La famiglia e il palazzo Odoni, Andrea Odoni un mercante artista

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Lorenzo Lotto. Ritratto di Andrea Odoni (foto dalla rete)

La famiglia e il palazzo Odoni, Andrea Odoni un mercante artista

La famiglia Odoni era venuta a Venezia nella seconda metà del Quattrocento e ben presto con l’attività e il fiorente commercio delle spezie poteva accumulare un vistoso patrimonio.

Messer Andrea, capo della famiglia nel 1536, se era fatta costruire una casa in una delle parti più solitarie e più tranquille di Venezia, a San Nicola da Tolentino, sulla Fondamenta Minotto dal nome di una famiglia, giusta l’opinione di alcuni, venuta da Roma, e, giusta quella di altri, dall’Albania, ove anticamente si chiamava Minoxi, e la casa Odoni in pochi anni era divenuta un vero tempio di arte e di richezza.

La facciata principale della casa che guardava sulla fondamenta era stata dipinta a fresco da Girolamo da Treviso il giovane, buon pittore formatosi alla scuola fiorentina e romana, che vi aveva ritratte liete storie motologiche: Giunone, bella e formosa, librata fra le nuvole; Cerere fra gli amplessi di Bacco; Apollo e Pallade e le Grazie. Tutto intorno al vasto cortile vi era uno splendido fregio di putti dalle carni morbide e vellutate, dalle movenze graziose e biricchine, mentre nel mezzo della corte grandi vasi d’argilla scultoriamente lavorati contenevano piante rare di paesi lontani.

Andrea tra le occupazioni del suo attivo commercio prodigava nell’arte le bene acquistate ricchezze e all’eleganza esteriore della squisita fabbrica corrispondeva quella dell’interno, né, diceva l’Aretino nelle sue lettere, amico e ammiratore di Andrea Odoni, “vi poteva esser principe che havesse così ricchi et soffici letti, così rari et precisi quadri, così regali abbigliamenti et addobbi“.

Andrea, innamorato della sua casa dove passava tutto il suo tempo reduce dagli affari, aveva per essa tutte le cure e per essa aveva fatto tesoro di cento e cento cose di un gusto squisito; aveva comperato famosi quadri del tempo e belle statue antiche tra le quali una vecchia figura marmorea amorosamente copiata e studiata da uno dei maggiori maestri dello scalpello, Tulio Lombardo, e una Santa Caterina che abbraccia il Bambino; aveva comperata la Trasfigurazione di San Paolo di Bonifacio Pitati, veronese, pittore ottimo, vario e attraente, e un ritratto di fanciullo trovato tra le robe abbandonate da Carlo VIII alla battaglia del Taro, e vasi antichi e medaglie, gemme e porcellane, vecchi marmi e vecchi bronzi di cui parecchi venuti dai paesi d’Oriente.

Il Sansovino, l’Aretino e il Tiziano erano anici di casa e spesso verso il tramonto visitavano messer Andrea che li accoglieva ridente e festoso insieme al nipote Rinaldo e a Paolo Manuzio figlio del grande Aldo, anch’egli tipografo ed erudito valentissimo, che aveva sposata Margherita Odoni sorella di Rinaldo.

In quelle ore vespertine casa Odoni era tutta in festa; Tiziano raccontava del suo Cadore e della sua arte, Aretino scherzoso e mordace narrava di principi e re, Andrea, Rinaldo e Paolo ridevano e ribattevano la eloquanza satirica aretinesca, mentre Margherita, aiutata da due schiave, serviva frutta e dolci, vino e liquori. Sansovino il più delle volte era taciturno e ascoltava sorseggiando la sua prediletta malvasia.

Prima di partire, la famosa triade visitava i nuovi acquisti di messer Andrea ed era questo il momento più bello per lui, specialmente se Tiziano lodava e se Aretino confermava l’elogio.

Così trascorreva la sua vita Andrea Odoni, anima vera d’artista, contemplando e studiando i suoi vecchi marmi, i suoi quadri, la bella raccolta di gemme e di bronzi, e così lo ritrasse Lorenzo Lotto, celebre nei ritratti, nel magnifico dipinto conservato oggi nella galleria di Hampton Court.

Questo era il secolo d’oro, il secolo dello splendore veneziano e artisti come l’Odoni erano anche altri mercanti trasferitisi nelle lagune: Martino d’Anna che acquistato il palazzo Talenti, al traghetto di San Benedetto, ne fece pitturar la facciata dal Pordenone; Giovanni Ram che aveva le stanze adorne di quadri del Giorgione, del Tiziano e di Vincenzo Catena; Leonardo Mattioli conoscitore profondo di sculture e di gemme.

Ma con la decadenza i nipoti vendettero tutto per lucro e quei tesori d’arte, raccolti con tanto intelletto d’amore, si dispersero la più gran parte nei paesi stranieri. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO. 27 luglio 1930

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