Le Patere del Palazzo del Salvadego in Bocca de Piazza, nel Sestiere di San Marco

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Palazzo detto del Salvadego in Bocca de Piazza, nel Sesiere di San Marco

Le Patere del Palazzo del Salvadego in Bocca de Piazza, nel Sestiere di San Marco

Una fra le più antiche osterie veneziane era quella situata a San Marco “in chao di Piazza” chiamata qualche volta “del Salvadera“, ma più spesso “del Salvadego” probabilmente dal nome del suo primo proprietario.

L’osteria del Salvadego era tra gli alberghi del trecento, uno degli alberghi più ricchi, aveva grande profusione di marmi nelle scale, nelle finestre, nei pavimenti, e sebbene non ci fossero né latrine, né vasi da notte, né stufe, c’era pure la gentile consuetudine di abbellire con fiori le stanze.

Lo stabile di questa antica famosa osteria apparteneva alla famiglia cittadinesca Da Zara, forse un ramo lontano della nobile famiglia padovana venuta nella Dominante per ragioni mercantili, ma più tardi venne in proprietà dei patrizi Giustinian giacché in una vecchia cronaca della Raccolta Cicogna del secolo decimosesto, così si legge: “de questa casa fo l’osteria del Salvadego, fo in frezaria, andando a banda zanca, andando al cason, che adesso è de cha Zustinian“.

L’osteria fu chiusa, dopo cinquecento anni di attività, intorno al 1870. Lo stabile, di eredità in eredità, nel 1920 passò al dottor Giuseppe Avon Caffi, il quale nell’intraprendere i lavori di restauro alla facciata, rintracciò sotto l’intonaco la antica architettura dell’edificio, di squisito stile bizantino della fine del duecento, e volle, con nobile pensiero e fine senso d’arte, ridare all’antica casa del Salvadego tutta la sua primitiva bellezza. (1)

Nella facciata di Palazzo del Salvadego rivolta verso la Boca de Piazza sono infisse cinque patere con motivi zoomorfici, fitomorfici e antropomorfici, che si possono così descrivere nelle loro raffigurazioni: una patera con due arpie in groppa a due cavalli (le arpie secondo la mitologia greca erano creature mostruose, con viso di donna e corpo d’uccello, secondo alcuni autori l’arpia Aello era la madre di Balio e Xanto, cavalli immortali appartenuti ad Achille, generati con il vento Zefiro); una patera corrosa con due uccelli addorsati le teste affrontate e i becchi congiunti (simbolo della concordia); una patera bombata con motivi floreali; una patera con due uccelli con i colli attorcigliati (un’altro simbolo della concordia); una patera con due pavoni affrontati che si abbeverano ad una fontana (simbolo delle anime che si dissetano in Cristo). (2)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 16 novembre 1933.

(2) sul significato dei simboli cfr.: Giuseppe Marzemin. Le antiche patere civili di Venezia. Ferdinando Ongania editore Venezia 1937; Angelica Tonizzo e Maria Rosa Sunseri. Patere a Venezia. Tipo-litografia Pistellato Marghera-Venezia 1999; Espedita Grandesso. I portali medievali di Venezia. Edizioni Helvetia 1988.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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