Silvestro Valier. Doge CIX. – Anni 1694-1700

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Sala dello Scrutinio. Antonio Zanchi. Ritratto di Silvestro Valier

Silvestro Valier. Doge CIX. — Anni 1694-1700 (a)

La Promissione ducale, in sede vacante, si assoggettava a nuova correzione, al fine d’impedire che il doge avesse ad assumere per l’avvenire, ad esempio del Morosini, anche il comando supremo dell’armata, ciò non piacendo a molti gelosi repubblicani. Quindi fu stabilito, che rinnovandosi il caso di una siffatta proposta, non si potesse sospendere l’elezione del capitano generale, se non con quattro voti dei sei consiglieri e due dei capi dei quaranta, e deliberata che fosse la proposta in Senato e presentala al Maggior Consiglio, non s’ intendesse accettata se non con due terzi dei voti del Consiglio stesso, che doveva essere numeroso almeno di ottocento individui.

Ciò statuito, si passava alla elezione del principe nuovo. Concorrevano al ducato Girolamo Basadonna, procuratore di San Marco; Andrea Erizzo, nipote del doge Francesco, e Silvestro Valiero figlio del doge Bertuccio, cavaliere e procuratore di San Marco; il quale ultimo fu eletto il 25 febbraio 1694, con molta gioia del popolo, che festeggiò grandemente la sua coronazione, come festeggiava quella della dogaressa sua moglie, Elisabetta Quirini, coronata sette giorni dopo, ad onta della legge del 1646 che aboliva quella solennità.

In luogo del Morosini defunto, si surrogava nel comando generale delle armi Antonio Zeno; il quale subitamente si volse alla conquista dell’isola di Scio, recando con sé ottomila fanti e quattrocento cavalli, che imbarcò su una flotta composta di novantatré vele. Sofferta fiera burrasca, giungeva l’armata a prender terra sulle coste di Scio il 7 settembre 1694, ed eseguito lo sbarco, ed accolta nei borghi occupati dai cristiani, si diede a battere il castello, ad occupare il porto ed a bombardare la città, la quale, disperata d’ogni soccorso, si arrese. Saputo poi lo Zeno dello approssimarsi della classe nemica, si pose, però con alquanta lentezza, a gli parve incontro con la sua. Se non che, presi da subito spavento i Turchi, si salvarono, con la fuga, nel canale dei Dardanelli, ma per la calma del vento ciò non fu acconsentito alle navi maggiori, e si che lo Zeno poteva dare a queste battaglia e vincerle agevolmente. Ma sia per una o per altra cagione, ad onta delle rimostranze degli altri capitani e del mormorar delle ciurme, non volle egli incagliar la battaglia, perdendo, al dire dello storico Pier Garzoni, l’occasione propizia di ottener certa vittoria.

Nello stesso anno la Dalmazia veniva assicurata dal valore del provveditore generale Girolamo Dolfino, e da quello di Luigi Marcello, i quali repulsarono le scorrerie dei Morlacchi, e contennero i Ragusei favoreggiatori dei Turchi, conquistando, il primo, la fortezza di Ciclut, il secondo quella di Clobuch.

Nella nuova stagione del 1695, si trovarono le due flotte alle prese nelle acque di Scio; la pugna riuscì sanguinosa con la peggio dei Turchi; i quali, pochi dì appresso, tornarono in quelle acque, senza però voler accettare battaglia, schermendosi. Allora i nostri capitani tennero consiglio di guerra, e conclusero sulla impossibilità di conservare l’isola di Scio, di difendere la Morea, e di far testa da ogni lato ai nemici, per cui fu deliberato di abbandonare l’isola detta, e di ritirarsi in Morea. E così fecero tostamente, e sì, che saputa la cosa, il Senato depose e fece arrestare lo Zeno, che morì poi in carcere prima che spedito fosse il suo processo, ed elesse in suo luogo Alessandro Molino. Questi infatti corrispose al nobile incarico affidatogli, poiché sgominò per terra le truppe del serraschiere di Livadia, e nel canale di Scio diede sanguinosa rotta alla flotta turca, ristabilendo per cotal modo l’onore delle venete armi, e l’ imperio della Repubblica sul mare.

Né minore operosità e fortezza mise il Molino in opera durante le campagne da lui sostenute sul mare negli anni 1696 e 1697, nei quali nelle acque di Andro, presso l’isola di Tine, e vicino a quella di Zia, ruppe replicatamente e vinse la flotta turca, fino a che, compiuto il triennio della carica di capitano generale, veniva, nel 1698, surrogato da Jacopo Cornaro.

Non appena assunto egli il comando in Napoli di Romania, unì le forze tutte terrestri e marittime, radunò consulta di guerra, e concluse che la flotta dei vascelli, assistita da dodici galeotte venete e undici corsare, indirizzasse la prora verso dei mari superiori, e che la sottile avanzasse a San Giorgio di Sciro, attendendo ivi gli avvisi per regolarsi, quale corpo di riserva, secondo le mosse nemiche, per non perdere le propizie occasioni. Girolamo Dolfino, frattanto, provveditore straordinario dell’armata, prendeva la direzione delle navi, e scioglieva dalla Morea, pervenendo celermente a vista di Lenno; né potendo, a cagione della calma, proseguire fino al canale di Costantinopoli, discese in quell’isola e pose a fuoco alcune ville situate presso il mare, continuando quindi il cammino lungo le coste d’Imbro, nel mentre la flotta turca, ancorata entro il canale del Bosforo, vedeva le fiamme di cui avvampavano le ville incendiate. Comandava quella flotta il capitan-pascià Mezzomorto, pauroso delle armi venete, da lui esperimentate più valide delle sue, né certo avrebbe tentato assalirle, se non gliene fosse venuto espresso comando dal suo signore. Usciva egli impertanto con venticinque sultane, cinque barbaresche e due brulotti, dando fondo nel canale di Tenedo, difeso dagli scanni e dai bassi fondi di Troja. Frattanto univasi al Delfino colle navi il capitan generale Cornaro, ma vedendo scorrere alquanti giorni senza che Mezzomorto inchinasse alla battaglia, deliberò di sciogliere l’ancora da Imbro affine di provocarlo maggiormente, sia con l’appostarsi vicino alle bocche dei Dardanelli, sia com l’impedire l’ ingresso di quelle ai piccoli legni: ma né anche quest’arte valendo a farlo muovere, risolvette il Delfino salire sovra una squadra di sei galee, retta dall’altro provveditore straordinario Filippo Donato, e recarsi a riconoscere il nemico. Neppur ciò tutto valse ad indurre il Turco a battaglia, ché anzi volendosi egli ritrarre ai Dardanelli, per lo disordine col quale operò quella mossa, perdette fra le altre la capitana di Tunisi, investitasi nelle secche, senza speranza di più sortirne.

Passò da questo fatto un intero mese, nel quale Mezzomorto si tenne in guardia, ora coperto dalle batterie dei castelli, ora favorito dal tempo, riuscendo inutile ogni industria del Delfino per costringerlo di venire a battaglia; ma finalmente tanto lo seguì, che poche ore innanzi la sera del 21 settembre 1698, lo strinse nelle acque di Metelino a riceverla.

Laonde, venute, con bella ordinanza, le due flotte all’assalto, e più la veneta, era già per dichiararsi propizia la vittoria per questa; quando la nave comandata da Marc’Antonio Diedo, inavvedutamente s’incontrava per poppa con quella del Delfino in modo sì violento che l’arrestò, la rese immobile, e la cacciò sotto quattro delle più forti sultane in mezzo a un diluvio di fuoco. Durò in quell’ ineguale conflitto oltre due ore, dopo le quali spigliatasi, riprese il largo per cader poscia in mezzo alla linea nemica, dal quale novello disastro la liberava l’aiuto efficace della nave comandata da Fabio Bonvicini. Nel tempo che correa sì tremendo pericolo il Delfino, le altre navi veneziane affrontavano i nemici con buon successo, durando la pugna fino al cadere del giorno, separando le sorte tenebre i combattenti.

Il Delfino quindi poggiando era seguito dalle altre navi, ma non da quella retta da Andrea Cornaro, la quale fino dall’esordir della pugna era stata in più parti danneggiata, rotto l’albero di parrocchetto, stracciate le manovre di prora, squarciate le vele di poppa, per cui non poteva seguire unita il viaggio delle sue compagne.

Osservandola i nemici così impigliata, supposero, benché sorta la notte, di potersene agevolmente impossessare; poiché la attorniarono con una squadra, la bersagliarono col cannone, e due fra le più poderose sultane si appressarono ad essa per abbordarla. Non è a dire qual nuovo e sanguinoso combattimento si ridestasse, giacché prossimi i Turchi a montarle sulla poppa,  facevano cadere i marinai ed i soldati che resistevano. Nulla però valse loro per conseguirla; poiché, animati tutti dall’intrepido valore del Cornaro, col fuoco incessante dei bronzi e dei fucili non poterono vincerla, e sì che gloriosamente uscita da quell’orrida mischia, ebbe modo di giungere ed unirsi alla flotta ormai per lungo tratto da essa divisa.

Nel corso medesimo di tempo si combatteva con vario evento, ma di poco rilievo nella Dalmazia. Poiché, dopo levato l’assedio di Dulcigno, il provveditore generale si era vòlto nella Erzegovina, per sorprendere la città di Stolaz: ma non riuscendo a bene l’impresa dovette retrocedere. Meglio però risultarono le spedizioni da lui operate nella Bosnia e nella Servia, ove pose a sacco e devastò ogni luogo, e trasse grosse contribuzioni.

Intanto le cose dell’Europa universa sembravano inclinare alla pace, e massime in Francia, la quale impegnava la Repubblica, col mezzo dell’ambasciatore veneto Nicolò Erizzo, di farsi mediatrice nelle perpetue questioni d’ Italia. Il Turco ancora, dopo i rovesci toccati in terra dalle invitte armi del principe Eugenio di Savoja, e sul mare dalla flotta veneziana, desiderava la pace; ed a pace pure anelava l’Imperatore, la cui attenzione era rivolta alla grande questione prossima ad occupare le corti d’Europa, quella cioè della successione al trono di Spagna, alla morte del re Carlo II, che non aveva figliuoli. La Repubblica pur essa, stanca e spossata dalla lunga e dispendiosissima guerra, guardava alla pace; sicché a chiuderla tutti gli animi erano disposti. A convenir della quale, col Turco, fu raccolto un congresso, il 13 novembre 4698 a Carlovitz, ove si riunirono i plenipotenziari dell’imperatore, del re di Polonia, dell’autocrate delle Russie, del sultano e della Repubblica, la quale fu rappresentata da Carlo Ruzzini, che fu poi doge. Tante però nacquero discussioni, tante le alterazioni alle prime basi fissate, promosse ad ogni tratto dalla mala fede dei Turchi, che il congresso più volte fu al punto di sciogliersi.  Nulladimeno le differenze con tutti si accomodarono, tranne con Venezia, poiché al Ruzzini non sembravano i patti abbastanza respondenti all’interesse della sua Repubblica, particolarmente in riguardo alla demolizione voluta dal Turco di Lepanto e del castello di Prevesa. Insistevano gli altri perché il Ruzzini accogliesse i patti proposti, sotto comminatoria di formare particolari trattati per i loro governi, e di scioglier quindi il congresso, concedendo a lui in fine una dilazione di al quanti giorni perché scrivere potesse alla patria. Ma scorso il tempo fissato, né giugendo risposta, i plenipotenziari di Cesare, di Moscovia e Polonia segnarono i loro accordi, e prima di sciogliere il congresso, estesero un trattato anche per la Repubblica in sedici articoli, salva sempre la sua approvazione. Per essi statuivano, oltre ai confini della Morea, già dal Ruzzini approvati, lo sgomberamelo di Lepanto, la demolizione dei castelli ai Dardanelli e di Prevesa; Io stato di possesso delle isole dell’Arcipelago come innanzi la guerra; la soppressione del balzello pagato fino allora dalla Repubblica per Zante; la linea di confine della Dalmazia tracciata da Knin per Verlica, Sign, Delovar, Lodvar, Vergoraz, Cielut; l’aperta comunicazione immediata del territorio ottomano con quello della Signoria di Ragusa; i confini dalla parte di Cattaro, la punizione dei turbatori della pace; la libertà reciproca di restaurare le proprie fortezze; il cambio dei prigionieri ; la cessazione, in fine, di ogni ostilità anche colla Repubblica fino alla sua sottoscrizione, avendosi allora a determinare altresì altri articoli utili allo stabilimento maggiore della pace e alla buona corrispondenza.

Quattro giorni ancora attese il congresso le deliberazioni della Repubblica, né queste pervenendo, si sciolse, recandosi i plenipotenziari cristiani a Petervaradino, ove li seguì il Ruzzini. Conoscendo finalmente il Senato inutile la resistenza, e la impossibilità di sostener solo la guerra col Turco, diede facoltà al Ruzzini di segnare il trattato, il che avvenne il 21 febbraio 1699. In seguito, per le sollecitudini e la virtù di Lorenzo Soranzo, ambasciatore straordinario, Venezia poté ottenere un’ampliamento dei patti, sicché il vero trattato venne a comporsi di trentatré articoli.

Memorabile è questa pace, sia per la conferma degli acquisti fatti dalla Repubblica nella Dalmazia e nella Morea, sia per lo riacquisto conseguito dall’imperatore dell’Ungheria e della Transilvania, come per le vie e per le forme con cui venne fermata, da segnare positivamente il decadimento della potenza ottomana; decadimento che più sempre andò progredendo, fino a ridursi al punto in cui è attualmente discesa.

Ricomposte le cose in Europa, pareva che durar dovesse la quiete, a cui procurare avevano con lutto l’animo i principi inteso. Ma ecco il demonio della discordia suscitar nuove calamità, a motivo della successione al trono di Spagna, a cui aspiravano, per la morte di Carlo II, le case d’ Austria e di Borbone. Scoppiava quindi la guerra tra l’imperatore e il re di Francia, e le armi austriache, capitanate da Eugenio di Savoja, inondarono l’Italia. La Repubblica, sollecitata da ambidue i contendenti ad entrar con loro in lega, ripulsò fermamente ogni invito, ogni lusinghiera proposta, e decide rimanere neutrale. In questo stato la lasciava il doge Silvestro Valiero, il 5 luglio 1700, in cui moriva nell’età sua d’anni 70, e veniva tumulato nel tempio dei santi Giovanni e Paolo, ove la dogaressa sua moglie, gli erigeva un grandioso monumento unitamente al suocero ed a sé stessa (b).

Al suo tempo, cioè nel 1698, si rinnovò la chiesa di santa Sofia, e l’anno appresso si aperse un nuovo teatro a San Fantino, durato venti anni soltanto.

Il ritratto del Valiero è opera di Antonio Zanchi, e reca nel campo l’inscrizione seguente :

SYLVESTER VALIBRO, BERTVCY DVCIS FILIVS. MAGNVS IN PATRE, MAXIMVS IN SE IPSO. (1)

(a) Silvestro Valiero, nacque nel 1630 da Bertuccio, che fu poi doge: e non appena indossata la toga patrizia, travagliata la patria dalla dispendiosa guerra col Turco, in seguito olla parte presa dal Maggior Consiglio il 26 luglio 1649, verso lo esborso di 25,000 ducati, fu creato procuratore di San Marco de supra. Nel 1666, fu mandato ambasciatore straordinario a Margherita infanta di Spagna, moglie di Leopoldo I imperatore, in occasione che passava per gli Stati Veneti, dalla quale, a nome di Cesare e del re Cattolico, fu creato cavaliere. In quella occorrenza, Silvestro, emulò la splendidezza e generosità del padre suo, quando incontrò il cardinale Infante. Salito al trono pontificale Clemente X, nel 1(570, fu mondato il Valiero ambasciatore d’obbedienza in Roma. Rimpatriato, coperse la magistratura di riformatore dello studio di Padova, e per decreto del Senato, 5 gennaio 1678, fu eletto bibliotecario di San Marco, in luogo del defunto cavaliere Gio. Battista Nani; carica che persolse con grande zelo e attività, ponendo norma e regola alla pubblica biblioteca, e massime in riguardo alla custodia dei codici preziosi del Bessarione. Sostenne questo uffizio fino al suo esaltamento al trono ducale, consegnando il dì primo giugno 1694, la biblioteca al suo successore Francesco Cornaro, procuratore di San Marco (atti MSS nella Marciana). Durante questo tempo, cioè nel 1689, fu nuovamente spedito a Roma ambasciatore straordinario, per gratulare Alessandro VIII, nella sua assunzione al soglio pontificale. Finalmente, come più sopra dicemmo, veniva eletto doge il 25 febbraio 1694, morendo dopo circa sei anni di principato. Dalla moglie Elisabetta, figlia di Paolo Quirini Stampalia, procuratore di San Marco, non ebbe figliuoli, sicché in lui si estinse il ramo di sua famiglia, che abitava in Cannaregio, redando l’avere l’altro ramo della casa stessa che abitava a San Maurizio. Silvestro fu giusto, prudente, magnanimo, di spiriti veracemente reali. Zelator di religione, ebbe in cuore la patria, fu misericordioso verso i poverelli; in una parola, nacque e visse da vero ed ottimo principe. Nel suo testamento, scritto il 20 ottobre 1696, edito col suo ritratto, beneficò i congiunti e gli amici, lasciò molto oro a vantaggio di monasteri ed ospitali; istituì mansionario nella capitole e fuori; legò una collana di preziose margherite alla Vergine del Rosario, verso la quale nutrì particoiare devozione; assegnò 46.000 ducati per maritar povere donzelle, e 50.000 ne lasciò alla Repubblica. Queste ed altre beneficenze e le sue grandi virtù raccolse il p. Silvestro Rovere, monaco cassinese, nella vita diffusa che di luì ne dettò, pubblicata nel 1704 in Venezia dal Bortoli.

(b) Il monumento colossale e magnifico, ordinato dalla dogaressa Elisabetta Quirini, morta nel 1708, fu cretto col disegno dell’architetto Andrea Tirali. Collocato a destra entrando per la porta maggiore del tempio dei Santi Giovanni e Paolo, occupa dall’alto al basso la parete, e nella parte centrale lascia aperte due porte, una delle quali mette fuori del tempio, l’altra introduce nella cappelletta, ora di santa Maria della Pace. Quattro grandi colonne corinzie fanno ala ad un padiglione, sotto il quale si ergono i simulacri dei dogi Bertuccio e Silvestro e della principessa ordinatrice, ornati delle assise proprie del loro grado. Quello del centro figura il doge Bertuccio, ed è scolpito da Pietro Baretta: il secondo, a destra di quello, presenta le forme di Silvestro, ed è lavorato da Antonio Tersia: l’ultimo, dall’opposto lato, è quello della dogaressa, condotto da Giovanni Bonozzo. Il nobile basamento è decorato da sette bassorilievi, rappresentanti la Mansuetudine, la Carità, la Costanza, il Tempo, il Valore, la Pace, ed il centrale offre simboleggiata la Vittoria conseguita dalla veneta flotta ai Dardanelli il giorno 26 giugno 1656, sacro alle glorie dei Santi Giovanni e Paolo, leggendovisi in un angolo: SVB AVSPIC. – SS. – IO: ET PAVLI – VICT: NAVAL: – MDCLVI. Sopra il basamento stesso sono altre due statue, la Ricchezza e la Scienza, e nella parte centrale, fra le due porte accennate, un gruppo esprimente la Virtù che corona il Merito. Sotto al simulacro di doge Bertuccio, leggesi :

BERTVCIVS VALERIVS DVX PRVDENTIA ET FACONDIA MAGNVS HELLESPONTIACA VICTORIA MAIOR PRINCIPE FILIO MAXIMVS OBYT ANNO MDCLVIII.

Sotto a quello di doge Silvestro è scritto:

SILVESTER VALERIVS BERTVCII FILIVS PRINCIPATVM AEMVLATIONE PATRIS MERVIT MAGNIFICENTIA ORNAVIT SYRMENSI PACE MVNIVIT OBIIT ANNO MDCC.

E sotto all’ultimo della dogaressa è tracciato :

ELISABETH QVIRINA SILVESTRI CONIVX ROMANA VIRTVTE VENETA PIETATE ET DVCALI CORONA lNSIGNIS OBIIT MDCCVIII.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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