La famiglia e il palazzo Garzoni a San Samuele, nel Sestiere di San Marco
Originaria di Lucca, la famiglia Garzoni era emigrata nel 1237 a Bologna, ma ben presto attratta dalla gran fama commerciale di Venezia, si trasferiva nelle lagune dove Zuane, il capo della famiglia, aprì a Rialto un pubblico “banco de scritta appresso la chiesa di san Giacometto“.
Il banco prosperò e alle prime ricchezze la famiglia ne aggiunse delle nuove, tanto che nella guerra per il possesso di Ferrara avvenuta nel 1308 tra i Veneziani e le truppe di papa Clemente V, i Garzoni misero in campo quaranta soldati tutti a loro spese per difendere i diritti della Repubblica.
Settant’anni più tardi nella famosa guerra di Chioggia contro la prepotenza Genovese armò una galera e su quella un Gaetano, un Andrea e un Giacomo Grazoni fecero prodigi di valore meritando gli elogi di Carlo Zeno reduce dalla vittoria di Brondolo.
La famiglia abitava dapprima a San Cassiano, poi passò in Campo San Polo e appunto a San Polo le venne il decreto del Senato che l’accoglieva nel Maggior Consiglio per le sue tante benemerenze verso la terra di San Marco. Grandi feste, e il banco a Rialto, addobbato con gran caudate, regalò per tre giorni ai poveri della contrada due marchetti ciascuno, circa venti soldi, e due pani grandi di buona farina.
Gli affari dei nuovi patrizi prosperavano e nella prima metà del Quattrocento, abbandonando la casa di San Polo, si fecero costruire il palazzo Garzoni al traghetto di San Samuele che prese fin d’allora il nome del palazzo; bella costruzione gotica il cui primitivo disegno venne poi alterato dai ripetuti restauri pur mantenendo intatta la costruzione interna che ancora oggi si ammira per il suntuoso scalone, le splendide sale e la logica ubicazione delle stanze.
Ma negli ultimi anni di quel secolo, con le guerre, i commerci ridotti, le carestie, l’erario della Repubblica era agli estremi, i capitali privati per maggior garanzia s’impiegarono tutti in beni immobili ritirandoli dai banchi e i banchi presi alla sprovvista si trovarono in gran dissesto e cominciarono allora i fallimenti.
Primo fu il banco del Lippomano, seguì quello dei Priuli, l’altro dei Soranzo e alla fine quello dei Garzoni e Zuane Jacopo Grazoni chiudendo piangente agli sportelli esclamava: “Non posso più! Li cattivi tempi, la ruina dello Stato è sta causa et non li miei manchamenti, ma ho cavedali (capitali) da pagar tutti et pagherò“. E difatti pagò e sier Alvise Corner raccontando in Senato le disgrazie di casa Garzoni conclude: “Li Grazoni son brava zente nostra!“.
Il colpo fu grave, ma non si scoraggiò sier Jacopo il quale ebbe il conforto prima di morire, verso il 1532, di vedere che le condizioni finanziarie della famiglia, sebbene lentamente, pure andavano migliorando, e morendo raccomandò ai figli “gran economia, non lussi, non feste, ma serietà de costumi et sempre amor garndo a san Marco“.
L’ascoltarono i figli e come ordine indiscusso le parole del moribondo passarono di nipote in nipote e la famiglia Garzoni abbe nel Seicento un Andrea, avvocato di grido e scrittore elegante, un Giovanni poeta, oratore e pronipote per parte di madre di Torquato Tasso, un Piero Grazoni, storico non senza pregi ed un Girolamo soldato valoroso che nell’infausto assedio di Negroponte fatto nel 1688 dai Veneziani, sebbene colpito da una palla di fucile nel perro continuò invocando San Marco sotto i colpi delle scimitarre turchesche. E Piero Garzoni, ricordando l’ammonimento dell’avo, nel 1695, dopo l’abbandono di Scio, tuonava in Senato contro il decadimento degli ordini militari, contro le disobbedienze, contro le timidità “di povere femene et non di soldati“.
Quando la Repubblica cadde nel 1797 di questa famiglia, onesta e all’eccesso “marchesca” rimaneva sier Agostino Garzoni, ammogliato ad una Pisana Querini di Santa Maria Formosa, e un figlio Piero di trentadue anni nel quale la nobile famiglia si estinse.
(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 31 agosto 1930.
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