Elena Lucrezia Corner Piscopia, prima donna laureata del mondo

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Sebastiano Bombelli. Ritratto di Elena Lucrezia Cornar Piscopia. Mantova, Palazzo d’Arco

Elena Lucrezia Corner Piscopia, prima donna laureata del mondo

Elena Corner Piscopia nacque il 6 giugno 1646 da Giovanni Battista e Giovanna Corner, detti Piscopia dal nome di un feudo che i loro maggiori avevano tenuto nell’isola di Cipro.

Gli indizi, che lampeggiavano del suo ingegno, fecero che con solerte cura si attendesse ad erudirla. Da un Valier e da un Bartolotti fu avviata al latino, da un Fabris al greco. Morto il Fabris, gli successe l’abate Luigi Gradenigo, greco di nazione, e pubblico bibliotecario. Oltre il greco e il latino, ella sapeva l’ebraico. Delle lingue moderne conosceva la spagnola e la francese, ed aveva qualche tintura dell’araba.  

Dagli studi delle lingue e della musica passò a quelli delle scienze. Nella filosofia, o, come dicevano, nella dialettica, udi privatamente Carlo Rinaldini, gentiluomo anconitano, che n’era primario lettore in quella Università. Finito il corso, per volere del padre, prese la laurea nel giugno 1678: aveva trentadue anni. La ottenne a voti unanimi dopo avere nella cattedrale, a lato all’altare della Madonna, in presenza di più migliaia di persone, esposto il testo del filosofo.  Doveva laurearsi anche in teologia, che aveva studiata sotto un certo Marchetti da Camerano; ma perchè donna, e secondo San Paolo mulieres non docent, o per una malattia sopravvenuta, il pensiero non ebbe effetto.  

Già da fanciullina si mostrava aliena dalle vanità del mondo. Giovanetta, non prendeva parte volontieri alle gale e feste di casa: e quando, adulta, andò a stare a Padova, non si valeva che raramente della carrozza; andava il più a piedi; gli argenti non metteva fuori se non alle visite del padre; e del suo assegno spendeva la massima parte in elemosine ed altre opere di pietà.  Aveva fatto voto fin da giovanetta di non prender marito, e l’attenne. Non potendo altro, sotto l’abito secolare vesti quello di San Benedetto, osservandone le regole al possibile nella propria casa, visitando le chiese di quell’Ordine, e soscrivendosi nel carteggiare con quei padri: Elena Scolastica, essendo questo secondo il nome che aveva deliberato di prendere quando le fosse concesso di professare.

La naturale infermità, l’intensità dello studio, la rigidezza della vita rincrudirono in Padova le malattie cominciate in Venezia. Ella soffrì costante il malore, ed attese rassegnata la morte. Implorava di essere sotterrata senza veruna pompa e con l’abito di oblata benedettina.  Spirò a trentotto anni, il 26 luglio 1684, e le fu fatta la cassa, siccome ella aveva detto, del legno di un cipresso che seccò quando ella venne a morte, e che ella in addietro aveva svolto il padre dal tagliare come albero caro a lei e alla madre.

Le esequie, celebrate in Santa Giustina, furono splendidissime. Alla veste benedettina fu sovrapposta la mozzetta di pelle, segno del suo dottorato. Due ghirlande se le intrecciarono alla fronte, una di gigli per denotare la sua verginità, l’altra d’alloro per la sua dottrina. Sulla bara erano libri ed emblemi delle varie scienze ed arti da lei professate, chr erano tutte. Le botteghe eran quasi tutte chiuse, come in pubblica calamità. Altre città italiane consentirono al lutto.

Le fu posta nell’Università una statua che la rappresenta seduta. Il padre Bacchini nel 1688 ne diede, a Parma, la vita e una raccolta di alcune sue opere. (1)

(1) Eugenio Camerini. Donne Illustri. Stabilimento Garbini Milano 1870
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FOTO: Alfonso Bussolin e dalla rete. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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