Il mondo del teatro veneziano nel Settecento

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Gabriele Bella. La cena al teatro di San Benedetto per i duchi del nord. Querini Stampalia

Il mondo del teatro veneziano nel Settecento

Gli ignobili istrioni del Teatro Antico ben si meritano, con la condotta anormale, gli obbrobriosi epiteti con cui li bollava il mondo. Infame gente (li definì San Giovanni Grisostomo), rovina dell’altrui patrimonio! L’invettiva riguardava specialmente le femmine!

Con l’andare dei secoli, la schiera dei cantanti e dei comici si venne nobilitando, non tanto però che ancora nel 1600 non offrisse bersaglio a critiche feroci.

La Sage, nel suo lepido Gil Blas li descrive ignoranti, venati, lussuriosi. Più tardi, nel 1778, l’Inquisitore veneziano Nicolò Maria Tiepolo fieramente ammoniva i comici in tal modo: Recordeve che maestri sè persone in odio a Dio benedetto, ma tolerai dal Principe per pascolo della zente che se compiase delle vostre iniquità!

Benedetto Marcello, nella sua celebre satira “Il Teatro alla Moda” dice corna della gente di teatro: poeti, cantanti, ballerini e pubblico, il quale ammirava ed applaudiva le danzatrici solo perché discinte e in lubrici atteggiamenti.

Il Goethe nel 1786 osservava come da noi fossero applaudite specialmente quelle che davano maggiore spettacolo della propria nudità. Ed infatti questi abusi fecero intervenire il Consiglio dei Dieci che nel 1793 proibì severamente, quantunque inutilmente, le forme immodeste e i colori equivoci delle donne da palcoscenico. Il suddetto Marcello boriosamente le dipingeva capricciose, le loro mamme compiacenti, e i loro protettori disposti a farsi pelare.

Per una virtuosa di ballo per poco la Repubblica non si trovò in gravi imbarazzi. Era costei Barberina Campanini che aveva già fatto girare la testa alle platee di Parigi e di Londra. Lord Mackenzie, del ceppo reale degli Stuardi, se n’era invaghito al punto da portarsela a Venezia. Ma il re prussiano Federico II, che aspettava la bella a Berlino per un corso di rappresentazioni, montò su tutte le furie e si rivolse al Senato Veneto perché obbligasse la Barberini a mantenere i suoi impegni. Per dimostrare che non scherzava fece intanto arrestare l’ambasciatore veneto in viaggio per Londra attraverso il territorio della Prussia. La Repubblica (osserva il Molmenti) oramai senilmente remissiva, cedette e concesse all’impetuoso monarca che la Barberini fosse rapita dagli sgherri tedeschi e portata a Berlino. Sembra però che tal rapimento non abbia contristato l’animo della leggiadra femmina!

Dai patrizi era considerato allora una galanteria avere per amanti donne di teatro, le quali sapevano così bene destreggiarsi che spesso diventavano spose legittime di ricchi gentiluomini. La cantante Teresa Ventura, figlia di un vetturale di Vicenza, sposò il nobile Alvise Venier; la ballerina Vittoria Peluso fu impalmata dal marchese Calderari; la sopra mentovata Barberina, dopo aver servito a parecchi spasimanti, tra cui il re di Prussia, passò a nozze con il barone de Cocccej.

In particolare modo la nobiltà veneziana si lasciava spogliare da queste abilissime sirene, che il popolo, con vocabolo felicissimo chiamava Pelarine.

La boria dei comici, ballerini e cantanti non aveva ritegno neppure sul palcoscenico. Non sanno nemmeno leggere la parte (scriveva in proposito il Chiari), chi borbotta più lento di uomo che vada al patibolo; che va come ruota che vada da molino; chi strilla, chi canta, chi spirita, chi non sente, chi dorme, chi mena le mani che par che fili; chi le braccia che par che annaspi; i comici non sanno né vivere, né morire.

Eppure volevano applausi e se li accaparravano tra amici nel pubblico e in mezzo agli stessi attori i quali nascosti dietro le quinte battevano furiosamente le mani e urlavano: bene, brava! 

I ballerini esigevano trasformazioni spettacolose, decorazioni imponenti, fuochi d’artificio continui, sciocche buffonerie, in cambio di sgambetti più lubrici, che plastici. Par ciò che riguarda la musica, un autore dell’epoca così si esprime: I motivi vengono scritti prima delle parole e messi a seccare al fumo come le arringhe, maestro, cantanti, pittori, comparse pretendono di fare i poeti; chiedono le arie da scirocco, i recitativi da tramontana, e il virtuoso vuol fare da uomo, da donna, da buffone, da eroe. Ostinati come muti, battono il tempo con il ventaglio e lo scettro; sputano ad ogni pausa; danno a gran voce dell’asino al suggeritore; ridono con gli attori oppure con i palchetti ove si asside la nobiltà (la platea non è degnata neppure di uno sguardo perché raccoglie la plebe); prendono tabacco facendo interrompere l’orchestra; si slacciano per cantare meglio; si permettono di uscire mezzo svestiti nelle scene finali, ed altre piacevolezze del genere. Per il ballo succedevano fatti analoghi. Il maggior pregio delle ballerine consisteva nel mostrare i calzoni mal celati dalle gonne troppo corte. Su principio del secolo XVII due ballerini bastavano; più tardi erano pochi cinquanta. Né il pubblico si accontentava di un solo ballo per serata, ma ne voleva persino tre.

Il teatro invadeva la vita privata. Nelle feste famigliari i gentiluomini conducevano a casa le ballerine e ballavano con esse, mentre le mogli si contentavano di guardare. (1)

(1) ATP. IL GAZZETTINO, 2 febbraio 1935

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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