La famiglia Albrizzi
Erano mercanti Greci abitanti in Venezia, dove trafficando si erano arricchiti, in modo che i figli di Maffio Albrizzi furono aggregati, potendo offrire alle pubbliche indigenze per la guerra di Candia i 100 mila ducati, e ricevere in ricompensa la nobiltà patrizia, che fu loro conferita dal Senato e confermata dal Maggior Consiglio il 31 maggio del 1667.
Le fortune della casa furono poi accresciute da Giovanni Battista Albrizzi uno dei fratelli, con il prodigioso fortunato negozio, ma più con la professione d’avvocato, che esercitò con gran frutto in tempo in cui la morte levò al foro i migliori soggetti. (1)
Il palazzo degli Albrizzi, che apparteneva alla famiglia cittadinesca dei Bonomo, fu costruito verso la fine del secolo XVI e ceduto agli Albrizzi, una metà (forse il piano nobile) nel 1648, l’altra metà nel 1692. Il vecchio palazzo del cinquecento, fu, nell’interno, completamente trasformato dalle fantasiose e magnifiche decorazioni seicentesche, ordinate certamente dopo il 1667, nel quale anno la famiglia Albrizzi fu inscritta nel Libro d’oro.
Difatti le insegne degli Albrizzi nel gran salone centrale, e le cornici di stucco intorno alle belle allegorie, dipinte dal Liberi, appartengono alla stessa età di quelle pitture, cioè circa il 1670. Gli stucchi sono grevi e pesanti, ma chi giudica l’arte in relazione alle idee del tempo deve pensare quanto ingegno e quanta eleganza di gusto dovessero avere quegli artefici, che seguirono gli esempi di Alessandro Vittoria.
Testo della supplica fatta dalla famiglia Albrizzi al doge Domenico Contarini:
Serenissimo Principe. Quando ardono di guerre infide i Regni alla Patria non è buon suddito quello, la cui fedeltà non s’accende à consacrare con generosa rissoluzione alle pubbliche urgenze le fortune e la vita. All’hora che già molti anni, il serpe d’oriente gonfiate con mortiferi fiati barbare vele strisciò à spargere i suoi veleni in Creta, caduti gli impeti primi sopra la Canea, Antonio zio paterno di noi Gio:Battista, Antonio, Giuseppe e Alessandro fratelli quondam Maffio Albrizzi, che ci hà istruito della massima affettuosa, profuse per la salvezza commune à difesa di quella Città, il meglio delle sostanze della nostra Casa; cesse Canea al suo destino, et in un tempo crebbero l’ire, tra le le rissolute diffese del buon Leone onde si viddero ben presto trascorrere li Mari, da sempre vittoriosi legni della Serenità Nostra et Antonio sudetto, con pochi avanzi di nostre fortune, allestite poderose navi da guerra, donò per più Campagne gl’impieghi e rischij senza stipendio neruno à Vostra Serenità suo Gran Principe, et la girado finalmente di volontario soldato, esponendo se stesso à pericoli più temuti del Regno, sotto Candia nuovea con la spada ardita alla mano verso li Turchi, ferito rese l’anima religiosa, insieme con sangue. Ora corre già il quinto lustro dell’invitta Veneta resistenza, e tuctavia rinforza l’ostinata perfidia li suoi furori, nella lunga serie degl’anni suno stati tolti à noi i Progenitori dal cielo mà è rimasta ne’ cuori nostri hereditaria, nun meno, che e.. la fede, poiché mentre in Giuseppe, uno di noi fratelli, hà havuto la gloria di assiduamente impiegare nella Cancelleria la persona, tré nostre Navi nel tempo stesso destinate già da Maffio nostro Padre al servitio la prestano corraggioso pur anco e credito importante de’ Noli, resta inesato, con non picciolo rissentimento de’ nostri interessi. Manuale ad’ognaltro rispetto la Patria, e però con animo maggiore delle forze offerimo oseguiosi noi Gio:Battista e fratelli sudetti, in purissimo dono, al pie del Tesoro nostro sublime ducati 100 m e correnti, cioè 50 m in contanti efferimi da essere scritti in una sola partita nel 13 anco del c… e 50 m in crediti, da essere letti nell’Ecc.mo Senato. Principe generoso, et Augusto l’offerta contrasegna la devozione sincera degl’animi nostri, et il desiderio vivissimo d’a.. qui noi potessimo ripetere alcune delle memoria antiche e veraci di nostra honorata Famiglia, suddita di più secoli e genere.. della nostra grandezza, ma perché la congiontura de’ tempi richiede sussidij, e non Annali, si visitiamo in noi stessi, e giuriamo alla vostra sovranità per noi, e per i Posteri, gli homeni e le vite. Gratie (2)
Lo stemma degli Abrizzi si compone di una Rocca murata e marcata d’argento su campo azzurro, sormontata da due Torricelle parimente merlate, sopra le quali cammina un leone d’oro, che sostenta con la zampa destra una ruota d’oro.
(1) Libro dei Nobili Veneti ora per la prima volta messo in luce. Tipografia delle Murate. Firenze 1866
(2) Girolamo Alessandro Capellari Vivaro. Campidoglio Veneto. (manoscritto, metà degli anni ’40 del Settecento)
FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.



















































































