I Turchi al servizio della Repubblica di Venezia, dai Diari del Sanudo
Il 14 maggio 1509 Venezia subiva la pesante sconfitta di Agnadello o Ghiaradadda che metteva un pericolo la sua stessa esistenza e gettava tutti i suoi sudditi nel più profondo sconforto. Il governo della Repubblica valutò con realismo la situazione e cercò di mettere in atto tutti i provvedimenti ispirati dalle necessità del momento.
Il 18 maggio, in Senato, si deliberò di mandare sier Girolamo Zorzi, il quale era amico del Sangiacco di Bosnia, per aver l’aiuto di 5 o 6 mila turchi, ma sier Antonio Trun, Savio del Consiglio, disse “che è mal a chiamar turchi, aspetemo quel vorà far il papa e il re di romani“, e chiese di revocare “pro nunc” la proposta, e fu deciso di soprassedere.
Il 12 giugno il baylo di Costantinopoli, sier Andrea Foscolo, scrisse al Consiglio che il sultano era venuto a conoscenza della sconfitta veneziana e dolendosi di questa cosa si meravigliò che Venezia, che aveva tante potenze contro, non avesse chiesto aiuto alla Sublime Porta, e che il signore dei turchi si offriva di aiutare la Signoria, per mare e per terra. In realtà il sultano temeva che una volta in Italia gli eserciti cristiani, e anche Venezia, si sarebbero coalizzati contro gli stessi turchi. L’aiuto offerto dai turchi inquietò non poco il Papa che aveva ideato la Lega di Cambrai contro Venezia. Il Senato ritornò invece all’idea originaria di chiedere l’aiuto dei turchi (turchi per il Sanudo erano tutti i sudditi dell’Impero Ottomano) del Sangiaccato di Bosnia.
Nel agosto del 1509, il Consiglio dei Dieci graziava Jvanis Nenadich, conosciuto come Vanissa o Vannis, vaivoda (condottiero) di Poglizza (un territorio veneziano semi autonomo nell’entroterra di Spalato), il quale si era reso responsabile di disordini ai danni della Repubblica, imponendogli il vincolo di difendere i domini della Serenissima dai collegati. Il 5 settembre 1509 il Vanissa era già a Padova con alcuni cavalli e un buon numero dei suoi uomini, tutti turchi bosniaci, a difesa della città contro gli assedianti imperiali e francesi.
Nel marzo del 1510 ritornato in Dalmazia per assoldare altri 250 turchi, fu fermato da chiacchiere malevoli che lo accusarono di reclutare i turchi per poi ucciderli. Alvise Capello, proveditor di Almissa e Poliza, fu costreto a mandare il suo cancelliere Stefano de Pascali fino in Turchia a dare fede al governo ottomano che si trattava di falsità. Il 2 maggio dello stesso anno Vanissa, arrivava al Lido con 80 uomini dei 250 promessi, si presentò in Collegio, vestito alla turchesca con una casacca d’oro, i suoi uomini con un cappello rosso in testa, e così si rivolse al doge: “sono venuto qui, juxta la promessa, menato tanti valenti homeni mi fradelli e più ne haria menati, ma li invidi han seminato in Turchia, che li voi far anegar et à busati li navilij, over tosegarli, tamen ò menà 80 cavali con li homeni qui presenti e servirò con fede e ben questa Signoria et aspeto altri cavali li verà drio“. Il 2 maggio 1510 arrivava a Venezia un’altra compagnia di turchi con due capitani Nasuf Oschadainovich e Grignol Dragonich di Poglizza il quale portava una vistosa pelle di lupo intorno al corpo.
L’11 maggio, accampato a Legnago, Vanissa ebbe modo di distinguersi subito contro i francesi che erano usciti da Verona per fare trasporto di vettovaglie, come racconta lui stesso in un lettera indirizzata ad Andrea Gritti Proveditor General in Campo dei veneziani: “sapi la vostra magnificentia che fesimo la cavalchada, a dì 11 dil presente e a li 15 fosseno a le man con li francesi, dove con la grasia di missier domene Dio, fossemo vincitori, e questo per la ventura di la vostra magnificentia. Ancora sappi quella de li francesi erano cavali 140, fanti erano 500, dove come trovasemo deboto li investissemo, e li mei turchi hanno tajado teste a li balestrieri e pedoni“.
A queste scaramucce ne seguirono altre, sempre nei pressi di Legnago, che terminavano sovente con l’uccisione di molti collegati. Il 29 maggio il Vanissa trovò nei pressi di Schio sette stratiodi di Mercurio Bua, che allora stava con gli imperiali, e tagliò loro la testa, poi sulla strada che da Thiene porta a Isola incontrò degli sbandati francesi e spagnoli, che tornavano da un saccheggio, li affrontò, e ne tagliò a pezzi 70. Il 3 giugno a Lisiera il Vanissa con i suoi turchi si scontrò con i francesi e ne uccise 150, il 13 giugno a Pozzo (nel vicentino) assaltò una colonna di collegati, che usciti da Vicenza erano diretti verso la Brenta a far bottino, e ne uccise circa 200. Il 26 giugno i turchi di Vanissa venivano sorpresi a Limena da uno squadrone di collegati e perdeva 25 uomini tra uccisi e prigionieri.
Cresceva intanto l’insofferenza dei contadini padovani e vicentini contro i turchi che erano violenti e causavano danni alle persone e alle cose, come prendevano qualche giovane la tenevano come meretrice, e il podestà di Padova ne impiccò uno che aveva violentato una donna, ma erano dei valenti soldati e la Serenissima se li teneva buoni. A Padova, in prossimità di San Giovanni di Verdara, due turchi ubriachi che rincorrevano un frate, vennero presi dai fanti veneziani che ne uccisero uno. Il 17 agosto il Vanissa mandò un suo messo al doge per dolersi dell’uccisione del turco che “fo spojà e lassa manzar il corpo dai cani“. Il 19 agosto il Vanissa venne in Collegio, in compagnia di otto turchi, per chiedere il permesso di ritornare al suo paese, dolentosi del suo compagno ucciso, ma venne rabbonito dal doge che gli fece aumentare il soldo, e gli affiancò un Provveditor di Turchi nella persona di Alvise Loredan. (2)
Il 3 settembre il Vanissa e il Loredan andarono a Montorio da dove, da sopra un monte, videro uscire da Verona 250 spagnoli, questi furono subito attaccati, e nello scontro i turchi ebbero solo due feriti. Il 26 settembre i turchi partecipavano, sotto il comando del Provveditor General Paolo Cappello, alla battaglia di Bevilacqua contro i francesi, nei pressi di Legnago, i quali ebbero 50 uomini d’arme, 100 arcieri e 30 fanti tra morti feriti o presi prigionieri, non si salvò nessuno “che pur uno non è rimasto, che porti la nova in Lignago, ma tuti restadi nudi su la campagna morti“.
15 ottobre 1510 il Vanissa andò in Collegio con i suoi compagni ed Alvise Loredan, la metà di loro voleva ritornare a casa, come dava loro la possibilità il patto sottoscritto con Alvise Cappello, proveditor di Almissa e Poliza, l’altra metà invece accettò di ritornaro al campo in Polesine. I circa 60 turchi rimasti in città, che si erano fatti ricchi con i soldi ellargiti dalla Repubblica, fecero numerosi acquisti prima di ripartire, Grignol Dragonich comprò “una veste di scarlato a manege dogal, fodrà di varo, per ducati 17, et se la messe atorno, e la vol portar in li soi paesi; sì che di pelle di lovo à mutato in tal habito“. I turchi volevano anche “menar alcuni puti con loro, qualli andavano voluntarie, e li haria fati renegar, fo advertida la Signoria, et fonno mandati dextro modo a tuor ditti puti”.
Il Vanissa con i turchi che gli rimanevano andò al campo di Ficarolo dove probabilmente svernò in un inverno registrato dagli storici come particolarmente freddo. Nel marzo 1511 con la sua compagnia di 70 cavalli, a San Felice (sul Panaro), fronteggiò i francesi e nello scontro, vennero uccisi 120 fanti e ne vennero catturati altri 30, che furono consegnati al Duca Urbino Francesco Maria della Rovere. (3)
Il 23 aprile il Vanissa ritornò a Venezia con pochi dei suoi, alloggiò in casa di sier Zaccaria Loredan, a San Canzian, e il 25 aprile, festa di San Marco, partecipò alle solenne funzioni per il santo vestito con una casacca d’oro, nei giorni successivi ritornò a Poglizza con l’intenzione di arruolare altri bosniaci. Per questo il 15 luglio partì da Chioggia la galea del sopracomito sier Antonio Lion, con i soldi destinati ai bosniaci arruolati dal Vanissa, e furono spediti anche tre arsilii (navi da carico e trasporto truppe) per andarli a prenderli a Spalato, ma gli arsilii una volta arrivati in Istria tornarono indietro vuoti.
Il 14 settembre 1511 venne a Venezia, da sier Alvise Loredan, un cancelliere del Vanissa, con la notizia che il Vanissa voleva condurre sua moglie e i suoi figli a Venezia con 1000 cavalieri turchi. Il 30 dicembre, il conte di Spalato, sier Andrea Baseggio, informava il Consiglio, che il Vanissa dopo un pranzo che aveva avuto con il conte di Clissa lo amazzò. Nel gennaio del 1512, sempre il Baseggio, informava che il Vanissa era stato ucciso dai suoi stessi compaesani. (4-5)
Con la morte Jvanis Nenadich detto Vanissa finiva l’avventura dei turchi bosniaci al servizio della Serenissima.
(1) Marin Sanudo. I Diari. Volume 8; (2) Marin Sanudo. I Diari. Volume 10 (1 Marzo 1510 – 31 Luglio 1510); (3) Marin Sanudo. I Diari. Volume 11 (1 Agosto 1510 – 28 Febbraio 1511); (4) Marin Sanudo. I Diari. Volume 12 (1 Marzo 1511 – 30 settembre 1511); (5) Marin Sanudo. I Diari. Volume 13 (1 Ottobre 1551 – 28 Febbraio 1512)
FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.



















































































