La famiglia e il palazzo Celsi a Santa Ternita, nel Sestiere di Castello

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Palazzo Donà Celsi. Sestiere di Castello

La famiglia e il palazzo Celsi a Santa Ternita, nel Sestiere di Castello

Era una famiglia antichissima; si crede venuta da Roma a Ravenna e poi a Venezia nel breve periodo tribunizio che corre tra il 737 e il 742 tra i due dogi di casa Ipato, Orso e Teodato. Di questa famiglia, che prometteva molto ma che dette ben poco, più volte si occuparono le cronache veneziane facendo attraverso i fatti, risaltare nei suoi componenti una grande superbia accoppiata ad una albagiosa prepotenza che la fece odiare dal popolo e schivare dal patriziato.

Si narra che con i Sagredo fondasse la Chiesa di Santa Ternita sotto il dogado di Piero Barbolano e nel 1268 aveva in quella contrada il suo palazzo la cui facciata si vede anche oggi dal ponte “della Scoazzera” sul Rio de Santa Ternita in parrocchia di San Francesco della Vigna. Oltre il palazzo possedeva parecchie case “et dei Celsi erano i contigui locali fino allo odierno rivo detto delle Gorne, anzi un piccolo vacuo di strada in quella località conserva tuttora il nome di corte di ca’ Celsi

Nella seconda metà del secolo decimoterzo un tale Nicolò Celsi fu fatto procuratore di San Marco e nel 1361 Lorenzo Celsi, con certi raggiri, venne eletto doge, uomo ambizioso, superbo e prepotente di cui alcuni cronisti scrissero alla sua morte, avvenuta dopo appena quattro anni di dogado, “essere stata molto apportuna perchè egli recando ad effetto li suoi pensieri, saria incorso nella stessa pena e nella stessa infamia del Falier“.

Alla nomina del Celsi, si vide suo padre a Palazzo Ducale senza berretto o senza cappuccio affinchè non dovesse levarselo quando incontrava il figlio doge che riputava a lui inferiore. E Lorenzo per ripicchio, non potendo comandare al padre per quella mancanza di convenienza, pensò di porre sul suo berretto una croce e ne fece avvertito il genitore il quale inchinandosi non tralasciava di dire: “Saluto la croxe, ma non mio figlio“.

Così questa famiglia litigiosa e prepotente alla morte di Lorenzo, quasi per un tacito accordo del patriziato, fu tenuta in disparte e il popolo della contrada di Santa Ternita ne raccontava di belle sul suo conto: servi bastonati, lotte famigliari, acerbe contese con i patrizi Dalle Boccole confinanti con il palazzo Celsi, dispute con i patroni dell’Arsenal per le loro case sul Rio de le Gorne, tutta una sequela di liti e di rancori. Il Consiglio dei Dieci qualche volta s’intromise, condannava anche ma non acquietava la turbolente famiglia che pareva di generazione sempre più invasata da uno spirito maligno e torbido.

Nel 1643 si legge in un certo codice della Marciana: “Iacomo Celsi fu homo prepotente, insolente et teneva la contrada di santa Ternita sempre inquita. Arrivò a segno che havendo tolta la donna a sier Alvise Barbaro quondam sier Iacopo et lui de disperation avendolo ferito in Piazza con una coltellata sul collo, fo ripreso dal Consejo di Diese il proceder del Celsi e non del Barbaro et fo condannato il Celsi, e questo Celsi anco fece trucidare un povero sartor perchè voleva il suo, onde scoperto et fuzito fo bandito in vita con grossa taja“.

L’ultimo di questa strana famiglia, che si estinse nel 1789, fu un tale Francesco Maria quondam Angelo che contrasse matrimonio con la nobildonna Marina Barbarigo di Marco Antonio della contrada “dell’Anzolo Raffael“. Non ebbe figlioli, ma la sua ereditaria prepotenza la volle esercitare sulla sorella Silvia che fece richiudere per forza nel convento del Sepolcro sulla Riva dei Schiavoni, condotto dalle Terziarie di San Francesco. La poveretta non si decise giammai a pronunciare i voti e soltanto alla morte del fratello potè uscire dal chiostro e maritarsi aon il patrizio Zuane Girolamo Rossi della contrada dei Gesuiti. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 7 febbraio 1930.

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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