Le patere della Ca’ D’Oro, nel Sestiere di Cannaregio

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La Ca' d'Oro sul Canal Grande. Sestiere di Cannaregio

Le patere della Ca’ D’Oro, nel Sestiere di Cannaregio

Molto si disputò sull’origine del nome attribuito a questo palazzo, poichè alcuni lo vollero detto Ca’ d’Oro, cioè “casa dorata“, per le molte dorature esterne, di cui si conserva ancora qualche languida traccia, ed altri Ca’ Doro, cioè “casa dei Doro“, famiglia annoverata anticamente fra le nostre patrizie. Noi propendevamo altre volte per la seconda opinione, ma più ponderati studi ci fecero poi volgere alla prima.

Infatti, ben è vero che esisteva una legge del 29 gennaio 1287 M. V. per cui si concedeva la vendita di una casa della famiglia Doro, pervenuta fino d’allora in proprietà della Repubblica, ma nessuno sa dirci in qual contrada la medesima sorgesse. Inoltre, noi non ritroviamo nelle cronache alcun Doro da Santa Sofia, chè Marco Doro, il quale passò in Candia con la seconda colonia nel 1222, era da San Cassiano; l’altro Marco Doro, benemerito per aver portato da Costantinopoli a Venezia il corpo di San Teodoro sotto il doge Renier Zeno, era da San Salvatore; da San Salvatore era Andrea Doro, complice nel 1310 di Baiamonte Tiepolo; da San Salvatore un Francesco Doro che nel 1261, secondo il Barbaro, apparteneva al Consiglio, e mori nel 1329; finalmente da San Paterniano Maffeo Doro allibrato all’estimo del Comune nel 1379.

Dall’altra parte, il genealogista Priuli, parlando di Pietro Marcello figlio di Antonio, che visse sul finire del secolo XV, e che scrisse le vite dei Principi di Venezia, ha le seguenti parole: “Questo Pietro era detto dalla Ca’ d’Oro perchè acquistò per la moglie la casa dorata al di fuori di ca’ Contarini a S. Sofia, possedula hoggi (1630 circa) parte da s. Alvise Loredan uxorio nomine, e parte da s. Pietro Marcello fu de s. Zuane in primogenitura, palazzo fra belli della città bellissimo, sopra il Canal Grande“. E l’abate Teodoro Amaden, parlando di questo Pietro Marcello, cosi si espresse: “De domo aurea (de Ca’ d’Oro) nuncupabatur quod hanc domum exterius olim inauratam, ad S. Sophiam sitam, uxoris nomine possideret, et inhabitaret“.

Questi passi ci sembrano di un peso grandissimo cosi per precisare l’etimologia: del nome dato al palazzo, come per indicarci quale famiglia l’abbia anticamente posseduto, e quali trapassi di proprietà abbia esso subito fino circa alla metà del secolo XVII. Ed anzi tutto giova osservare che, quantunque Francesco Zanotto nelle sue annotazioni all’opera del Cicognara ed altri, intitolata: Le Fabbriche e i Monumenti cospicui di Venezia, creda che la Ca’ d’Oro fosse murata dal Calendario, giustiziato, come tutti sanno, nel 1355, pure il Selvatico nei suoi Studi sopra l’Architettura e Scultura di Venezia opina che nella fabbrica suddetta i profili e lo scalpello sieno molto lontani da quelli della facciata del palazzo Ducale, comunemente ritenuta del Calendario. “Scorgesi, egli dice, a primo colpo d’occhio in essi certa intemperanza rigogliosa, che dà indizio di epoche posteriori, quando cioè, lo stile archiacuto, per vaghezza di mostrarsi ricco, correva ad ammanierarsi”. Ne dubitò d’asserire posteriormente nella sua Guida di Venezia, compilata unitamente al Lazzari, che l’erezione della Ca’ d’Oro debba attribuirsi al secolo XV.

Svolgiamo adesso il genealogista Cappellari, ed impareremo che appunto fino dalla prima metà del secolo XV un Polo Contarini è detto da Santa Sofia; che Pietro di lui figlio viene chiamato dalla Ca’ d’Oro, e che la figlia di costui, unitasi in matrimonio nel 1484 a Pietro Marcello gli portò in dote il palazzo. Impareremo ancora che avendo Elisabetta Marcello, nata da Federico, nipote d’esso Pietro, sposato nel 1620 Alvise Loredan, la proprietà della Ca’ d’Oro era per tal ragione divisa nel 1630 fra Alvise Loredan, e Pietro Marcello figlio di Giovanni.

Da tutto ciò si vede in quale e quanto errore cadano coloro, che, sulla fede di uno stemma gentilizio, da essi attribuito alla famiglia Malatesta, e ritrovato, come dicono, nell’interno dell’edificio di cui è parola, vogliono che questa sia la casa donata dalla Repubblica nel 1503 a Pandolfo Malatesta in premio della cessione di Rimini. Anche prescindendo dal fatto che non si legge in alcun cronista avere i Malatesta posseduto casa a Santa Sofia, come nel 1503 la Ca’ d’Oro potrebbe essere stata donata ai medesimi, allorquando invece è provato che in quell’epoca essa apparteneva ancora ai Marcello, e che continuò ad appartenervi, meno la parte toccata ai Loredan, fin verso la metà del secolo XVII. Bensi dopo la metà di tal secolo passò nelle mani dell’altra patrizia famiglia Bressa, a cui successero i più moderni proprietari che per il nostro scopo è inutile di nominare. (1)

Nelle tre facciate della Ca’ d’Oro, rivolte verso la corte interna, sono infisse dodici patere e quattro formelle con simboli zoomorfici che possono essere così descritte nelle loro figurazioni: una patera con il bordo dentellato con un aquila con le ali dispiegate che ghermisce un leporide; una patera con due felidi addorsati con le teste affrontate; una patera con un uccello che becca sul capo un leporide (simbolo della forza divina che domina e vince la lussuria); una patera con due grifoni affrontati con i becchi congiunti sopra la testa di un uomo; una patera con due uccelli (trampolieri) affrontati con i becchi dentro un vaso; una patera con un quadrupede (elefante); una patera con due grifoni addorsati le teste affrontate; una patera con un uccello sopra un altro uccello; una patera con un felide che azzanna al collo un uccello (simbolo della forza divina che domina e vince); una patera con due grifoni affrontati sopra una testa; una patera con due grifoni affrontati sopra una testa; una patera con due uccelli affrontati sopra del fogliame; una patera molto corrosa con due grifoni affrontati (simbolo del Cristo e della sua doppia natura, divina e umana); una formella con due uccelli addorsati le teste affrontate sopra un albero e sovrastanti altri due uccelli con i colli attorcigliati; una formella con un felide (leone) che azzanna un cervide sovrastanti altri due felidi; una formella con due grifoni affrontati sovrastanti due felidi (leoni); una formella con degli uccelli, dei canidi e delle ramaglie; una formella con degli uccelli, dei canidi e delle ramaglie. (2)

(1) Giuseppe Tassini. Alcuni palazzi ed antichi edifici di Venezia. Tipografia Fontana 1879

(2) sul significato dei simboli cfr.: Giuseppe Marzemin. Le antiche patere civili di Venezia. Ferdinando Ongania editore Venezia 1937; Angelica Tonizzo e Maria Rosa Sunseri. Patere a Venezia. Tipo-litografia Pistellato Marghera-Venezia 1999; Espedita Grandesso. I portali medievali di Venezia. Edizioni Helvetia 1988.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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