alterchi, le violenze, e le soperchierie, senza considerare però quanto ne scapitasse il decoro, tanto più che, se alcuni nobili avevano la proprietà dei danari ammucchiati sui tavoli, molti non erano altro che ministri di qualche usuraio, da cui riscuotevano una mercede per l’opera prestata.

Era al Ridotto che il Faraone, la Bassetta, e consimili giochi, sciupavano gli interi patrimoni, non arrossendo alcuni, dopo aver perduto l’ultimo ducato, di giocare l’orologio, gli anelli, i ciondoli, la tabacchiera, e quanto di prezioso recavano indosso. Tutto ciò si faceva nel massimo silenzio, e col massimo sangue freddo si scorgevano enormi somme passare dall’una all’altra saccoccia. In mezzo alla folla non mancavano i bari, ed i segnatori di carte, quali si scoprirono nel secolo trascorso il conte Alessandro Lombardo da Verona, il conte G. Battista Colussis Friulano, un Giacomo dalle Lanze Piemontese, un Giuseppe Segala, un prete Francesco dalla Poma, ed altri, che, per tale delitto, vennero capitalmente banditi.

Quanti forestieri di conto arrivavano a Venezia, tutti accorrevano al Ridotto, ove pur anche volle intervenire nel 1708 Federico IV re di Danimarca, mascherato in bauta. È fama che questo monarca, postosi a giocare con uno dei nostri gentiluomini, gli guadagnasse oro non poco, ma poscia, sdegnoso di riscuoterlo, gettasse a terra, alzandosi d’improvviso e fingendo di sdrucciolare, il tavolo con le monete, e s’involasse dalla sala.

Oltre che al gioco, il Ridotto si prestava ai liberi amori, alle infedeltà coniugali, ed a qualunque genere di tripudio disonesto. Dice una legge del Consiglio dei X, in data 27 agosto 1703, che in questi recinti spalancandosi un ampio teatro al vizio con la detestabile mescolanza di patrizi e forestieri, di graduati e plebei, di donne oneste e pubbliche meretrici, di carte, di armi, di giorno e di notte, si confonde qualunque ordine, si consuma ogni stato di fortune, si corrompono i costumi, si dà motivo di querele ai cittadini morigerati, mal esempio alla gioventù e scandalo agli esteri ecc. ecc . Per sì deplorabili eccessi, il Ridotto andò chiuso, in virtù dell’altra legge del Consiglio dei X, 27 novembre 1774. Allora più feroce che mai annidossi il gioco nei casini, che stavano aperti fino all’ora di terza ad una gran mescolanza d’uomini e donne.

Alla caduta della Repubblica, si contavano in Venezia ben cento e trentasei di questi ritrovi, ma non in tutti davasi nell’estremo del vizio, anzi taluni si potevano chiamare morigerati, e dignitosi, come quelli dei Filarmonici, dei Diplomatici, delle Dame, delle Prudenti, degli Orfei, degli Ardenti, dei Mercanti, dei Concordi, dei Ritirati, dei Pacifici, degli Orsi, degli Asini, e delle Rive. Tra i casini ve ne erano pei soli nobili, altri per i soli secretari, altri pel solo popolo, non mancandone nemmeno gli artigiani, le cameriere, ed i cuochi.

I casini del popolo stavano, per lo più, nelle parti lontane, perchè vi potesse essere l’orto da esercitarsi alle palle. Nei casini, oltre le partite di gioco, si davano feste di ballo, accademie musicali, giochi di destrezza, improvvisamenti di poesie, e, dopo la mezzanotte dei sabati, cene sontuose, sotto la moderata proposta di mangiar le frittelle.

Ne esistevano anche di privati, specialmente a comodo del patriziato, che abitava in contrade fuori del centro, e che si compiaceva d’avere a San .Marco un luogo di convegno. Talora il marito ne aveva uno, e la moglie un altro per poter accogliere liberamente le proprie conoscenze. Gli Inquisitori di Stato dovettero però occuparsene per gli abusi che colà germogliavano. Vediamo quindi che il 16 aprile 1747 fecero sfornire e chiudere il casino alla Giudecca di proprietà della N.D. Caterina Sagredo Barbarigo, e l’11 novembre 1751 l’altro casino al Ponte dei Ferali della N.D. Marina Sagredo Pisani. Vi erano poi dei casini enormemente dissoluti, forniti d’eleganti lettucci, di lucidi specchi, di ricche lumiere, di marmoree vasche da bagno di quadri e stampati lascivi. Colà, a tutto agio, si voleva assaporare la voluttà lungi dagli occhi dei profani, talchè la cena stessa veniva sporta sopra un desco, che si faceva uscire dal muro d’una stanza contigua, e che, riempiendo il vano, impediva ai servi di vedere quanto si operava nell’interno. (1)

(1) Giuseppe Tassini. Feste, spettacoli, divertimenti e piaceri degli antichi veneziani. Venezia. Stabilimento Tipografico Fontana. 1891

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