La famiglia e il palazzo Lin a San Samuele, nel Sestiere di San Marco
Il massiccio palazzo sul Canal Grande a San Samuele, chiamato nel Seicento “il palazzo delle tredici finestre“, oggi comunemente conosciuto con il nome del Moro Lin, era stato costruito su disegno di Sebastiano Mazzoni per ordine del pittore Pietro Liberi, nato a Padova nel 1605 in umile condizione ma diventuo ricco con il suo lavoro e con la prospera fortuna. Morto il Liberi nell’ottobre del 1687, suo figlio Francesco sperperò e dissipò la sostanza paterna nel gioco, nel lusso e con le donne, tanto che nel 1695 si trovò costretto a vendere il palazzo e compratori furono i patrizi Lin che abitavano allora a San Silvestro.
Era la famiglia Lin nel 1656 venuta da Bergamo nelle lagune per vedere se poteva nella Dominante trovare occupazione e sbarcare il lunario e difatti i due fratelli Marco e Girolamo, di poca istruzione ma di grande energia, trovarono subito lavoro: il primo servente in una macelleria a San Stefano, l’altro, il più anziano, come garzone nella drogheria di messer Luca all’insegna “de l’Anzolo d’oro” vicino al Ponte de Rialto.
E Girolamo fece la fortuna della famiglia, poiché dopo qualche anno mercè la sua condotta e l’opera attiva ed efficace, ebbe in moglie dal padrone, ormai ricco e vecchio, la sua unica figlia Amaltea e in doto la bottega, che era poi un bottegone ricchissimo di qualsiasi genere di spezie e di mercanzie.
Sotto l’impulso fattivo dei due giovani sposi, il negozio prosperò maggiormente: era una pioggia incessante di ducati e un rinnovarsi continuo nei vasti scaffali di spezie, di droghe, di aromi, tanto che dopo trent’anno di quel felice commercio Girolamo Lin diceva alla moglie: “Ti vuol essere patricia?“, “Si ben!” rispose sorridendo Amaltea, e Girolamo regalò alla Repubblica i soliti centomila ducati e la famiglia Lin venne inscritta nel Libro d’oro, un tempo tanto gelosamente tenuto dagli Avogadori di Comune.
E così i Lin divennero patrizi come tante altre famiglie plebee di quell’epoca, assunte al titolo nobiliare per denaro ma disprezzate dalla vecchia aristocrazia, mentre la satira anonima in versi e in prosa colpiva senza ritegno questi nuovi ricchi che entravano in Maggior Consiglio: “fassendose patrizi per denari, vodi nel cervel come somari” .
Qualche anno più tardi la famiglia Lin comperò dal Liberi “el palazzo delle tredici finestre” a San Samuele, vi costruì il piano superiore d’ordine corintio e vi andò ad abitare arredandolo sontuosamente. Nella sua nuova condizione la famiglia patrizia non emerse certamente, la toga nobiliare aveva soffocato le belle doti mercantili e gli antichi garzoni di bottega ccercavano di emulare gli aristocratici di vecchia data nel lusso e nelle avventure appropriandosi tutti i difetti senza parteciare a quelle virtù che in molti di loro non erano ancora scomparse.
Verso il 1742, troviamo accennato nelle Memorie di Giacomo Casanova un Girolamo Michele Lin invischiato in una avventura d’amore non troppo onorevole. Egli, ormai sessantenne e vedovo della nobildonna Anna Colleoni, si era perdutamente innamorato di una ballerina del teatro di San Benedetto, tale Rosa Grizellini detta la Tintoretta perché suo padre faceva il tintore in Calle Priuli presso le Chiovere di San Giobbe.
La Tintoretta abitava a San Giovanni Grisostomo, in una casa dell’abate Grimani, e il nobilomo Lin, spinto dalla sua passione senile, con singolare larghezza le faceva le spese, che non erano poche, mentre la bella danzatrice si divertiva con l’amante del cuore, un giovane medico, Lorenzo Righelini, amico e compagno del Casanova. Il maturo innamorato vedeva, sospirava e pagava e nelle stanze del palazzo “delle tredici finestre” erano quasi giornaliere le liti tra lui, il fratello Angelo e la sorella Elisabetta per lo spreco di denaro e per lo scandalo specilamente quando il patrizio parve deciso a sposare la Tintoretta.
La morte troncò il brutto progetto e nel 1754 la famiglia Lin era estinta nella sua linea maschile, rimaneva soltanto donna Elisabetta, maritata nel 1748 col patrizio Gasparo Moro, per cui il palazzo a San Samuele passò loro in eredità e prese da allora nuovo battesimo, il nome di Palazzo Moro Lin che gli rimase come tradizione fino ai nostri giorni sebbene sia stato venduto e rivenduto a diversi compratori. (1)
(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 1 marzo 1931.
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