Il terremoto e la peste del 1348 a Venezia, nel giorno della Conversione di San Paolo

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Iscrizione che ricorda il terremoto e la peste del 1348. Gallerie dell'Accademia

Il terremoto e la peste del 1348 a Venezia, nel giorno della Conversione di San Paolo

Una iscrizione a caratteri d’oro è murata, a destra di chi entra dall’antico portone nella Scuola della Carità, la più antica delle Scuole Grandi della Repubblica, ora Gallerie dell’Accademia di Belle Arti, un’iscrizione che descrive “in nome di Dio eterno e de la Biada Vegene Maria” il terribile terremoto avvenuto il 25 gennaio 1348 “a Venezia et quasi per tuto el mondo“.

Si era in su l’ora del vespero di quel funesto giorno ed era doge il Serenissimo Andrea Dandolo quando una forte, ma brevissima scossa di terremoto si fece intendere sulle lagune; la paura fu grande ed i commenti nelle calli e nei campi furono infiniti. Non era ancora trascorsa mezz’ora da quella prima scossa che un’altra ben più forte, più lunga, più spaventosa fece traballare tutta la città producendo negli abitanti lo scompiglio, il terrore, la desolazione.

Racconta la cronaca manoscritta Svajer che in pochi minuti caddero i campanili di San Silvestro, di San Giacomo dall’Orio, di San Vidal, di Sant’Angelo, “cascarono molte case et sonarono da se le campane et cascà tutta la facciata di la chiesa di san Basilio et altri edifizi ancora“. Sopra Venezia si innalzò una tale polverone da togliere quasi completamente la luce, e tra la densa nube si alzarono grida, pianti e gran voci di soccorso. 

Le acque del Canal Grande, per tutta la durata del riflusso, scomparvero del tutto “et restò scoperto il fondo“, così rimasero all’asciutto parecchi canali e un gran tratto della laguna verso Fusina e Campalto, mentre al Lido dalla parte del mare l’acqua si ritirava quasi di un chilometro lasciando la spiaggia tutta coperta di alghe e di molluschi marini.

Tale fu lo spavento che parecchie donne partorirono sulla strada, qualche povero vecchio divenne pazzo ma, quasi miracolo, i feriti gravi furono pochi e pochissimi furono i morti.

Le scosse più o meno forti, ma sempre con danni alle costruzioni, si ripeterono per ben quindici giorni, per cui il popolo era in preda alla costernazione è all’ansia continua, per le strade s’implorava misericordia dal cielo, si offriva alle chiese elemosine e ceri, si riposava la notte sui campi più larghi come San Polo, Santa Marta, Santa Margherita, San Stefano, o su barche al largo nei paludi della laguna.

Il terrore era giunto a tal punto che quasi tutte le monache abbandonarono i conventi e moltissime si attendarono al Lido, non badando ai rigori della fredda stagione, ma vivendo in preghiere per scongiurare nuovi malanni e nuove sventure. Però una cronaca soggiunge che, sebbene lo spavento togliesse qualsiasi iniziativa, quando le monache rientrarono nei loro conventi ne mancarono alcune, fuggite, si seppe più tardi, per ignote destinazioni con qualche amante del cuore.

Il 25 gennaio di quell’anno disgraziato la Chiesa commemorava la conversione di San Paolo, e così ne venne che San Paolo fosse, fino al cedere della Repubblica, ricordato con speciali preghiere e con offerte alla chiesa di ceri, di olio, di argenti.

La stessa Signoria soleva in quel giorno regalare a sessantaquattro chiese di Venezia e delle isole dell’estuario “de i doppieri di cera gialla di vario peso et il Principe faceva molte limosine“, ma il popolo, quasi a perenne rimprovero di quella follia devastatrice, chiamò da quel giorno il Santo: “San Paolo dei terremoti“.

Le sventure di quell’anno 1347 non erano ancora finite, dopo il terremoto scoppiò la peste, una peste tremenda durata solo tre mesi, ma che fece una strage enorme.

Soltanto fra i patrizi si ebbero millenovecentocinquantadue morti e si estinsero cinquanta famiglie nobiliari; “si mandavano i morti, per il gran numero, a san Marco Boccalame, A san Lunardo Fossamata, a san Rasno; nessun Munego voleva andar visitar li maladi quali molti molti morì senza penitentia“. Fu una peste di straordinaria violenza tanto che la Signoria “proibì il corrotto”, poichè se tutti evessero portato il lutto dei prorpi defunti Venezia sarebbe apparsa una città “funerale“.

Alla fine comparve il sereno; si rifabbricavano gli edifici devastati, le chiese sconquassate, i campanili caduti, si dimenticarono i morti e la Dominante riprese il suo ritmo operoso verso lo splendore del suo Cinquecento. (1)

Testo dell’iscrizione posta :

“In nome de Dio eterno e d(e)la biada vergene Maria. In l’ano dela Incarnacion / del nostro Signor Miser Ie(su)m Cr(ist)o MCCCXLVII a dì XXV de çener, lo / dì dela co(n)versio(n) d(e) S(en) Polo cerca ora d(e) bespero fo gran taramoto i(n) Veniexia e q /uasi p(er) tuto el mo(n)do e ca çè molte cime de canpanili e case e camini e la glesia de / Se(n) Baseio e fo sì gran spave(n)to che quaxi tuta la çe(n)te pensava d(e) morir e no st(e)te / la tera de tremar cerca dì XL e può driedo questo come(n)çà una gran mortilitad(e) / e moria la çe(n)te d(e) diverse malatie e nasio(n). Alguni spudava sangue p(er) la boca e âlguni / vegniva glanduxe soto li scaii e ale lençene e âlguni vegnia lo mal del carbo(n) p(er) le carne e pa / reva che q(ue)sti mali se piase l’un da l’oltro, çoè li sani dal’infermi (et) era la çe(n)te i(n) tanto 10 spav / e(n)to che ‘l pare no voleva andar dal fio, né ‘l fio dal pare e durà q(ue)sta mortalitade cerca mexi / VI e sì se diseva comuna me(n)tre ch’el iera morto be(n) le do parte d(e) la çe(n)te d(e) Veniexia et i(n) q(ue)sto te(n) / po se trovà eser vardia(n) d(e) q(ue)sta Scola miser Piero Trivisa(n) d(e) Barbaria e vivè cerca mexi II e morì / ello e cerca X di soi (con)pagni e co(n) plu de CCC de q(ue)li d(e) q(ue)sta Scola e fo la Scola in gran derota e / può a dì XX d(e) çugno fo fato vardian miser Iacomo Bon dala Çudecha. Ancora in questo 15 ano / ave li fedel cristiani una grandisima garcia da miser lo Papa, che in çascaduna parte / ch’eli moria contriti deli soi pecadi, dal dì dela Asension de Cristo infina al dì de / Senta Maria Madalena, sença pena andese ala g(l)oria de vita eterna ala qual sì nde / con(du)ga lo onipote(n)te Dio, Pare e Fiol Sp(i)ri(t)o S(an)c(t)o, lo qual vive e regna in s(e)c(u)la s(e)c(u)lor(um), amen“. (2)

Traduzione: In nome di Dio eterno e della beata vergine Maria. Nell’anno 1347 (more veneto) dell’Incarnazione del nostro Signore messer Gesù Cristo, il 25 gennaio, festa della Conversione di San Paolo, verso l’ora del vespro ci fu un gran terremoto a Venezia e quasi dappertutto nel mondo; caddero le sommità di molti campanili, di case e di camini e la chiesa di San Basilio; fece tanta paura che quasi tutti credettero di morire; la terra continuò a tremare per circa 40 giorni; e finito questo cominciò una grande pestilenza, moriva la gente di diverse malattie e di diverse nazioni. Alcuni sputavamo sangue per la bocca, altri avevano bubboni sotto le ascelle e agli inquini, alcuni avevano il carbonchio, e sembrava che questi mali si trasmetessero l’uno dall’altro, cioè i sani dagli infermi, per il tanto spavento il padre non voleva andare dal figlio, nè il figlio dal padre, e durò questa pestilenza 6 mesi, e si diceva che era morta 2 terzi della popolazione. In questo tempo era guardiano di questa scuola mesier Pietro Trevisan dalla Barberia il qual sopravisse per 2 mesi e poi morì con 10 dei suoi compagni e con più di 300 compagni di questa Scuola e poi al 20 di giugno fu fatto guardian mesier Bon dalla Giudecca. Il papa concedeva l’indulgenza plenaria per tutti i fedeli che si pentivano dei loro peccati, dal giorno dell’Ascensione al giorno della Maddalena. (3)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 21 luglio 1923

(2) https://www.treccani.it/enciclopedia/la-lingua_(Storia-di-Venezia)

(3) ConoscereVenezia

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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