Corte de la Scala Mata, in Ghetto Vecchio

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Corte de la Scala Mata. Ghetto Vecchio. Sestiere di Cannaregio

Corte de la Scala Mata, in Ghetto Vecchio

Hugo Pratt nell’Eredità di mia nonna, un breve racconto riportato nella Favola di Venezia Sirat al Bunduqiyyah (Editoriale l’Espresso 2006), narra che quando aveva quattro o cinque anni andava con sua nonna a visitare una sua amica, la signora Bora Levi, che abitava in una vecchia casa in Ghetto. A questa casa si accedeva salendo un’antica scala di legno esterna chiamata “scala matta” oppure “scala delle pantegane“, o ancora “scala turca“. Questo racconto, incantato e magico, è di quelli che fanno fantasticare, a tal punto che molti, dal quel racconto, associarono la scala dove abitava la signora Levi alla Corte de la Scala Mata (matta), immaginando che in questa corte, una volta, ci fosse stata una scala esterna di legno che portava alle molte abitazioni di una casa torre.

Di scale che portano agli appartamenti delle case torri in Ghetto, in particolare in quello Vecchio, ce ne sono diverse, ma sono tutte interne. Elena Bassi nel saggio Episodi dell’Architettura veneta nell’opera di Antonio Gaspari in Saggi e Memorie di storia dell’arte (vol III 1963) racconta di una scala, come quelle che si trovano nei campanili, a sette piani, con uno spazio vuoto al centro, che si trovava poco dopo l’imbocco della Calle del Gheto Vechio (civico 1124). Queste scale erano senza gradini, fatte con dei tavolati, e giravano sui quattro lati del vano scale, dopo ogni rampa avevano dei pianerottoli che davano accesso ai singoli appartamenti. Una seconda scala a campanile si trovava in prossimità dell’attuale Corte de la Scala Mata, tale scala scomparve nel 1956 a causa di un’utilizzazione intensiva dello spazio, che la ridusse ad una scala tradizionale. 

La messa in relazione della “scala matta” di Hugo Pratt con la Corte de la Scala Mata, va quindi oltre l’immaginazione e la fantasia del bravo disegnatore, se neppure Giuseppe Tassini, il più noto studioso della toponomastica veneziana, nel suo libro Curiosità Veneziane, riesce a darci una spiegazione del toponimo e a proposito di questa corte scrive: “confessiamo d’ignorare l’origine di siffatta denominazione“.

La Corte de la Scala Mata si trova in Ghetto Vecchio di fronte alla Scuola (Sinagoga) Levantina, e ai tempi della Repubblica era una corte senza sbocchi, perchè l’attuale accesso dalla Calle del Forno era impedito da un muro. Questa corte era conosciuta già alla fine del Seicento, come risulta da un fascicolo procedurale dei magistrati al Cattaver, magistratura tra l’altro incaricata di sorvegliare la condotta degli Ebrei. Il fascicolo è relativo all’abbandono di un neonato alla “scala mata, avvenuto la sera del 5 luglio 1691. 

In questo fascicolo, riportato nel saggio di Carla Boccato Il caso di un neonato esposto nel Ghetto di Venezia alla fine del ‘600 in La Rassegna Mensile di Israel (vol. 44 Marzo 1978), vengono trascritte le testimonianze delle persone che si trovavano in quel posto al momento del ritrovamento del neonato. Uno di questi era di un tale Isaac Almeda fu Salamon, che si trovava sul luogo solo per un impellente bisogno fisiologico, questa è la sua testimonianza: “La sera di giovedì passato alle ore due e meza in circa, mentre m’attrovavo per mia necessità nel sottoportico dove si die la Scala Mata che è in una corte in faccia alla Scola Levantina vene dentro Simcà Todesca con un candelier con una luce accesa alla mano, che s’inviava andar su per la Scala e io andava dietro. Nel sottoportico non v’era cosa alcuna e come go detto andai sopra del ramo del prima scala quattro uni gradini et sopra il patto della detta Scala ve ne sono circa cinque scalini che vanno in Cale Sporca, dove sono andato a far il mio bisogno, et la detta donna andò di sopra per altro ramo, dove è la sua habitazione.

Da questa testimonianza si rileva che prima della Corte de la Scala Mata esisteva un sottoportico (oggi scomparso, assieme ad altre case che stavano verso l’attuale edificio della Scuola Materna Elena Raffalovich Comparetti), e che poco dopo il sottoportico o dal sottoportico iniziava una scala, la quale dopo quattro gradini, su un pianerottolo, si divideva, da una parte si scendeva di cinque gradini per andare in Calle Sporca (dovrebbe essere la Calle del Mocato, oggi privatizzata e senza nome), denominata così dal testimone per l’uso che se ne faceva all’epoca!, e dall’altra si accedeva ad una abitazione (forse l’attuale civico 1155). Questa abitazione, che stava sopra la “scala mata“, viene confermata nella testimonianza resa dalla stessa Simcà Todesca, la donna che aveva trovato il neonato in una borsa nel sottoportico, la quale racconta: “… a hore tre in circa giovedì sera passato andavo alla mia casa in fazza la Scola Levantina, sopra la Scala mata, …“. Questa piccola scala esterna ad Y, era probabilmente la Scala Mata che diede il nome alla corte, una scala della quale non si capisce oggi l’utilizzo, ma probabilmente non lo si capiva neanche all’epoca, una falsa scala, una scala fuori dagli schemi, dunque “mata” (matta).

Ma dov’era allora la scala campanile citata da Elena Bassi? Questa doveva esser probabilmente in corte verso la Calle del Forner (all’attuale civico 1156). Durante l’interrogazione di Batta Lanz, un facchino che si trovava sul posto durante il ritrovamento, un magistrato del Cattaver gli chiede: “chi habita sopra le scale della Scala Matta?“, il facchino risponde: “Beniamin Carvaglio, Abram Mugnon, Dottor Cardoso, Moisè Carvaglio, Isach Detto, né m’arrecordo d’altri perché vi sta una quantità di Case“, e non cita Simcà Todesca né suo marito Manele Todesco, a conferma che questi abitavano in una casa separata da quella  della scala campanile che serviva di accesso agli appartamenti della casa torre.

Ma che fine fece il neonato trovato nel sottoportico? L’inchiesta condotta dai magistrati al Cattaver Nicolò Bolani ed Alvise Mocenigo stabilì che la creatura era nata a Castelfranco da Corona Levi di 28 anni da Mantova domestica presso Sansone Sacerdote da Nomi (villaggio vicino a Strigno in Valsugana), il quale era il padre del neonato. Il piccolo condotto a Venezia dal Sansone Sacerdote, da Ercole Rieti ebreo di Castelfranco e da due cristiani, venne abbandonato dentro una sporta, in Corte de la Scala Mata. I magistrati dopo “maturo riflesso, unanimi e concordi”, stabilirono che la creatura abbandonata doveva rimanere in Ghetto.

ConoscereVenezia

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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