La Corporazione degli orefici

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Ruga dei Oresi. Sestiere di San Polo

La Corporazione degli orefici

Gli orefici formavano sotto la Repubblica Veneta una corporazione, i cui statuti anteriori al 1262, vennero rinnovati nel 1382 e nel 1434. La confraternita, posta sotto il patrocinio di Sant’Antonio Abate raggiunse il suo massimo splendore nel 1560, e fu appunto in quel tempo che gli orefici edificarono un altare nella chiesa di San Giacomo di Rialto, decorandolo il Girolamo Campagna di una bella statua in bronzo del santo protettore.

Il diritto di sepoltura dei confratelli accanto all’altare fu loro accordato dalla Serenissima con decreto del 9 aprile 1601 a patto però che ogni anno, nel giorno di Santo Stefano, fossero dalla corporazione regalate al doge due pernici. Strano ma efficace sistema, che in ogni occasione cercava di legare il cittadino al principe, l’obbedienza al comando, in uno scambio reciproco di concessioni e di cortesie.

Nel 1693 vi erano i legatori di gioie alla veneziana e alla francese; i lavoratori della catenella veneziana detta intrigosa, l’attuale manin; quelli dell’argento alla grossa, come coppe e bacini; gli altri più fini per calici ed arredi sacri; i dipintori a smalto e gli intagliatori a bulino.

Le cronache veneziane ricordano qualche orese da falso che per cupidigia vendeva ori, argenti e diamanti falsi per buoni, oppure “de malo argento et oro bubtus legam” per oggetti di ottima lega. Una sentenza in data 8 gennaio 1341 è compendiata nel codice 2674 del Cicogna e dice nella sua traduzione letterale: “Leonardo Rosso, orefice, per fare cinture ed altre argenterie di cattivo argento, fu condotto con al collo legate le cinture, da San Marco e Rialto, preceduto da un namditore che gridava la colpa commessa e fu condannato ad un anno di carcere e non potè più fare l’orefice“.

Nel 1594 sier Bartolomeo, orese in contrà de Santa Malgarita, fu condannato al taglio della mano per aver venduto per buone “de quelle piere che nasceno sul milanese et conze acconciate a muodo de rubin pareno rubin et non sono“.

La Serenissima, gelosa del decoro e della fama illibata dei suoi commerci, decretava il 28 aprile 1478 una legge che appunto infliggeva ai falsificatori la pena del taglio della mano diritta, oltre l’esilio. Le gioie, gli ori, gli argenti riconosciuti falsi dovevano esser portati a Rialto dove i Consoli sopra Mercanti procedevano alla loro distruzione, restituendo ai proprietari, nel caso di gioie, l’oro e l’argento delle legature. Da questa legge erano escluse le gemme ed i metalli che ornavano i paramenti sacri. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 10 ottobre 1923

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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