Le maschere della Commedia dell’Arte, Arlecchino

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Maurice Sand. Arlecchino. Maschere del Nostro Teatro. Edizioni Maestretti Milano

Le maschere della Commedia dell’Arte, Arlecchino

I primi lineamenti di quel carattere che diverrà poi la maschera di Arlecchino si trovano già nel teatro dell’antichità classica tra le figure di schiavi africani, vestiti di una pelle di tigre, col capo completamente raso, coperto da un berretto bianco. Così si spiega anche l’apparente assurdità che una maschera, i cui natali sono attribuiti a Bergamo, avesse una faccia da negro. Abiti di molti colori già si trovano fra gli esecutori di canti fallici, col volto annerito di fuliggine: variopinti e col volto nero figurano anche gli intermediari d’amore, seguaci di Mercurio, divinità alata dalla quale la futura maschera bergamasca avrebbe derivata la sua eccezionale agilità.

In un primo ritratto dipinto in Francia all’epoca di Enrico IV la maschera appare in un costume cucito con misere toppe di varie tinte: col tempo andranno sostituendosi alle toppe losanghe simmetriche di alterno colore.

Arlecchino è il tipo che non ha mai denaro, sovente campa per espedienti, però è gaio e piace alle donne. Fino ai primi del ‘600 verrà considerato come personaggio piuttosto balordo al punto di andar cercando l’asino sul quale èmontato: più tardi gli saranno invece riconosciuti astuzia e sconcertante buonsenso. Il carattere della maschera Arlecchino arriva in Francia con le compagnie della “commedia dell’arte” che mettevano in scena canovacci, improvvisando le battute: volta a volta assume i diversi nomi di Trivellino, Mestolino, Zaccagnino, Truffaldino, Guazeto, Bagatino. Ne furono insuperati interpreti il bolognese Giuseppe Domenico Biancolelli, figlio di artisti, chiamato in Francia dal Mazzarino nel 1659. Egli conservò e perfezionò peraltro l’antica vivacità e agilità del personaggio, fino a pagare con la vita: morì di congestione polmonare dopo un danza acrobatica che egli aveva protratta in gara con gli ininterrotti applausi del re. Suo figlio Pier Francesco, degno emulo del padre, dovette presto, benché agilissimo, rinunciare all’interpretazione di Arlecchino, poiché era diventato troppo grasso. Evaristo Gherardi di Prato, loro successore, morì per aver battuto con violenza il capo durante una vertiginosa sequenza di piroette. (1)

(1) Maschere del nostro teatro. Edizioni Laboratori Farmaceutici Maestretti Milano (1954).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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