La Guerra di Candia (1645-1669). IV parte

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Pianta della Canea

La Guerra di Candia (1645-1669). IV parte

Ritardo nelle operazione dell’armata veneta per attendere quella degli alleati

Ma la Repubblica, quantunque non lasciasse di mandare rinforzi, si era pur fissa in mente di aspettare l’unione dell’armata per poter fare impresa d’importanza, e intanto il Proveditore generale da mar Girolamo Morosini scriveva il 25 agosto dalla sua galea da Parga, che mentre si avviava con le sue galee incontro a quelle del principe Ludovisio generale del papa, soprapreso da vento di tramontana per salvar l’armata aveva dovuto entrare in quelle acque, che chiamata consulta, rappresentato il bisogno urgente del Regno, la stagione avanzata, egli aveva opinato meglio essere il partito di operare prontamente con le forze che si aveva, che non aspettare ancora e dilazionare di qualche settimana, mentre, perduta questa occasione, i Turchi potrebbero rinvigorirsi in modo che ogni tentativo riuscisse insufficiente; essere l’armata veneziana costituita di venticinque galee sottili, competentemente armate, di quattro galeazze bene all’ordine, aver al Zante nove vascelli d’alto bordo, aspettarvisi tra giorni quelli di Livorno, onde in tutto sarebbero tredici, le milizie essere tremila seicento fanti effettivi, oltre agli altri che si troveranno al Zante, che egli mandava prontamente avviso della risoluzione presa di farsi incontro al nemico al principe Ludovisio, significandogli che quando fra cinque giorni non si trovasse al Zante, egli veneziano Proveditore, dovrebbe prendere da sé la direzione verso il regno, ed unirsi col Cappello alla Suda.

I Turchi s’impadroniscono di San Teodoro, morte eroica di Biagio Zuliani, e prendono la Canea

Infine il 29 novembre succedeva al Zante l’unione delle due armate, componendosi quella degli alleati di ventuna galere, cioè cinque del Papa, cinque di Toscana, cinque di Napoli e sei di Malta. Ma intanto i Turchi avevano sempre più avanzato i loro lavori d’approccio, prossimi ad impadronirsi del castello San Todero (Teodoro), il capitan Biagio Zuliani dopo vigorosa difesa, veduta ogni resistenza impossibile, diede fuoco al deposito delle polveri, volendo piuttosto di arrendersi morire generosamente coi suoi e con i Turchi che erano entrati. Padroni anche del castello San Dimitri, i Turchi stringevano sempre più la Canea, la quale nonostante il debole presidio eroicamente resisteva; alle intimazioni del pascià rispondeva il comandante Navagero con alti e nobili sensi. Ma ogni umana forza ha un limite, e dopo sostenuti molti tremendi assalti, e dopo che le mine avevano fatti molti sbrani alle muraglie, non vedendo mai giungere gli sperati e promessi soccorsi, inalberò la bandiera bianca il 22 agosto, opponenti tuttavia il capitano Morosini, il Barbaro, il Badoer e Catarino Corner figlio del Proveditor generale Andrea i quali sostenevano aver mezzi ancora sufficienti a tener fermo, e segnata una onorevole capitolazione che provvedeva alla sicurezza di quelli che uscivano e di quelli che restavano, raccolte le miserabili reliquie della ciurma avanzata dalle fatiche, dal ferro e dal fuoco, uscirono a bandiere spiegate, tamburi battenti, per imbarcarsi per la Suda.

Intimazione a Suda e degna risposta dei comandanti Minotto e Malipiero

La caduta della Canea riempì di terrore non solo gli altri luoghi dell’isola, ma i Veneziani e l’Europa. Alla notizia il Proveditor generale Girolamo Morosini lagnandosi che non si avesse voluto seguire il suo divisamento di avanzarsi tosto verso il regno, rinnovò più che mai le sue istanze al Ludovisio il quale volle tenere nuova consulta e mandar una feluca per aver esatte notizie della condizione dei Turchi. Questi, intanto, inorgogliti della vittoria, già volgevano i loro disegni contro alla Suda, ove si trovava il Cappello con le sue navi rimasto sempre ostinato nel non muoversi di là, vantando l’importanza somma di quel posto che egli diceva voler difendere agli estremi, ed ora invece col pretesto di provvedersi d’acqua si allontanò, sordo agli ordini del Proveditor Minotto, alle suppliche degli abitanti che per sfogo di dolore insultarono perfino col cannone la sua partenza. “Almeno, così scriveva il Cornaro, l’eccellentissimo Cappello giacchè ha preso partito di lasciare quel porto, si fosse per la via più breve dell’Arcipelago inviato ad unirsi con l’armata, senza andar accrescendo la disperazione dei medesimi popoli col far veder a tutti che abbandonava la loro difesa”. Difatti appena ebbe il Turco notizia di quella vile fuga che mandò al Proveditor Minotto, al Michieli e al Malipiero comandanti nei vari posti della Suda la seguente intimazione: “Questo sarà per avvisar a V. S. come il porto della Suda lo abbiamo bisogno per la nostra armata, poiché senza quello non potrete avere l’amicizia nostra. Me lo consegnerete e sarete tutti riportati con onore come avremo fatto con la gente che è uscita fuori e restata alla Canea, e se non lo farete, state sicuri che andrò io operando per terra e per mare. E mandatemi risposta subito ricevuta la presente”. E la risposta del Minotto e del Malipiero era: “Riferisca V. S. (Giacomo Premarin che rimasto in Canea aveva assunto il vergognoso ufficio) al capitan Bassà che Dio e la natura insegna la propria difesa sino all’ultimo, e che la fortezza non consiste in noi, né potremo disporre di essa, ma il principe è padrone e ci ha commesso la sua difesa, la quale ci dichiariamo fare sino all’ultimo spirito, di modo che venga quando le piace che siamo pronti ad aspettarlo”.

Tentativi di riprendere la Canea, falliti

Riunitasi però intanto tutta la flotta in quelle acque, i Turchi nulla poterono per allora tentare. Ascendeva a quaranta galee, trenta galeoni, quattro galeazze, dieci galeotte ed altri legni minori, sotto il comando generale di Girolamo Morosini. Raccolta la consulta di guerra sostenevano i comandanti veneti doversi fare un tentativo per ricuperare la Canea, molto più dacché si sapeva trovarvisi i Turchi con poche forze, discordi e scontenti, e vinta la renitenza del Ludovisio ammiraglio del papa, fu stabilito uscire tacitamente la notte del 16 settembre e tentare per un colpo di mano d’impadronirsi di San Teodoro. Ma uscita appena la flotta che fu costretta a rientrare per burrascoso vento contrario, allora il Ludovisio fermamente opponendosi ad ogni altro tentativo, diceva essere ormai i Turchi avvertiti, la stagione avanzata, scarse le provvisioni; non poter più ritener la flotta, meglio essere prepararsi più gagliardi per il nuovo anno. Il Corner invece diceva si farebbe il tentativo anche con le sole forze veneziane, quando quelle degli alleati non volessero concorrervi. Queste infatti quasi vergognandosi dopo lunga resistenza aderirono, e già la flotta s’era presentata innanzi alla Canea quando il tempo fattosi di nuovo burrascoso, l’obbligò anche questa volta a ritirarsi alla Suda. In tal modo combattendo in favore dei Turchi i venti ed il mare, la flotta ausiliaria volle partirsene dopo soli trentasette giorni di unione con i Veneziani. (1) … segue

(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo VII. Tipografia di Pietro Naratovich 1858.

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