Famiglia Memmo

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Calle del Cavaletto, 1111 Chiesa San Gallo (San Marco) - Stemma Memmo

Famiglia Memmo

Memmo. Antichissima ed illustre è la famiglia Memmo, che da molti scrittori si dice derivata dalla gente Memmia romana, e dalla quale vuole Pietro Antonio Motti, nel suo libro Asiaticum Nardum ec, e il p. Andrea Gambara, nel Panegirico di Bernardo Memmo, podestà di Padova, procedute le famiglie Gradenigo e Delfino. Nei primi tempi però del suo giungere nelle isole si appella Tribuna e Monegaria, quantunque si vedano coloro che portarono quei vari cognomi, distinti con scudo diverso da quello assunto dai Memmo. Non possiamo però negare esservi, anche nella storia genealogica di questa casa, certa tal quale oscurità, che induce dubbio intorno a ciò che asseriscono i vari scrittori. I quali, ultimi dicono provenuta nelle isole la casa in parola da Padova, nella incursione di Attila, come l’Orsato; altri la sostengono proceduta da Pola, come il Malfatti; altri diversi ancora la vogliono derivata da Aquileia, o da Altino a Torcello, e quindi a Malamocco, ove fu ascritta al tribunato. Certo è però che adesso si annovera fra le prime dodici che stabilirono il corpo della nobiltà patrizia, e perciò soprannominata Apostolica; che eresse varie chiese del proprio, o concorse con altri a fabbricarle, fra le quali si notano quelle di Santa Maria di Torcello, di San Procolo, e dei Santi Ermagora e Fortunato, nella contrada della quale ultima ebbe domicilio antichissimo.

Innalza essa casa il proprio scudo bipartito d’oro e di azzurro, con tre cedri per campo dei colori opposti.

Il doge Tribuno Memmo ebbe a padre Andrea, secondo il Cappellari, ma negli Alberi di Marco Barbaro non apparisce la sua paternità. Prima che ei fosse doge non si conosce le sue azioni, e quelle da lui fatte durante il suo reggimento sono superiormente riferite. Dice il Cappellari citato, che il nostro doge fu il primo che lasciato l’antico cognome di tribuno, assumesse quello di Memmo. Menò poi a moglie Marina sorella di Vitale Candiano, patriarca di Grado, come notammo, dalla quale ebbe Maurizio, spedito dal padre a Basilio ed a Costantino, imperatori d’Oriente, per ottenere qualche onorificenza, o, secondo il detto Cappellari, per impetrare sicurezza ai sudditi veneti nel loro imperio. Certo è che Maurizio stesso si fece monaco nel cenobio della Santissima Trinità di Brondolo, e se vero è aver lui abbracciata la vita monastica nel 976, come vien riferito, allora sarebbe dubbia la sua missione in Oriente, almeno ducando il padre. Si disse ancora, sulla testimonianza della cronaca Contarini, citata dal Sanudo, che il nostro doge abitò sempre nella propria casa, posta nella contrada dei Santi Ermagora e Fortunato, a motivo che il palazzo ducale era abbruciato. Se ciò è vero, converrebbe credere che il palazzo ducale medesimo, incendiato nella morte di Pietro IV Candiano, non fosse per anco del tutto reintegrato, il che non pare, se viene attestato da parecchi cronacisti, averlo restaurato del suo Pietro I Orseolo; e da altra parte si dovrebbe altresì supporre, che anche Vitale Candiano, essendo doge, dimorasse pur egli nella propria abitazione pel motivo stesso; cosa taciuta dagli storici. Il Sanudo ricorda anche, che sotto il principato del Memmo fu compiuto il campanile di San Marco, non però colla cima dorata, come fu fatta di poi.

Il doge Marcantonio Memmo nacque il 11 novembre 1556, da Giovanni q. Tribuno e da Bianca Sanudo di Matteo q. Matteo. Coltivato negli studi, e dietro gli esempi dei maggiori riuscì dei più ragguardevoli personaggi del tempo suo nella civile e politica amministrazione. Il primo ufficio da lui sostenuto fu quello di savio agli ordini nel 1561; fu poscia nel 1568-69 capitano a Vicenza. Quindi nel 1575 venne eletto capitano a Brescia: podestà in Verona nel 1584, e a Padova nel 1586. Spedito nel 1597 siccome provveditore generale a Palma, drizzò ivi il nuovo fiume sino a Strasoldo, due miglia distante da Palma, ed appianò una strada per poter facilmente condurre in fortezza quanto per mare colà spedivasi. Passava, nel 1601, podestà a Brescia, nella quale città avendo sedati, con molto suo onore, alcuni tumulti insorti fra cittadini, meritava di essere promosso, il 25 gennaio 1602, a procuratore di San Marco de ultra, in luogo del defunto Zaccaria Contarini. In questi intervalli di tempo e posteriormente, varie cariche interne sostenne con molto decoro e con somma integrità, sicché fu più volte senatore, poi censore, del Consiglio dei X, e capo molte fiate di esso; fu uno degli elettori del doge Pasquale Cicogna, consigliere nei sestieri di Santa Croce e di Dorsoduro, inquisitore di stato più volte, depositario in Zecca, conservatore del deposito, sopra-provveditore alle biade, provveditore all’artiglieria ed alle fortezze, del collegio delle acque, sopra-provveditore alla sanità, all’arsenale, ed in particolare sopra la costruzione delle cento galee del 1602, delle galee grosse e del nuovo bucintoro, usato la prima volta il dì dell’Ascensione 4 maggio 1606. Ebbe inoltre la sopraintendenza delle fabbriche pubbliche nella piazza di San Marco; fu riformatore due volte (1602 e 1608) dello studio di Padova, ed eletto particolarmente a vigilare per il pacifico stato della capitale, siccome dice il Morosini. Inseguito, cioè nel 1607, dal consiglio dei X fu delegato, unitamente ad Antonio Priuli, a rilevare e definire alcune gravi difficoltà insorte tra i feudatari del Friuli ed i nobili di Udine, e a quelle pose fine con ottimo successo. Venne due volte eletto correttore della promissione ducale: concorse alla ducea dopo la morte di Marino Grimani, rimanendo però eletto Leonardo Donato, e finalmente, passato questo a vita migliore, ascese al soglio ducale. Era egli, come attesta Fulgenzio Manfredi, di ben proporzionata statura del corpo, dì ben compassata positura delle membra, di ben lineata e veneranda bellezza della faccia. Ebbe un figlio di nome Francesco, il quale fu dal padre concesso a San Carlo Borromeo, che lo aveva richiesto per aggregarlo al collegio dei nobili di Milano, ma sopraggiunta la peste in quella città, si ritirò a Roma sotto la protezione del medesimo San Carlo, e quindi nel 1590 fu fatto canonico della cattedrale di Padova, ed ebbe la dignità di tesoriere in quella chiesa, dove eresse e dotò un ricco altare ad onore del Santo stesso, canonizzato durante la vita del Memmo. Il doge suo padre gli lasciò in morte, per ragion di legato, centoventi ducati annui, nel mentre che, col suo testamento 18 febbraio 1643, lasciava eredi residuari i figli di suo fratello Tribuno, come dalla inscrizione sepolcrale anche s’impara, ordinando loro di erigergli un deposito nella chiesa di San Giorgio Maggiore. Oltre il ritratto superiormente accennato, si vede il Memmo espresso in un ampio quadro che era collocato nell’ andito della sala del Maggior Consiglio e della Quarantia vecchia, ove appare egli prostrano davanti alla Vergine, assistito dalli Santi Marco, Antonio, Agostino e Jacopo, e seguito dalle variepersonificate città, in cui il Memmo fu rettore prima di salire al trono. Ora questo dipinto è nei depositi del Palazzo Ducale medesimo in attesa di essere nuovamente collocato in luogo opportuno. Intorno poi ad altre minute particolarità della vita di questo doge, si vedano l’opera più volte encomiata (delle Inscrizioni Veneziane) dell’illustre cav. Cicogna, dalla quale cavammo in gran parte le notizie qui offerte.

Il monumento del doge Memmo è collocato nella parte sinistra della porta maggiore di San Giorgio. Si erge sopra il basamento medesimo che ricinge tutto intorno quel tempio nobilissimo. E’ decorato di sei spiccate colonne d’ordine corintio, formanti tre intercolunni, nel centrale dei quali, più spiccato degli altri, è l’urna sepolcrale, sormontata dal busto del principe. Gli altri due accolgono i simulacri della Fede e della Carità, e la parte centrale è decorata di frontispizio, sul pinacolo del quale è lo scudo gentilizio fiancheggiato da due geni; nel mentre il monumento tutto si corona d’un attico, su cui sono addossate, sopra basi, quattro altre statue figuranti le Virtù cardinali. Lo stile dell’opera accenna a quello dello Scamozzi, ed è poi tutta composta di eletti marmi. Nello zoccolo centrale sotto l’avello, si legge la seguente inscrizione :

MARCO ANTONIO MEMMO IN REGENDIS POPVLIS SINGVLARI
SVMMA VRBIS ET ORBIS LAETITIA AD DVCATV VENETIAR.
EVECTO. PETRVS ET MARCVS ANTONIVS EX TRIBVNO
MEMMO PRONEPOTES ET MAEREDES PATRVO MAGNO FIERI
CVRVRVNT . VIXIT ANNOS LXXIII . IN DVCATV TRES, MENSES
TRES, DIES SEX . OBIIT XXVIIII OCTOBRIS MDCXV. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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