L’intolleranza di don Ambrosio da Conselve, parroco del Dolo

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Palazzo Morosini del Pestrin. Santa Maria Formosa nel Sestiere di Castello

L’intolleranza di don Ambrosio da Conselve, parroco del Dolo

Il 4 agosto 1508 la famiglia Morosini di Santa Maria Formosa si recò per qualche giorno in una sua villa a Fossò, circa sei chilometri distante dal Dolo: c’era sier Francesco, dottor, cavaliere e avogador di comune, “so mojer Meneghina fiola de sier Alvise Morosini de sancto Aponal, et uno so fradelo Tomà Morosini“. I patrizi partirono con la barca di Fusina e presa poi la carrozza giunsero a Fossò verso mezzogiorno. Alla sera sier Francesco volle fare una mangiata di funghi e tutta la famiglia “con gran contentessa” mangiò e bevè.

Durante il pranzo vennero i Bragadin e i Garzoni del Dolo a salutare l’Avogador e la festa fu completa tra la più viva allegria. Ma purtroppo nella notte fra dolori atroci sier Francesco moriva, e verso l’alba era quasi moribonda la Meneghina e fuor di sensi Tomà Morosini. I famigli erano corsi in cerca di medici e alla fine venne da Padova domino Valerio Soperchio, celebre medico pesarese, il quale non potè che constatare la morte dei tre infelici, pronunciando che la colpa era stata “di funghi tossegati che in quantità erano in le terre di Fossò“.

I parenti accorsi stabilirono che i tre poveri morti fossero trasportati a Venezia con solenne pompa e il 7 di agosto il funebre corteo partì da Fossò con gran seguito di carozze, di ceri e di servi. Al Dolo si dovevano benedir le salme, ma il parroco don Ambrosio da Conselve si rifiutò, anzi fece chiudere le porte della chiesa dicendo che erano morti in peccato, poichè “nissun de lori in punto mortis si confessò nè comunichoe“.

Il corteo protestò, ma poi per rispetto ai defunti riprese il cammino verso Fusina, e soltanto dopo i funerali a San Zanipolo, sier Marco Morosini, nipote dei morti, corse da Checo Foscari, l’inquisitore, a narrare l’accaduto. Ne fu avvertito subito il patriarca di Castello che sospese a divinis per tre mesi il poco pietoso sacerdote, e lasciò poi che il Consiglio dei Dieci per suo conto lo bandisse dal territorio per due anni. “Cussì, conclude il Sanudo, fo punida la intollerancia di questo don Ambrosio, perché si li poveri morti non si confessono ne si comunichono fo credendo no haver mal de morir, et erano boni cristiani et boni signori di la terra. Iddio li doni requie“.(1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 17 ottobre 1926.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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