La fine della Repubblica, il 12 maggio 1797

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Sala del Maggior Consiglio, Palazzo Ducale

La fine della Repubblica, il 12 maggio 1797

Il 12 maggio 1797 la Repubblica cadde con cinquecentododici voti affermativi, contro venti negativi e cinque non sinceri: votazione illegale perché i patrizi presenti erano solo cinquecentotrentasette mentre dovevano essere per legge almeno seicento.

Il popolo, attonito, spettatore nella Piazza di San Marco, alla terribile notizia ebbe un istante di silenzio spaventoso, quasi sbalordito dal colpo improvviso, poi, come risvegliatosi proruppe in grida di rabbia che si convertirono presto in tumulto. Sulle tre antenne si alzano le bandiere di San Marco, si maledicono i democratici, si assaltano le case di Andrea Spada, dell’avvocato Gallino, di Tommaso Zorzi, droghiere, si saccheggiano le botteghe dei rivoluzionari, si grida, si impreca, si piange.

Piero Donà, conferente per le comunicazioni col ministro francese, parte da San Polo per recarsi a San Marco e trova esteso il tumulto a tutta la città, vede le fondamente, le rive, i campi, i traghetti affollati di popolo e ode un solo grido: “Viva San Marco!“. Arrivato con la gondola nel canale della Fava, trova il canale chiuso, scende nel campo e attraversandolo la folla armata di legni, coltelli, sciabole giunge al ponte dei Baratteri, ma la calca è impenetrabile e allora per San Salvador, San Luca, Frezzeria perviene a ca’ Emo a San Moisè. Qui trovò Zuane Emo, uno dei tre capi dei Dieci, che stava tranquillamente dormendo e fattolo subito alzare, concertò con lui la forma di un bando per la sicurezza della città e dei ministri forestieri. Fu questo l’ultimo bando che recava ancora lo stemma di San Marco.

Intanto il doge Lodovico Manin, ritirandosi nelle sue stanze, si spogliava in fretta delle insegne della sua dignità e togliendosi di capo la cuffietta bianca di tela, ossia “velo ducale“, che ogni doge portava sotto il corno, e consegnandola al suo fido cameriere, Bernardo Trevisan, trepidante esclamava: “Tolè, questa non la dopero più“.

La cuffia, che copriva un così povero e melenso cervello, fu dal Trevisan regalata al sacerdote Girolamo Griselini, che la vendette poi al Museo Correr dove oggi si vede, ricordo degno del pusillanime Lodovico Manin. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 21 maggio 1926.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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