Chiesa e Monastero di Santa Maria dei Servi

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Chiesa Santa Maria dei Servi - Cannaregio

Chiesa di Santa Maria dei Servi. Monastero di frati Serviti. Chiesa e monastero demoliti.

Storia della chiesa e del monastero

Ad oggetto d’ottenere uno stabile domicilio al sacro ordine dei Servi di Maria, Pietro da Fodi ottavo generale dell’ordine mandò circa l’anno 1316 in Venezia alcuni dei suoi religiosi di rispettabili virtù con la viva speranza che in una città nata sotto gli auspici della Madre di Dio sarebbero accolti favorevolmente i di lei servi. Non andò ingannato egli nel suo pensiero, perché quantunque permettesse Dio, che al loro primo arrivo fossero trascurati da ognuno; poco tempo dopo però Giovanni Avanzo, uomo nobile e pio, ammirando la loro virtù, gli accolse in propria casa, e si dispose all’opera grande di fondare a perpetua permanenza del loro Istituto un capace e ben disposto monastero.

Acquistato dunque col soldo del pio Benefattore un ampio sito, quale si ricercava per la nuova fabbrica, ottennero i religiosi nel giorno 16 di giugno dell’anno 1316 dal Vicario del Vescovo di Castello la facoltà di fondare un oratorio, in cui con celerità perfezionato celebrò poi nel giorno 26 del susseguente novembre la prima messa il padre Francesco patrizio da Siena, uomo d’esimia santità, e destinato procuratore dall’ordine per la nuova fondazione. Nello stesso anno avendo il vescovo di Castello Giacomo Albertini allora assente avuta notizia dell’ingresso dell’Ordine dei Servi in Venezia, concesse con suo diploma ecclesiastici indulti a favore della chiesa, che doveva fabbricarsi; ed essendosi poi nell’anno susseguente restituito al suo vescovado, non solo approvò la licenza data dal suo Vicario Generale per l’oratorio, ma permise inoltre, che ?i potesse fabbricare la chiesa, e stabilire un cimitero, sostituendo in suo luogo Nicolò vescovo dell’Isola di Scarpanto dell’ordine di Sant’Agostino, acciò collocasse la prima pietra benedetta nei fondamenti della chiesa, e consacrasse con la benedizione il cimitero: come fu eseguito nei giorni 24 e 25 del mese di maggio dell’anno 1317.

Tanto fu poi il credito, che con l’esemplarità della vita, e col fervore del loro zelo si acquistarono appresso la città tutta gli ottimi religiosi, che (unitesi alle beneficenze del già lodato nobile Avanzo anche molte oblazioni dei pii fedeli) fabbricare poterono nel breve giro di cinque anni un monastero capace di accogliere i padri del Capitolo Generale ivi radunatisi nell’anno 1321. Restò in esso capitolo fra le altre costituzioni stabilito, che in grata riconoscenza verso il pio fondatore ne fosse incisa in marmo, e riposta in luogo decente la memoria, e tenuti fossero i sacerdoti dimoranti nel monastero implorare con stabilita quantità di sacrifici la divina misericordia a favore di un così illustre benefattore. Morì poi questo pio uomo nel giorno 15 di ottobre dell’anno 1326, né pago di quanto offerto aveva a Dio nella fondazione di questo monastero, ed in altre molte opere pie vivendo, volle accrescere i propri meriti anche in tempo di morte, lasciando con generoso legato a sostentamento dei Religiosi Serviti molte rendite situate nella citta di Treviso, e nel di lei territorio.

Da questo nuovo soccorso della Divina Providenza animati i Servi di Maria intrapresero la fabbrica di una magnifica chiesa, di cui si gettarono nell’anno 1330 i fondamenti nel luogo appunto, dove tredici anni prima era stata deposta dal Vescovo Scarpatense la prima pietra benedetta. Andò poi con somma lentezza proseguendo il lavoro; né si ridusse a perfezione la chiesa se non verso il fine del secolo XV. E restò poi consacrata insieme con l’altare maggiore nel giorno 7 di novembre dell’anno 1491 da Antonio Saracco Arcivescovo di Corinto, quantunque gli altri altari in numero di otto fossero stati precedentemente consacrati nel giorno 9 di dicembre dell’anno 1414 da tre Vescovi, da Nicolò di Nona, da Giacomo d’Emonia, e da Paolo di Pedena.

Perché però nella dispendiosa fabbrica consumato avevano i religiosi molto anco di ciò, che desinato era al loro alimento, così per risarcirne in qualche parte i discapiti Pietro cardinal Riario nipote e legato apostolico di Sisto IV al Monastero di Santa Maria dell’Ordine dei Servi di Venezia, illustre per zelo di religione, per studio di scienze, per sincerità di fede, e per meriti di virtù, unì il Priorato di Santa Caterina d’Isola, diocesi di Capodistria con tutte le di lui rendite; e con diploma segnato in Venezia nel giorno 7 di ottobre dell’anno 1473 lo dichiarò perpetuamente annesso all’Ordine dei Servi di Maria. Anche lo stesso pontefice Sisto IV volle con Apostolica liberalità favorire la nuova chiesa, alla di cui totale perfezione mancava solamente lo stabilimento delle Cappelle. Che però ad eccitare la pietà dei fedeli al compimento del sacro edificio concesse plenaria indulgenza a chiunque nella solennità della Santissima Vergine Annunziata dell’anno 1476 visitando devotamente la chiesa veneta dei Servi porgesse pietoso occorso di elemosine per ridurre all’assoluto loro finimento le maestose cappelle.

Quanto però andava avanzando il sacro luogo nel materiale delle sue fabbriche, altrettanto risentiva di discapito nella regolare disciplina, mentre intepidito il primiero fervore si andava introducendo a poco a poco l’inosservanza. Riusciva ciò di dispiacere ai devoti dell’ordine, e fra questi al Doge Andrea Vendramin, il quale poco discosta dal Convento dei Servi fabbricata si aveva la privata sua casa. Che però indusse il Senato ad implorare con efficaci lettere segnate nell’anno 1476 dal sopra lodato pontefice Sisto IV, che il Monastero di Santa Maria dei Servi di Venezia assegnato fosse alla Congregazione dell’Osservanza, già nell’anno 1404 istituita in Monte Senario, e mirabilmente propagata per le città dell’Italia.

Accolse il pontefice con pienezza le premure del Senato, e con apostolico diploma del giorno 10 di luglio dell’anno stesso 1476, comandò a Maffeo Gerardo patriarca di Venezia, ed a Giovanni arcivescovo di Spalato, che dovessero, allorché ne fossero ricercati dal doge Andrea Vendramin, erigere con autorità apostolica il Veneto luogo di Santa Maria dei Servi in monastero regolare, e d’osservanza, assegnandone il possesso d’esso al vicario della Congregazione Osservante dell’Ordine della provincia di Treviso. In esecuzione dunque del pontificio decreto ridottisi gli apostolici commissari diedero al vicario dell’osservanza il possesso del monastero fatto regolare e d’osservanza, ed essendosi raccolti la maggior parte dei frati sotto l’ubbidienza del vicario, furono per nuova commissione pontificia dal patriarca Gerardi cacciati e mandati altrove alcuni pochi inobbedienti, che ricusarono di soggettarsi alla riforma.

Le savie disposizioni del patriarca furono in seguito approvate dal pontefice Sisto IV per di cui assoluto comando dovette il vicario ricevere sotto la sua giurisdizione il veneto monastero di Santa Maria, e nella di lui ubbidienza continuò poi, finché Leone X nell’anno 1513 lo dichiarò immediatamente soggetto al priore generale dell’ordine, a condizione però, che in esso viversi dovesse sotto il titolo e pratica della regolare osservanza. Avendo di poi il santo pontefice Pio V abolita la congregazione dell’osservanza, Gregorio XIII di lui successore istituì le due provincie di Venezia, e di Mantova, e dichiarò capo principale della prima il veneto monastero di Santa Maria, detto Convento Maggiore, per distinguerlo dall’altro di San Giacomo dei Servi della Giudecca, che si chiama Convento Minore.

Frattanto mentre tali disposizioni vanno eseguendosi, gli uomini della Villa d’Arzerello presso la Terra di Piove di Sacco, diocesi padovana, offrirono al convento maggiore di Venezia una piccola chiesa di loro ragione detta di Santa Marta della Misericordia. Prese il possesso di tal luogo nel giorno 3 di febbraio dell’anno 1495 il padre Anselmo Gradeni o allora priore dell’osservanza; ma come le rendite annesse alla chiesa non erano sufficienti neppure all’alimentò di un solo, fu deliberato nel capitolo del convento, di consegnarlo ad una monaca per nome Marcella Minio, che dipartitasi dal Monastero di Santa Maria dell’Orazione di Malamocco voleva ivi per monache agostiniane fondare un nuovo monastero. Si ingannò però ella nella scelta del luogo, e poco dopo di esservi con alcune poche compagne entrata ad abitarlo, convenne che tutte si dipartissero per non restare vittime della fame. Ritornato dunque il luogo in dominio della Religione dei Servi fu per decreto del capitolo generale nell’anno 1564 unito perpetuamente al Monastero di Santa Maria di Venezia, perché ne desinasse al governo uno dei suoi sacerdoti, al quale poi circa l’anno 1577 fu consegnata la cura dell’anime, e l’amministrazione dei sacramenti ai villici circonvicini.

La magnifica chiesa frattanto già ridotta ad intera perfezione andava arricchendosi dei sacri tesori, dei quali i più riguardevoli furono donati da Marco dei Letti, figlio e benefattore del monastero, che resosi accetto al generale dell’ordine Stefano Mucciachello, ottenne da esso nell’anno 1413 con permissione del sommo pontefice Giovanni XXII tratte dai Santuari di San Marcello di Roma le seguenti reliquie, cioè il sacro capo di San Giovanni papa e martire, una mascella di San Longino vescovo e martire; un osso della gamba di San Giovanni vescovo e martire con altre porzioni minori dell’ossa di molti cospicui Santi Apostoli e martiri. Per allettare però la pietà dei fedeli con doni spirituali alla venerazione di queste sacre reliquie concesse Bessarione cardinale Niceno allora legato in Venezia con suo diploma del giorno 22 d’ottobre dell’anno 1461 cento giorni d’indulgenza a chiunque in certi stabiliti solenni giorni concorresse a visitare la chiesa o soccorrerla con le limosine.

Per collocarle però onorevolmente eresse il sopra lodato padre Anselmo Gradenigo nell’anno 1533 un nobile altare disposto da Giacomo Sansovino celebre architetto, e che fu poi consacrato da Vincenzo dei Massari vescovo di Melipotamo nel Regno di Candia. In esso oltre le sopra espresse sacre reliquie furono pure con aggiustatezza ripose tutte le altre, che in diversi tempi offerte vennero a decoro della chiesa, delle quali sono le più preziose.

Una porzione del titolo sovrapposto alla Croce del Redentore, che levata dalla Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme di Roma fu da Innocenzo papa VIII concessa a Girolamo Donato allora ambasciatore veneto in Roma. Consegnò poi questo illustre benefattore del monastero il prezioso ottenuto tesoro alla Chiesa dei Servi, ed in essa per conservarlo onorevolmente eresse un altare dedicato alla Santissima Croce con alcune pregevoli tavole di bronzo lavorate a mezzo rilevo, le quali ora si vedono all’altare eretto ad onore dei beati sette Fondatori dell’Ordine. `

Il sacro capo di Santa Maria Cleofe, di cui fa menzione il Sabellico nel suo trattato del sito della città, che si venerava ai di lui tempi riposto all’altare della cappella maggiore. La mano sinistra di Sant’Andrea apostolo chiusa in un reliquiario d’argento. Un braccio di San Luca evangelista pervenuto a questa chiesa (come si rileva dai documenti) prima dell’anno 1462. Delle vesti, ed altre reliquie di San Simone Innocente fanciullo barbaramente trucidato dagli Ebrei in Trento, a di cui onore permise l’autorità del Consiglio dei Dieci, che pochi anni dopo la di lui morte istituire si potesse nella Chiesa dei Servi una devota confraternita.

Una gamba incorrotta di uno dei Santi Fanciulli ammazzati in Betlemme da Erode, la quale tratta dalla Chiesa di Santo Stefano di Murano fu con altre reliquie donata a questa chiesa da Antonio Grimani, allora vescovo di Torcello, e poi patriarca d’Aquileia. Ad altro altare dedicato alla Natività del Redentore si conserva un’insigne reliquia, che si dice per tradizione essere del Santo martire Sebastiano.

Nella mensa poi dell’altare eretto nella sacristia riposa il corpo del beato Bonaventura, nato in Forlì della nobile famiglia Torniello. Questi per la tenera divozione, che professava alla Madre di Dio, volle nei primi anni di sua gioventù essere ascritto all’Ordine dei di lei Servi, addossatogli da Sisto IV per l’apostolico di lui zelo il carico di predicator apostolico, lo sostenne con fervore non solo in Roma, ma in Toscana ancora, ed in altre parti dell’Italia, viaggiando sempre da povero in lacera veste, ed a piedi nudi. Fu egli nel capitolo generale dell’ordine destinato vicario generale; ma l’umilissimo servo di Dio, che aveva una virtuosa antipatia a qualunque onore, tentò di sottrarsene con la fuga; ma colto sul punto dell’intraprenderla, convenne che si soggettasse alle divine disposizioni. Non intermise però, quantunque aggravato dal peso della nuova carica, né le consuete sue meditazioni, nelle quali impiegava gran parte della notte, né l’austera sua maniera di vivere, sempre astinente dalle carni, e dal vino, ed in continuo rigore di penitenze, prendendo i brevi suoi sonni o sopra una tavola, o bene spesso anche sulla nuda terra. Mirabili furono le conversioni, che egli fece con le sue prediche, e resa ancora la memoria d’avere egli nei due quaresimali da lui recitati in Venezia negli anni 1486 e 1488, condotto alla sola religione dei Servi quaranta persone. In Udine poi città capitale del Friuli Veneto, mentre nella quaresima dell’anno 1491 spargeva con mirabile ardore la semente della divina parola, colto da grave infermità passò santamente al Signore nell’ultimo giorno di febbraio, contando l’anno ottantesimo primo dell’età sua. Illustrò Iddio con cospicui miracoli il merito rito del suo servo, ed i di lui funerali furono un trionfo, acclamato essendo dalla frequenza del popolo per Santo: onde può dirsi, che il di lui culto cominciasse tosto dopo seguita la preziosa morte di esso. Fu collocato il di lui corpo in sito decente, e separato, finché Andrea Loredano patrizio veneto, e luogotenente nella Patria del Friuli, essendo stato miracolosamente all’invocazione di Bonaventura liberato dall’imminente pericolo di morte, trasferì il di lui corpo a Venezia al Convento Maggior del di lui ordine per accrescere a Dio la gloria, ed il culto al Beato.

Era questo santo uomo di bassa satura, emaciato dalle penitenze, poverissimo nelle vesti, ed in ogni altra cosa appartenente alla sua persona, ed era solito camminar sempre a piedi anche nel più rigido dell’inverno: onde bene spesso stillava vivo sangue dalle piante rotte, e trafitte. Per la lunga barba, che incolta portava, era comunemente chiamato il Padre Barbetta, senza però che una tale denominazione alterasse punto la riverente stima del popolo, che lo teneva per santo.

Altri tre religiosi di rispettabile santità sortirono da questi chiostri, e benché i corpi d’essi in luoghi incogniti riposino, non è però dovere il tralasciarli di ricordare, avendo non meno onorata la città di Venezia, in cui nacquero, che l’Ordine dei Servi di Maria, che professarono.

Il primo di questi è il beato Taddeo Gerardi predicatore apostolico, patriarca (come asseriscono alcuni storici) di Alessandria, e glorioso martire nell’anno 1357. L’essere stato egli da qualche scrittore chiamato col nome di sua famiglia Gerardo diede occasione a molti equivoci, restando malamente confuso con San Gerardo Sagredo veneziano, egli pure vescovo e martire. Altro non ci resta di memoria delle di lui azioni se non che nel giorno 2 di aprile dell’anno 1326, fece in Verona la solenne sua professione nelle mani del beato Francesco patrizio fondatore di quel Monastero.

Il secondo è il beato Bartolomeo veneto, così chiamato negli annali, e dagli scrittori dell’ordine. Fu egli discepolo del beato Bonaventura Torniello, e fedele imitatore delle di lui virtù. Fece la sua professione nel giorno 9 di dicembre dell’anno 1429, dopo la quale intraprese ad esempio del suo maestro il fruttuoso esercizio di. promulgare ai popoli il vangelo. Dopo aver impiegati in tale ministero molti anni della sua vita, passò a venerare devotamente i luoghi sacri di Palestina, e ritornato poi in Italia, si ritirò nel sacro eremo di Monte Senario, ove nell’anno 1463 chiuse santamente i suoi giorni.

Il terzo finalmente è il beato Raffaele nato della patrizia famiglia Calbo, l’immagine del quale circondata da splendori e fregiata del titolo di beato, si vede nei monasteri di Venezia, e di Udine anticamente dipinta, e con tal distinzione di beato viene nominato non solo dagli scrittori dell’ordine, ma anche da Giovanni Tiepolo piissimo patriarca di Venezia nel suo Catalogo dei Santi e Beati Veneziani.

Né solamente sia onorato questo monastero da questi suoi figli rispettabili per il lustro di una distinta pietà, ma da molti anche riguardevoli per lode di sublime dottrina, e di ecclesiastiche dignità, molti numerandosene tra essi, che furono sublimati a sedi vescovili, e sono:

  • Luca da Venezia eletto vescovo Cardicense nell’anno 1363
  • Stefano Negri vescovo di Cattaro circa l’anno 1368
  • Marco da Venezia vescovo d’ignota Chiesa nello stesso anno 1368
  • Giovanni da Cammino cittadino veneziano vescovo di Chioggia circa l’anno 1370
  • Giuliano da Venezia arcivescovo di Spalato nell’anno 1408
  • Stefano Birello arcivescovo di Durazzo nell’anno 1459
  • Nicolò Inverso eletto vescovo di Chioggia nell’anno 1463
  • Giulio eletto vescovo d’Adria nell’anno 1484
  • Girolamo Franceschi eletto vescovo di Corone nell’anno 1497
  • Giovanni Vicenzo Filippi vescovo prima del Zante, e poi di Chioggia, illustre per pietà e per dottrina morì nel giorno 16 di febbraio dell’anno 1738.

A questi aggiunger si deve, benché nativo d’Orvieto, Andrea Giorgio, il quale eletto vescovo di Caorle circa l’anno 1341 morì poi in Venezia nell’anno 1348 e fu sepolto in questa chiesa, in cui pure riposano due Dogi di Venezia, Andrea Vendramin, e Francesco Donato.

Non molto lungi dal Monastero dei Servi si ritrova il religioso luogo, ove ritirate vivono alquante devote vergini, che senza essere obbligate a clausura, professano la regola del terzo ordine dei Servi di Maria, dalla forma del loro abito chiamate Martellate, e più comunemente Pizzocchere. Vivevano queste prima nelle loro private case separatamente, ma avendo Matteo figlio di Nicolò lucchese lasciata in pio legato nell’anno 1575 una casa per abitazione delle suore del terzo ordine dei Servi allettate da tale opportuna occasione di servire più quietamente a Dio alcune buone donne seguaci del beneficato istituto, si ridussero a convivere insieme nell’abitazione loro lasciata, dopo il qual tempo non fu poi concesso il sacro abito dei Servi che a quelle sole, le quali si determinavano di ivi voler servire al Signore. Da quello povero collegio ebbero origine i due esemplari Monasteri di Santa Maria delle Grazie di Burano, e di Santa Maria del Pianto di Venezia, istituiti dalla venerabile Maria Benedetta Rossi, la quale dopo aver in questo sacro ritiro condotta per qualche tempo con l’abito di Mantellata una santissima vita divenne poi fondatrice dei suddetti due monasteri. (1)

Visita della chiesa (1839)

Di una sola navata era il tempio bensì, ma vasto e veramente magnifico. Fornito di ventidue altari, eretti in parte a spese delle primarie famiglie patrizie ed in parte dalle arti di dei tintori e dei barbieri, illustre si rese per insigni opere di scultura e per i monumenti che accoglieva. Il genio della distruzione lo fece però affatto demolire nel 1812, cosicché ormai se ne vedono le vestigie. Nel refettorio del convento annesso a questo tempio stava la grande tela di Paolo Veronese rappresentante Cristo convitato da Simone il fariseo con la donna peccatrice ai suoi piedi; opera nel secolo XVII spedita in dono dalla repubblica al re di Francia; e tra i monumenti andavano notati quelli dei dogi Francesco Donato ed Andrea Vendramin, quello dell’ammiraglio Angelo Emo in uno alla memoria di Verde della Scala figliola di Mastino signore di Verona e moglie di Nicolò d’Este duca di Ferrara, morta nel 1374. Il monumento del Doge Donato fu trasportato a Maren, luogo poco distante da Conegliano, e quelli del Doge Vendramin e di Verde della Scala li abbiamo veduti trasferiti ai Santi Giovanni e Paolo; mentre quello dell’ammiraglio Emo fu già citato nella chiesa di San Biagio. Molte altre urne sepolcrali stavano nel chiostro, e chi volesse l’indicazione di tutte, insieme alle più accurate dichiarazioni, legga le iscrizioni della chiesa di Santa Maria dei Servi, raccolte dal chiarissimo signor Emanuele Cicogna.

Ricevette gran lume questo cenobio per avere accolto e data la tomba al celebre fra Paolo Sarpi teologo della repubblica, a Fulgenzio Macanzio, coadiutore al Sarpi in molte opere e suo successore nel carico di teologo, ed a parecchi altri chiari uomini per sublimi dottrine e per ecclesiastiche dignità. Quanto a santità si distinguono: 1. il Betato Bonaventura da Forlì; 2. il Beato Taddeo Gerardi; 3. il Beato Bartolomeo Veneto; 4. il Beato Raffaele Calbo, né vuol preterirsi avere quivi risieduto il teologo della repubblica, il quale per oltre un secolo, in memoria di fra Paolo Sarpi, non altronde si eleggeva che da questo ordine.

Presso a questo convento stavano finalmente quattro confraternite: 1. quella dei Lucchesi sotto il nome del Volto Santo di Lucca; 2. quella dei Tintori, 3. quella dei Barbieri, qui trasferita nel 1465 da Santi Filippo e Giacomo: 4. quella dell’Annunziata, che stava dove ora è l’oratorio di San Filippo Neri.

Fra Paolo Sarpi nacque in Venezia nel 1552, ed entrò nell’ordine dei Servi nel 1565, nel 1605 fu scelto a teologo consultore della repubblica e mori in questa carica nel 1623 d’anni 71. Della sua morte, tre colpi di stilo vibratagli alla testa da oscuri sicari, fu data dal Senato a tutti i principi di Europa.(2)

Eventi più recenti

Nel 1769 un incendio distrusse parte del convento e la biblioteca, un evento che costò il declino del monastero. Avocati i beni allo Stato con processo verbale 18 giugno 1806, in esecuzione del decreto del Regno Italico 8 giugno 1805, la comunità che era stata conservata dal decreto 28 luglio 1806, fu soppressa in seguito al decreto 25 aprile 1810 ed il convento fu demolito insieme alla chiesa nel 1813.

Nel 1824, un certo don Daniele Canal, nato nel 1791 da una famiglia di piccola nobiltà, personalità tutta intrisa di carità e di assistenza ai bisognosi, fu artefice della conservazione di molti beni legati all’antica Repubblica di Venezia, decaduta nel 1797. Egli preservò edifici della città veneziana dalla deturpazione, salvando e preservando chiese, dipinti e reliquie di santi durante un’epoca dove in città si era prodotta una tale miseria, subito dopo le vicende napoleoniche.

Il Canal ebbe come collaboratrice quell’Anna Marovich, che diventerà una personalità chiave nelle vicende veneziane legate all’isola dove sorgeva un tempo Santa Maria dei Servi. Egli ne fu il precettore quando lei era ancora piccola. L’agiata famiglia Marovich si era trasferita a Venezia nel 1700, dove mercanteggiava con la Dalmazia. Fu generosa col Canal, tanto da servirsene per sollevare le miserie e le ristrettezze dei più bisognosi, divenendo di fatto un istituto di recupero di giovani ragazze che per miseria o per condizione familiare e morale erano esposte a una vita rischiosa e pericolosa. Nasceva dunque l’istituto che prenderà nome di Canal-Marovich ai Servi. L’isola dove sorgeva la chiesa devastata divenne adatta per la costruzione dell’edificio il 27 aprile 1859. I luoghi attorno all’antica chiesa vennero acquistati dal Canal e da Anna Marovich, i quali progettarono che il nuovo edificio potesse accogliere le ragazze uscite dal carcere. Nel novembre del 1864 fu inaugurato “il patronato per le dimesse dal carcere” chiamato poi “Casa della Sacra Famiglia”. L’Isituto Canal-Marovich ottenne onorificenze e, agli inizi del ‘900, poteva assistere ben 250 ragazze con l’aiuto delle Suore dette della Riparazione.

Nel 1980 il centro di rieducazione decadde e i locali furono destinati a nuovo uso. Venne progettata un’iniziativa per aprire un Centro di Comunità (Betania) che promuovesse l’assistenza ai poveri attraverso la solidarietà dei volontari cittadini e dalle comunità parrocchiali veneziane. Nel 1981 venne istituita la Casa studentesca Santa Fosca dove tutt’ora vengono utilizzati i vari vani dell’ex Istituto Canal-Marovich. Oggi la Casa può ospitare ben 120 utenze e nel 2002, durante il Giubileo, vi sono stati dei restauri e messa a norma degli impianti grazie ad una legge speciale. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

(3) MARCO ROSSI. 2011/2012 Tesi di Laurea. La chiesa gotica scomparsa di Santa Maria dei Servi a Venezia. Un indagine storico artistica dalla sua fondazione trecentesca al XV secolo.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

2 Commenti

  1. Mi permetto di segnalare una svista relativamente al nominativo del Vescovo di Chioggia nominato nel 1463.
    Egli era fra Nicolò Inversi ( o fra Nicolò de Inversis ), già precedentemente Priore Maggiore del Monastero dei Servi di Maria in Venezia.
    Ne sono sicuro per ricerche da me effettuate in Chioggia ( Diocesi ) relativamente al mio cognome : Inversi.
    Grazie

    • Grazie per la sua precisazione. Il testo riportato è tratto dal libro di FLAMINIO CORNER: “Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane” (1763), dove viene indicato come “Niccolò Inverso”.

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