Enrico di Barbante sabotatore e traditore (1426)1
Filippo Maria Visconti, duca di Milano2, dopo aversi impadronito di parecchie città d’Italia, s’accingeva anche a conquistare Firenze. La Repubblica di Venezia, volendo porre un argine alla di lui smisurata ambizione, e vedendo i Fiorentini ridotti agli estremi, si strinse in lega coi medesimi contro il duca il 3 dicembre 1425, alla qual lega poi concorsero il marchese di Ferrara, il signore di Mantova, il duca di Savoia, ed il re Alfonso di Napoli.
Invano Filippo mandò a Venezia Franchino da Castiglione per rimuovere la Repubblica dal suo proposito, chè la lega fu pubblicata il 21 gennaio 1426, eleggendosi a capitano navale Francesco Bembo3, ed a condottiere delle truppe terrestri il conte Francesco Carmagnola4. Questi volle aprire la campagna con l’impresa di Brescia. Tenne pratica coi fratelli Pietro ed Achille Avogadro5, nonchè con altri cittadini, scontenti della tirannide Viscontea, i quali il 7 marzo 1426 aprirono le porte della città ai Veneziani. Dopo Brescia cadde Salò con gli altri castelli della riviera. Nel tempo medesimo Francesco Bembo, spintosi con la flotta nel fiume Po, sconfisse i Milanesi, ed arse il ponte di Cremona, poi conquistò due castelli sull’Adda, e finalmente diede alle fiamme i molini di Pavia, recando il guasto al paese.
Accorgendosi il Visconti che ogni di più peggioravano le cose della guerra, e prevedendo la caduta anche della cittadella di Brescia, che senza frutto aveva cercato di soccorrere e vettovagliare6, fissò di vendicarsi dei Veneziani con un tradimento. Fece venire a Milano da Pavia, ove dimorava, un Enrico di Barbante, fabbricatore di verrettoni, e gli promise due mila e duecento ducati, di cui gliene anticipò quaranta, perchè andasse a Venezia ad abbruciare l’Arsenale con due grosse navi del comune. Enrico si pose senz’altro in viaggio, e, giunto fra noi, venne accettato a lavorare di verrettoni in Arsenale per mezzo di un Zanino maestro di balestre.
Ritrovò un giorno colà un suo compagno di mestiere, chiamato Antonello da Asti7, in atto di rammaricarsi per deficienza di danaro, e parendogli che costui potesse aiutarlo nell’intrapresa, gli promise un grosso guadagno se avesse voluto farsi suo complice, e gli svelò per filo e per segno tutta la trama. Antonello, quantunque fingesse di acconsentire, corse ad avvisare del fatto il governo, che, fatto imprigionare Enrico, e costrettolo per mezzo dei tormenti alla confessione, lo condannò, con sentenza della Quarantia Criminale 26 luglio 1426, ad essere condotto per acqua fino a Santa Croce, e quindi strascinato a coda di cavallo, con il banditore innanzi che gridava il di lui delitto8, fra le due colonne della Piazzetta, per aver colà reciso il capo, e venir diviso in quarti, che poi si affissero ai luoghi designati9.
Antonello, benemerito dello Stato, ebbe un’annua provvigione con abitazione gratuita presso l’ Arsenale, ed altri benefici, trasmissibili anche ai di lui discendenti10. (1)
ANNOTAZIONI
1 Vedi Raspe, Vol . VII, e le cronache del Trevisan, Dolfin, Savina, Zancarolo, Caroldo, ed altre.
2 Nato da Giovanni Galeazzo Visconti, e da Catterina, figlia di Barnabò Visconti, successe al fratello Giammaria, pugnalato a tradimento nel 1412. Guerreggiò per quasi tutto il tempo del suo ducato, ritrovando nei Veneziani e nei Fiorentini i nemici più costanti. Uomo di spiriti feroci, commise molti atti di crudeltà, fra cui quello d’aver condannato a morte la moglie Beatrice Lascaris, contessa di Tenda, alla quale pur tanto doveva, giudicandola rea d’adulterio con Michele Orombelli. Mori il 13 agosto 1477, ed in lui si chiuse la serie dei Visconti, che per 170 anni dominarono lo Stato di Milano.
3 Era figlio di Giovanni q. Marco, e si rese celebre per molte imprese guerresche, in una delle quali, ferito di freccia ad un ginocchio, rimase zoppo. La famiglia Bembo, venuta da Bologna, e tribunizia, produsse tre celesti comprensori , l’eruditissimo cardinale per nome Pietro, un vescovo Castellano, Dardi letterato, un doge, nonché parecchi generali e magistrati.
4 Francesco da Bussone detto il Carmagnola, condottiero, traditore della Repubblica (1432)
5 La famiglia Avogadro acquistò il cognome dall’ essere stata per molto tempo nei suoi membri avvocata della chiesa e del vescovo di Brescia. Uno dei fratelli Avogadro qui nominati, cioè Pietro, aggiunse ai meriti anteriori quello di aversi potentemente prestato con la moglie Braida, o Bragida, novella amazone, per la conservazione di Brescia assediata nel 1437 da Nicolò Piccinino, generale del duca di Milano, e perciò venne con i discendenti ammesso al Maggior Consiglio. Egli nel 1445 fu creato cavaliere da Michele Attendolo, generale dei Veneziani, dignità di cui nuovamente lo ornò il Senato nel 1446 donandogli la Stola d’Oro. Un di lui figliuolo, per nome Luigi Antonio, essendo stato causa che Brescia medesima, occupata dai Francesi, ritornasse sotto il Veneto dominio, ed avendo i Francesi, alla loro volta ricuperato la città, fu da essi condannato a morte nel 1512 coi figli Pietro e Francesco. Molti altri della famiglia Avogadro riuscirono celebri nell’armi.
6 A tale scopo si era avvicinato a Brescia il 1 giugno 1426 Guido Torelli, guidando settemila soldati, ma, dopo tre ore di combattimento, dovette ritirarsi senza aver sortito il proprio intento.
7 E non Lion de Lioni marangon dell’Arsenal, come nel Savina.
8 Le Raspe ci conservarono le parole che doveva gridare il banditore: “Questo è Rigo de Barbante malfator, che voleva brusar l’arsenal, e le do nave del chomun“.
9 Questi luoghi erano quattro, cioè il primo verso Chioggia, il secondo verso Padova, il terzo verso Mestre, ed il quarto verso il porto di San Nicolò del Lido. In qualche caso però si variavano.
10 Savina, ed altri.
(1) Giuseppe Tassini. Alcune delle più clamorose condanne capitale. (VENEZIA, Premiata tipografia di Gio. Cecchini 1866)
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