Giacinto Gallina (1852-1897), commediografo veneziano

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Salizada dei Greci (luogo di nascita di Giacinto Gallina) Sestiere di Castello

Giacinto Gallina (1852-1897), commediografo veneziano

Il 13 febbraio 1897, in una povera stanza di ospedale, circondato dalla donna che gli era stata fedele compagna di vita, dagli amici più cari, Giacinto Gallina, il fecondo commediografo veneziano, il continuatore di Goldoni, cessava di vivere. Fu giorno di lutto per Venezia, per l’Italia tutta, per l’arte drammatica; fu giorno di pianto per quanti avevano ammirato l’alto valore morale dell’opera di Giacinto Gallina, per quanti avrebbero desiderato che ancora per lunghi anni Giacinto Gallina fosse conservato all’ammirazione, all’affetto degli italiani, che a lui guardavano come all’astro maggiore del teatro nostrano.

Giacinto Gallina moriva a 45 anni dopo aver dato al teatro veneziano 25 capolavori. Eppure non era votato al teatro.

Il padre suo, un egregio medico veneziano, vista la sua indole irrequieta che sui banchi della scuola poco gli aveva fatto apprendere, aveva pensato di farne un buon suonatore di violoncello e di pianoforte.

Ma il Gallina, ribelle come tutti gli uomini d’ingegno, ai precetti d’una scuola, mal si adattava a strimpellare note per tutta la vita e sentiva l’ultimo bisogno di esplicare in altri campi più gloriosi la sua attività

Per dovere professionale frequentava ogni sera il teatro Apollo (l’attuale Goldoni) dove agiva nel 1870 la compagnia drammatica Bertini. Sul palcoscenico, allora trionfava il dramma romantico e il Giacometti e il Ciccone mandavano in visibilio con le loro concezioni artistiche le platee.

Il piccolo suonatore di violoncello sentì nascere in sé la vocazione di scrivere commedie. Con una vocazione potente quale egli aveva per il teatro il disegno fu naturale e compiuto.

Egli però non poteva smentire sé stesso e tutto infatuato come era del Guerrazzi, dell’Alfieri, del Foscolo, dei quali si compiaceva spesso di recitare dei brani, scrisse una commedia in tre atti dal titolo: Ipocrisia commedia che passò senza infamia e senza lode e che non ebbe l’onore di una replica.

Il mezzo successo seccò il giovanissimo autore che lo contrapponeva al successo ottenuto dalla Bozeta de l’ogio di Riccardo Selvatico che da 14 sere si replicava con il pieno favore del pubblico e gli cruciava la cattiva accoglienza fatta al suo lavoro che pure era scritto con intendimenti sociali.

A lui ripugnava, lo confessa in alcuni capitoli autobiografici, dedicarsi a questo genere d’arte che gli sembrava poco seria e voleva ottenere un successo con un dramma, perciò scrisse poco dopo Le ambizioni d’un operaio in cui è trattato il tema della mania di certa gente di dare ai figli una educazione sproporzionata alla propria condizione creando così degli spostati.

Ma neppure a questo arrise sorte migliore che alla commedia precedente ed anche questo lavoro, dopo la prima recita fu messo a dormire.

I tentativi del Gallina non sfuggirono all’acuto occhio di Angelo Moro Lin, il capo comico di cui è grande onore l’aver cooperato alla rinascita del teatro veneziano. Egli intuendo nel Gallina il grande autore futuro, lo consigliò di scrivere in dialetto.

Dopo molte fatiche l’esitanza del giovane commediografo fu vinta. Gli fu posto in mano un libro, per lui fino allora ignoto, le Commedie di Goldoni e dopo lungo attendere, dalla Famegia dell’antiquario Giacinto Gallina creò le Barufe in famegia che videro la luce della ribalta nel 1872.

L’evoluzione del più grande commediografo veneziano fu così compiuta; la sua carriera fu segnata perché il pubblico accolse come una rilevazione questo giovanile lavoro.

Pochi mesi dopo a questa commedia Gallina faceva succedere Una famegia in rovina già più matura, più solida, più consistente. In essa c’è qualche cosa di più della descrizione di un ambiente, c’è lo sfondo di un sistema che in 25 anni andrà svolgendosi fino ad affrontare il problema sociale.

Nessun va al monte e Le sirene al pozzo due cosettine leggere, senza pretensioni, due nuove splendide dipinture, che si direbbe fatte perché il pubblico si ricordi del suo autore, si rammenti che egli lavora, vedono la luce della ribalta nel 1873 e nel 1875. In quest’ultimo anno fu pure rappresentato El moroso de la nona, quel meraviglioso bozzetto popolare, nel quale la vita veneziana è ritratta così come in poche commedie goldoniane si trova.

Mentre la trasformazione dell’autore veneziano va compiendosi si direbbe che Gallina si innamora dei sentimenti che desta, delle lagrime che fa versare, dell’onda di tenerezza che diffonde nel pubblico ed insiste per vari anni nella via in capo alla quale sta El moroso de la nona, La chitara del papà e Zente refada ed una farsa in tre atti Tuti in campagna arriva ai Teleri veci nel 1877 ed agli Oci del cuor nel 1879. E’ già il lavoro psicologico che fa capolino e che lo dovrà condurre lontano, lontano negli ultimi anni della sua vita.

Zente refada trovò una critica ostile ed il Molmenti, come si dice in gergo teatrale, stroncò il lavoro, dicendo anche corna dell’autore.

Ma l’illustre critico veneziano fece ben presto onorevole ammenda. Non solo si strinse in cordiale amicizia con il Gallina, ma allorché egli venne a morire, e quale assessore dovette proporre al Consiglio comunale le onoranze funebri per il grande cittadino scomparso, egli così concluse la sua relazione: “A chi si chiedesse altre parole sull’uomo che meritò tanto consenso d’amore, l’ultimo nostro potrebbe rispondere come quell’ombra del Purgatorio di Dante: Va via … che mi diletta assai di pianger più che di parlare“.

Dopo i due lavori in cui è idealizzata la fedeltà antica di servi e gondolieri, Gallina donò al teatro Mia fia, L’amor in paruca, Gnente de novo e La mama no mor mai che si direbbe un ultimo addio al suo primo genere d’arte, al quale ha voluto lasciare questo idillio come un ricordo e ricompensa dei passati trionfi, dopo questa attività che si completa con Il primo passo Giacinto Gallina si raccoglie e tace. E per molti anni nulla più diede al teatro.

Certo che non tenendo calcolo di una commedia scritta in italiano per Gemma Cumberti; Così va il mondo bimba mia dopo otto anni nel 1868 annunziò al teatro quale era la sua nuova formula e l’annunziò con Esmeralda pur essa scritta in italiano. Era un solo atto e grande fu la delusione del pubblico; si attendeva da Gallina una commedia ed agli da un bozzetto!

Dopo due anni Gallina riprende il cammino per la nuova via e da Serenissima nel 90, Fora del mondo nel 91, La famegia del santolo nel 92, La base del tuto nel 94. In quattro anni quattro capolavori. La morte lo colse mentre stava scrivendo Senza bussola. In questa commedia di cui non scrisse che il primo atto, trattava una tesi sociale, metteva in scena un sacerdote, il primo, il solo che abbia posto nel suo repertorio, un uomo del Vangelo, sublime nella bontà, nella carità, nel sacrificio, un uomo che prima di parlare, di agire guarda in faccia a Cristo e si modella a lui.

Come altri personaggi delle sue commedie Gallina anche questo sacerdote ritrasse dal vero e l’uomo pio che egli avrebbe portato sulla scena è ancora ricordato a Venezia, particolarmente fra il popolo di Castello; era mons. Tommaso Ratti parroco di San Martino.

Anche il Nobilomo Vidal, una della più belle, più caratteristiche figure sbocciate dalla fantasia di Giacinto Gallina, è ritratta dal vero.

Chi potrebbe pensare a Serenissina senza il Nobilomo Vidal? Eppure la commedia che come quadratura è una delle più belle di Gallina, allorché venne rappresentata la prima volta a Roma mancava di quel personaggio sul quale, si può dire, essa si impernia.

La massima parte, dopo quella del protagonista, era affidata ad una donna, una signora americana. Il pubblico non ha fatto buona accoglienza al lavoro a Gallina, comprendendone le deficienze lo ritirò per ripresentarlo due sere dopo con il nuovo personaggio: il Nobilomo Vidal, creata da Benini. E’ questo personaggio che è, e rimarrà, uno tra i più noti e più popolari del Gallina, il cui intercalare: Megio de cussì no la podaria andar , è passato in proverbio anche fuori del Veneto è sbocciato dalla fantasia in una notte d’ansia, dopo un insuccesso ed ha costituito la fortuna della nuova commedia che ebbe un successo trionfale.

Quest’uomo modesto e buono, che molti dicevano un infingardo, aveva lavorato per un quarto di secolo scrivendo nel 25 lavori che ancora oggi, nella quasi totalità raccolgono il plauso del pubblico e della critica.

Eppure che l’ha conosciuto da vicino può ben dire che se non fosse stato affetto da un male che altri ingegni ha annientati, l’autocritica, ben di più avrebbe potuto produrre.

Non era mai soddisfatto dell’opera sua ed ogni nuovo lavoro era per lui una battaglia; attendeva, trepidante l’esito della prima rappresentazione e si compiaceva d’ogni successo come un autore novellino.

Modesto e buono quando nell’atrio del Goldoni fu inaugurato un suo busto, dopo d’aver tentato con ogni mezzo di schermirsi da questo meritato onore fu udito spesso ripetere che arrossiva a passare per l’atrio del teatro, perché si vergognava che la sua figura fosse stata posta accanto a quella del più grande poeta comico, accanto a quella della più grande interprete dei suoi lavori; Marianna Moro Lin.

Nonostante la sua grande, varia produzione teatrale Giacinto Gallina morì povero; trascorse giorni criticissimi, anche perché doveva provvedere ai bisogni della compagnia da lui fondata di cui era lustro e decoro un altro illustra scomparso: Ferruccio Benini.

Riccardo Selvatico che al Gallina si era stretto in fraterna amicizia, divenuto sindaco di Venezia, volle provvedere a togliere il Gallina dalle strettezze finanziarie e quando l’autore veneziano offrì alla sua città i copioni di tutti i suoi lavori, il Consiglio Comunale, accettando il dono, a lui decretava una modesta pensione annua. (1)

(1) Efisio Norfo. IL GAZZETTINO ILLUSTRATO, 12 febbraio 1922

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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