L’assassinio di Lucrezia Zorzi moglie di Marc’Antonio Venier, signore di Sanguineto
Molto scalpore suscitò a Venezia, il 10 novembre 1531, la notizia dell’assassinio di Lucrezia Zorzi moglie di Marc’Antonio Venier, signore di Sanguineto, il quale abitava nel palazzo Lando a Sant’Angelo (poi Corner Spinelli), ed era mercante di cereali a Rialto. Marc’Antonio era figlio di Francesco Venier e di Elena Sanudo, sorellastra di Marin Sanudo.
Scrive il Sanudo nei suoi Diari che la sera del 9 novembre alle ore 1 e 1/2 di notte (con l’ora italiana l’inizio della notte era variabile, iniziava mezz’ora dopo il tramonto del sole che era fissato alle ore 23,30, quindi verso le 18,00 ora francese), accadde un caso “grandissimo, oribile et miserando“, e cioè la moglie di sier Marco Antonio Venier, signor di Sanguanè (Sanguinetto), chiamata Lucrezia figlia di sier Marco Zorzi da San Severo, donna bellissima, fu sorpresa da due scellerati assassini che con delle daghe la ferirono in più parti fino ad ucciderla.
Arrivato a casa sier Marc’Antonio Venier, visto il triste spettacolo, mandò a chiamare “il barbier di Sant’ Anzolo“, il quale constatò che la poverina era morta per avere ricevuto tredici ferite, e cioè “do da la banda destra in la golla, penetrante una in l’altra, una altra pur in la golla, di sotto, do da drio, una drio la rechia zancha (orecchio sinistro), entrante per un deo (ditto), l’altra in la tempia zancha, un’altra sotto il scaio (ascella) zancho, di ponta, entrante per un deo, et una altra su la man zancha tra el deo polize e l’indice, et 6 in la schena, da drio“.
Si capì subito che l’assassinio era stato fatto a scopo di rapina, perchè macarono diversi averi della Lucrezia “perhochè non fo trovato ni cadene d’oro, che 4 ne havea, 3 monilli d’oro, paternostri d’oro con lambracan (ambra), perle, anelli, taze d’arzento e altro valsente (capitale), maxime danari, ch’ è fama ne havesse assai“, furono trovati solo otto mocenigi in un forziere, e si disse che il valore delle cose rubate fosse di 300 ducati circa.
L’ 11 novembre le furono fatti i funerali, Lucrezia era bellissima anche da morta, stava sul cataletto vestita da pizzocchera di San Francesco, venne portata via terra da Sant’Angelo alla chiesa dei Frari in processione, con il collegio del capitolo della contrada, tre congregazioni, 16 gesuati con candele in mano, e almeno 70 pizzocchere, tutte le strade erano piene di gente, e ai Frari fu posta in una cassa di larice.
Le daghe insanguinate, i foderi delle daghe, una berretta persa da uno degli assassini, indirizzarono i sospetti su Iseppo piemontese detto Capello, il quale era stato servitore di sier Marc’Antonio Venier, di un Zuan detto Morgante, il quale stava con il conte Alessandro da Nogarole, e un certo Zenoa, il quale aveva fornito loro i cavalli a Liza Fusina per fuggire.
Il 23 dicembre venne fatto il processo, con i due principali imputati contumaci, entrambi vennero condannati, e qualora fossero stati presi “siano menadi sopra piate a Santa Crose per mozo la caxa, taiarli la man destra, poi in mezo le do coione taià la testa et squartadi in 4 quarti”. (1)
(1) Marin Sanudo. I Diari. Volume 55
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