Busto del Capitano General da Mar Carlo Zeno, nel Panteon Veneto a Palazzo Loredan
Guardando sopra la Veneta Repubblica nel quattordicesimo secolo, la scorgiano combattuta dalla sua più avversa e malvagia fortuna. Lodovico re d’Ungheria, ambizioso, politico, accorto, mirava fra i primi allo sterminio della veneta libertà; il patriarca d’Aquileia, tanto più forte quanto più vicino, della veneta gloria era malignamente invidioso; Leopoldo, possente duca d’Austria, faceva la guerra e rompeva la pace come gli tornava vantaggioso; Francesco di Carrara, signore di Padova, uomo vile, raggiratore, astuto, era maestro di politica la più scellerata; Andronico imperatore di Costantinopoli, tutta in sè raccoglieva la milizia dei greci suoi sudditi. Genova, quella perpetua rivale di Venezia, era divenuta a quei tempi una delle principali potenze, forte non meno per lo suo esteso commercio che per le agguerrite sue genti. Di mezzo però a tanta sua distretta, Venezia sapeva avere tra i figli suoi un uomo che possedeva un cuore, una mente, un coraggio superiore a qualunque sciagura, ed era acconcio a convertire i giorni di lutto e di avvilimento della sua patria in giorni di allegrezza e di gloria.
Germoglio della nobile e gloriosa stirpe degli Zeni fu Carlo, il quale nel 1334 nacque di Piero, e di madonna Agnese della nobile famiglia dei Dandoli. Prima ancora di poterla conoscere, perdette la madre; e pervenuto agli anni sette, orbo rimase ancora del genitore. Questi non avendo mai atteso a radunare molte ricchezze, ed avendo lasciato dieci figliuoli, pensarono i parenti di lui condurre il piccolo Carlo in Avignone al papa Benedetto XII, che di quei tempi lì risiedeva. Il papa gli fece pigliare i vestimenti da prete, lo ritenne presso di sè un anno e quattro mesi, e gli diede poi la ricca ed onorata prebenda di un canonicato in Patrasso.
Ricondotto a Venezia fu collocato ad un precettore, e come di molto profitto nelle lettere e nella filosofia, cosi si pensava dovesse avvenire nello studio di Padova, dove per anni tre alla giurisprudenza attese. E da essa avrebbe raccolto molta messe, se dai corrotti costumi dei compagni stato non fosse disturbato; perciò essendo egli inclinato al gioco, poichè i denari gli mancarono, si diede a consumare i libri; e da poi se ne andò al soldo.
Dopo di avere cinque anni donato tutto se stesso all’arte della guerra, corsa tutta Italia, ritornò in patria con piacere dei suoi, che già estinto lo pensavano. Quivi soffermatosi alcun poco, navigò in Grecia, e giunto a Patrasso accoltovi con onore, la sua prebenda godette; ma di sua natura chiamato alle armi, valorosamente pugnando contro i Turchi, nemici del nome Cristiano, e riportatane gravissima ferita in sulle prime creduta mortale, fu costretto venire ancora a Venezia; da cui, risanato del tutto, fu di bel nuovo a Patrasso; dove insorta guerra fra quegli abitanti ed i Cipriani, a cui si aggiungevano assai Francesi, Carlo, contando ventidue anni, per la prima volta divenne capitano di eserciti, e cominciò a trattare la guerra; e siffattamente la tratto che, sperperati i nemici, in numero molto dei suoi superiori, si venne alla pace segnata in Modone.
Invaghitasi di lui una nobile e ricca donna in Chiarenza, infranto l’ecclesiastico giogo, la sposò. La possedette poco tempo, perchè morte gliela rapi, avendone doppio danno ricevuto, e per la perdita della moglie ed insieme della dote, la quale consisteva in feudi, che al principe di Acaia spettavano.
Passò in seconde nozze con una nobile donna della casa dei Giustiniani. Per anni sette, a scopo di attendere alla mercanzia, parte in un castello chiamato Tanai, parte in Costantinopoli dimorava. Quivi da Caroianni, spodestato dell’impero dal figlio Andronico e barbaramente stretto di ferri, inteso lui avere per testamento lasciato alla Veneta Repubblica l’isola di Tenedo, a quei giorni importantissima scala per il commercio del Levante, ed avutane in suo potere la carta, vivente ancora Caroianni, senza colpo vibrare, al suo Governo annunzia essere già per lui quell’isola in potere di Venezia, ma doversi difendere per conservarne il possesso; ed egli infatti da prode la difese, e dopo lunga ed ostinata pugna, nella quale due volte rimase ferito, venne l’isola e il castello conservato ai Veniziani.
I quali, travagliati in terra da un numeroso esercito di Ungheri, che con spesse scorrerie i paesi loro e le loro castella empiendo di confusione e di tumulti, facevano di soggiogare, a Carlo Zeno demandano il governo della guerra terrestre. In ventitre giorni distrugge un’armata, ripiglia alcuni castelli che le sventure, ordinaria e fatale cagione dei più decisivi abbandoni, avevano allontanato dalla repubblica.
Come per tal guisa alquanto posarono i tumulti di terra, ebbero quelli di mare più l’un giorno che l’altro ad accrescere; perchè i Genovesi una grossa armata in ordine mettevano. Perciò il Senato fu costretto attendere con maggior ardore alle cose di mare, e perciò dalla terrestre alla guerra marittima lo Zeno richiamava, ed il comando di otto galere a lui affidava; imponendogli che scorresse per lo stretto di Messina e facesse ai nemici il danno che per lui fare si potesse maggiore.
Benché fosse ardita cosa con otto solo galere passare di mezzo a tanti nemici, pure giunto egli in Puglia a Trani, trovò modo di passarvi ingannando il nemico, e fingendosi genovese, scoprire il segreto dell’avversario; donde avvenne che capitato a Messina, in meno di quaranta giorni, due volte con grandissima prontezza la girò tutta quanta, prese per forza ventisette navi dei Genovesi, a cui appiccò il fuoco, aggregando alla sua armata gli uomini fatti prigionieri. Di là si portò nelle acque della Sicilia, ed in esse prese molti legni nemici, indi si accinse a negoziare con felice risultamento presso Giovanna di Napoli, della quale voleva rendere alla sua patria sicuri i soccorsi.
Allorchè gli venne fatto d’intendere la sconfitta a Pola della flotta di Vittore Pisani, con se rivolgendo nell’animo quello si avesse ad agire in tanta rovina della patria, Carlo pensò essere ottimo consiglio imitare l’artificio e l’animosità di Scipione Africano; condurre, cioè, l’arınata a Genova, e in quella riviera, mentre i Genovesi travagliavano i lidi Veneziani.
Il perchè comincia arditamente a navigare diretto al mare di Genova. Scontra le galere da Venezia mandategli in supplimento; le unisce alle sue, perviene a Piombino, poi all’isola dell’Elba, indi a Livorno; in fine, gettandosi in alto mare senza intermettere la navigazione, giunge presso a Porto Venere; divide la sua armata, comanda a cinque galere che da settentrione entrino in porto, ed egli con altre quattro esce dal mezzodi, acciocchè i nemici da qualunque banda fossero entrati in porto scontrassero una parte delle galere viniziane; ed elleno, da qualsivoglia parte si rivogliessero, si dessero l’una all’altra soccorso.
Per tal modo attaccata orrenda zuffa, e sconfitta la guardia che i nemici tenevano in Porto Venere, dopo di averlo saccheggiato ed arso, conduce Carlo l’armata nella riviera dei Genovesi, caccia dal golfo della Spezia alcune galee nemiche; assale poi Panigaglia, la soggioga, la dà a sacco ai soldati; e fino entro alla città di Genova incute tanto terrore, che, staremmo per dire, il nome di Carlo Zeno essere stato ed essere fino al presente giorno a quella città terribile e spaventoso.
Lasciato così lo spavento nell’animo di tutti gli abitanti di quelle campagne, Zeno salpò verso la Grecia. La Repubblica gli aveva inviato una galera, che raggiunto lo aveva a Livorno; egli ne ritrovò altre sei a Modone; ed a Tenedo quattro ancora si schierarono sotto ai suoi ordini. Con una flotta così formidabile andò a prendere a Berito (attuale Beirut) una quantità di merci che i Veneziani avevano accumulate nei porti della Siria, per il valore di cinquecentomila fiorini, e che non osavano di far venire in Europa. Era già sul fare ritorno alla patria, quando, pervenuto a Parenzo trova lettere del Senato, d’onde scopre il novello infortunio che minacciava Venezia: Chioggia era presa dai Genovesi.
Per alla volta di quella città dirige tosto le vele, ed il primo giorno di gennaio del 1380 con un’armata di diciotto galee era già al rincontro di Chioggia, pronto a recare il desiato soccorso a Vittor Pisani. Il quale una flotta superiore del doppio al veneto navilio vedeva penetrata nel recinto delle lagune, e ben intendeva che, perquantunque foss’essa dalle poche sue navi bloccata, e difesa l’uscita nello stretto canale donde i Genovesi dovevano sboccare: pure se giunti essi fossero una volta a guadagnare l’alto mare, egli sarebbe sterminato e l’ultimo mezzo della Repubblica perduto. L’arrivo di Carlo Zeno con la sua flotta, e lo sperimentato suo valore infuse negli abbattuti animi un novello coraggio; non più si pensò a patti, non più si favellò di arresa; da entrambi i duci Pisani e Zeno avvivate le truppe, solo si miro a combattere da leoni; e frutto di quel soccorso di quell’ardire fu la compiuta vittoria sopra i nemici, e la liberazione di Venezia dallo estremo suo eccidio.
A Zeno fu poco stante dato il comando delle truppe di terra. Egli solo nella repubblica poteva passare da un servizio all’altro, e per ogni dove dimostrarsi adorno di supremi talenti. Egli prese ai Genovesi Chioggia, e Brondolo; egli che rinserrandoli nella città conquistata, li costrinse finalmente alla resa. Morto Vittore Pisani, di bel nuovo viene richiamato al servizio del mare, e grande ammiraglio della veneta flotta è nominato. E perciocchè i Genovesi non desistevano di muover guerra contro ai Veneziani, Carlo di bel nuovo fu spedito a combatterli, e come li rinvenne nelle acque della Grecia con loro si azzuffò: e vedendoli a sè fuggire, li inseguiva fino a Ragusa, dove scorgendoli rinforzati, drizzò le prore alla Liguria loro, e novellamente arrecò sommi danni alle loro terre, finchè, intesa la pace stretta fra ambo le parti e le condizioni di essa, alle native lagune ritornava.
E qui non è da ommettersi che mentre queste cose si facevano, morto il Doge Andrea Contarini, da tutti i segni da tutte le voci chiaramente appariva che Carlo era per essere creato Doge, secondo la volontà di tutti. Zaccaria Contarini, ciò conosciuto, surse a parlare, e con una quanto eloquente altrettanto astuta orazione, dopo di avere esaltato a cielo i meriti dello Zeno, e di averlo chiamato fra tutti i cittadini veniziani l’uomo migliore, il più degno; stabili, nel conferire la massima dignità lui credere non tanto doversi riguardare i cittadini e i meriti loro, quanto il bene e la salute della patria; e perciò andare di molto a soffrire la patria, se lo Zeno si togliesse dal suo grado di supremo capitano, non avendovi alcuno che si possa a lui comparare in perizia di cose navali, in prudenza, consiglio, ingegno, ed in pietà verso la patria. A queste ragioni si mutarono tutti gli animi; onde al 19 giugno 1382, Michele Morosini eletto veniva.
Poichè Carlo vide la sua patria in pace coi Genovesi, si recò a visitare alcuni principi d’Italia dai quali tutti fu benignamente accolto. Deliberò poi di recarsi a Milano, e con grandissimo onore ricevuto da Galeazzo Visconti, vi sostenne molti incarichi. Piché i podestà ed i capitani del popolo, secondo gli usi d’Italia, erano sempre forestieri, ed i cittadini delle repubbliche si mettevano senza scrupolo per un tempo ai servizi dei principi. Ed in vero lo Zeno è fatto governatore di Milano, e soprantendente del Piemonte; e per anni cinque con pieni poteri per tal modo ebbe governato quel regno, da lasciare vivissimo desiderio di sè.
Di mezzo alla gioia comune reduce in patria, è spedito ambasciatore presso ai Re di Francia e d’Inghilterra. Fornitesi per lui con onore quelle legazioni, è nominato Avogadore del Comune, poi Procuratore di San Marco. Poco tempo però egli sedette all’ombra dei suoi allori. Chè, sebbene a coloro i quali godevano di quella dignità non si avesse in costume di conferire un comando lunge da Venezia, pure come si seppe, caduta Genova in potere dei francesi, da quel governatore Bouciaut armarsi una flotta a danno dei Veneziani, incontanente il Senato ne oppose una di egual forza, e ne affidò l’impero a Carlo Zeno.
Questi tenne dietro lunga pezza a quel maresciallo, finchè, provocato da qualche ingiuria personale, al 7 ottobre 1403, gli diede battaglia dinanzi a Modone, gli prese tre navi, pose le altre in fuga; ed a tale il ridusse che, sperimentate avendo le forze dei Veneziani e il valore di Carlo, lasciata l’alterezza d’animo, si fece più umile, e non senza ragione si penti di avere preso a fare una sciagurata azione.
Non erano ancora molti mesi passati da questa spedizione, quando Zeno siccome Provveditor Generale fu inviato all’esercito che contro a Francesco da Carrara, signore di Padova, guerreggiava. Malgrado i legami che un tempo univano Zeno ai Carrara, Carlo alacremente proseguiva una guerra che a gloria della sua patria doveva tornare. Tentò, ma invano, di salvare Carrara, mercè una negoziazione: e questi, non vi avendo voluto aderire, perdette il dominio, e poco appresso la vita: sebbene nel 1405 cadde Padova in potere dei Veneziani con somma loro gioia e con grande onore dello Zeno. Nel saccheggio del palazzo di esso principe si avverti in alcuna parte dei libri di mano del Carrara essere scritto: “A Carlo Zeno numerati quattrocento ducati”.
Unicamente sopra così fatto indizio il più virtuoso cittadino ed il più grand’uomo di Venezia venne accusato al Consiglio dei Dieci di essersi lasciato corrompere da un nemico dello Stato. Comparso dinanzi a quel tribunale provò Carlo, non essere quella che una memoria della restituzione fattagli dal Carrara di simile somma a lui prestata, come in Asti quegli si trovava prigioniero. Tutto concorreva a dovergli intorno a ciò donare piena fede. Pure si ebbe il coraggio di privarlo di tutti i suoi impieghi, e di condannarlo a due anni di prigione, disonorando così, in quanto era dai Dieci, l’uomo che tanta gloria al veneto nome aveva acquistato.
Sofferta l’ingiusta prigionia, con quella pazienza e prudenza che solo è propria degli eroi, si trasportò in Terra Santa a compiere un voto. Fu chiamato in Cipro dal Re Giano di Lusignano, ed accetto il comando delle truppe di lui per difenderlo dai Genovesi. Poiché ebbe formato l’esercito cipriotto, cacció i Genovesi dall’isola, e procurò al re una tregua di due anni seguita da una buonapace.
Nel 1410 salpò alla volta d’Italia, e ritornato in patria, sposò in terze nozze una donna di Capo d’Istria, ed il rimanente della sua vita dedicò alle lettere, sempre da lui amate. Di tre figli avuti dalla sua seconda moglie, essendo egli in Milano gli moriva il maggiore; il secondo, Pietro, gli sopravvisse; il più giovine, Jacopo, cui egli tenerissimamente amava, fuori di città gli fu rapito. E tanta dolore senti a cotale annunzio, che adilungo non potè a lui più sopravvivere. Onde, ricevuti i Sacramenti tutti della Chiesa, il 7 Maggio del 1418 in età di ottantaquattro anni, la gloriosa sua carriera forniva.
Splendidissime esequie gli furono celebrate, a cui e Doge, e Senatori, e Nobiltà, e Ambasciatori, ed uomini illustri, e popolo innumerevole, assistevano. Nella Chiesa della Celestia le onorate sue spoglie ebbero sepoltura. (1)
Un altro busto di Carlo Zeno, opera di Giovanni Dalmata, è conservato nel Museo Correr.
(1) Giuseppe Veronese. Panteon Veneto o di alcuni Veneti illustri. Tipografia Giambattista Merlo. Venezia 1860
FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.
















































































