L’incendio del 28 novembre 1789, a San Marcuola, nel sestiere di Cannaregio

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Francesco Guardi, L’incendio di San Marcuola (Gallerie dell’Accademia, Venezia)

L’incendio del 28 novembre 1789 a San Marcuola, nel sestiere di Cannaregio

Gazzetta Urbana Veneta, 1 dicembre 1789

Il più terribile, e rovinoso incendio, che nel presente secolo abbia funestata questa Metropoli, fu il tristo spettacolo del Sabato 28 pros. corso, e della notte susseguente; nè certamente a memoria d’uomini viventi si ha un’idea che approssimi a tant’orrore se quella non fosse che ci ricorda il fuoco del Ghetto, da cui, son trentacinque anni circa, distrutte rimasero molte case, e perirono non poche persone.

Esistevano nella Parrocchia di San Marcuola poco lontani dal Ponte Storto, che conduce alla Chiesa, dei magazzini da olio appartenenti al Signor Giovanni Heinzelmann nei quali vi erano 240 mila libbre. Per adempire una commissione si portarono in essi nella mattina fatale i facchini di suo servizio, e compiuto il lavoro li richiusero, e son partiti. L’origine di simili calamità resta sempre tra l’incertezza, i dubbi, i sospetti, e ravvolgesi nelle contraddizioni. Sia, o perchè abbiano lasciato in sito pericoloso del carbone acceso, che servì a sciogliere l’olio gelato cavato da una gran tino; sia che scordati si fossero di smorzare la lucerna a grossi lucignoli appesa internamente all’alto della medesima per aver lume nella loro operazione, è certo che da lì a non molto uscirono da quelle tinaie le vive fiamme, e quella gran quantità d’olio sciolto in un torrente di fuoco scese nel vicino canale, e nel mescolarsi con l’acqua ricette nuovo vigore onde innalzato impetuosamente in ardenti globi attaccò il fuoco alle case tutte che dall’una, e dall’altra parte nel suo corso trovava. Testimoni di quella scena infernale protestano, che inenarrabili sono i spaventosi suoi orrori. La scorrente lava del Vesuvio, le più terribili immagini delle poetiche fantasie nel descrivere i flagelli d’averno, soltanto potrebbero approssimare l’idea di quel caos in cui si confusero gli elementi. Volavano a gran altezza le fiamme, ed si appiccavano alle parte, alle imposte dei balconi, comunicando, e dilatando rapidamente l’incendio. Il corso benché lento dell’acqua lo guidò al ponte di Rio terrà ove limitate non furono le sue rovine. Si estesero ai due lati per tutto il resto del canale sin dove si torce, e si divide circondando la Chiesa, e il Convento dei Padri Serviti, onde alla destra soggiacque alla distruzione l’intero Volto Santo ove esisteva l’antichissima Scuola dei Lucchesi. Fu in pericolo anche quella della B. V. Annunziata, che giace isolata nell’estremità del terreno rimpetto alla porta maggiore della Chiesa dei PP. Serviti, e la salvò lo sfacimento del tetto. Vi fu maggiore difficoltà a preservare dal fuoco il Palazzo dei Circospetti Tornielli appresso cui ardeva una piccola casa.

Il fumo in ondeggianti e densi volumi era giunto a tant’altezza, che spargendosi ci tolse la luce del Sole, per pochi istanti, all’ora del meriggio. Da quei segni a cui stavano i guardi rivolti, e dal suono delle campane a martello concepivano anche i lontani affanno e mestizia. Erano a quell’ora usciti gli artefici dall’Arsenale, onde per maggiore fatalità ci volle del tempo a raccoglierli, a provvederli dei necessari strumenti pubblici, a farli arrivare a porre i ripari possibili a un tanto incendio. Essendo questo d’una natura diverso dagli altri non si stupirà, che abbia fatti progressi sì rapidi in pieno giorno, e sugli occhi di chi cercava di salvare i suoi stabili, o le sue sostanze.

Quell’ala di case che si stendeva lungo il campiello e la calle delle Colombine, e il Volto Santo con le fabbriche annesse, preda rimasero delle fiamme, sicché li confini della loro distruzione furono al Ponte Storto l’abitazione del Sig. Cav. Rombenchi, e a quello dei Servi il Palazzo dei Tornielli. Dall’opposta parte la rovina si estese in eguale lunghezza ma fu maggiore in latitudine, perchè il fuoco trovò un pascolo continuato nella unione delle case, che avevano soltanto una piccola divisione dal viottolo o sia caletta a mano dritta giù del ponte di Rio terrà.

Così perirono miseramente le fabbriche che prendevano lo spazio tra il canale, e il campiello dell’Anconetta. Circa al numero totale della loro perdita variano le opinioni, e sinora nulla dir possiamo di certo. Sembra probabile, che non siano meno di 50, né più di 60. Ma quante misere famiglie abitavano in esse, che ad un tratto perdettero tutto quello, che avevano al mondo! La trista pittura di questo quadro afflittivo sarà continuata nel Foglio di Sabato.

Gazzetta Urbana Veneta, 5 dicembre 1789

Tanto è vero, che l’origine di questi fatalissimi avvenimenti, per lo più resta sempre nell’incertezza, e si fa oggetto d’opinioni discordi, che ora si dice, essere per accidente sceso del fuoco nell’olio all’alto d’una stanza soprastante ad uno dei magazzini, per sconnessione, e difetto di pavimento. La conoscenza della cagione di tanti mali, apparirà, qualora sia possibile, agli esami della Giustizia, in vigore della Legge, che riprodotta abbiamo su questo Foglio.

Presi sicuri lumi sul numero delle fabbriche perite possiamo ora dire che ascende a 63 case ed a 15 botteghe. Le famiglie, che le abitavano, erano 150, c. e da ciò si comprende, che esser dovevano di povera gente. Molte perdettero tutto, altre ricuperarono parte delle loro sostanze. L’ampia corte del Palazzo Vendramin servì alla salvezza d’una gran quantità di cose, e la carità di questa Eccellentissima Famiglia sottrasse alla rapina ciò che si salvò dalle fiamme. Vi era molta roba in altri luoghi, che non si sa di chi sia, e i loro miseri proprietari la crederanno forse incenerita, o rubata. Non mancano mai nella confusione di simili disgrazie delle anime basse, e venali, che le rivolgono a loro profitto, ed a queste più che alle fiamme attribuisce la perdita di quanto avea al mondo certo Francesco Alfarè capo di famiglia, che in un biglietto a stampa si raccomanda alla pietà dei fedeli. Sono pure invitate le anime caritatevoli al bacio del Sacro Manipolo per domani, nella Scuola vicina alla Chiesa dei SS. Apostoli a suffragio dello Speziale da Medicine di Rio terrà, che restò nella più nuda miseria. Si dice che altri pur di quegli sventurati ricorrono con tal mezzo alla compassione degli uomini. Se tutto sapessimo si darebbe da noi una direzione alle anime ben disposte per giovare a chi tanto merita l’umana assistenza.

Certi ebrei levantini tenevano un magazzino in affitto la cui porta era sulla piccola corte, che trova alla man sinistra giù del Ponte di Rio terrà. Avevano costoro fitto in un collo di cera un sacchetto di 1500 zecchini in varie monete. Accordati alle loro istanze quattro operai dell’Arsenale questi diressero lo scavamento nel sito da essi insegnato, e sotto a quello fumanti rovine tra i rimasugli della cera liquefatta trovarono i denari. In mercede delle loro fatiche gli ebrei assegnarono 4 zecchini, e si dice che gli Arsenalotti malcontenti li abbiano assolutamente ricusati.

Non è vero, che nei precipizi d’un tanto incendio si sia perduta qualche vita. Oh Dio! quante se ne sarebbero perdute se incominciato avesse di notte! Qual doloroso ufficio sarebbe stato per noi quello di presentare alla sensibilità dei nostri leggitori la strage d’intere famiglie martiri delle fiamme! E se mentre queste si sollevavano fino ai secondi piani delle case spinte a volo dal contrasto che l’olio ardente faceva con l’acqua, soffiato avesse un gagliardo vento, a qual segno mai limitate si sarebbero le loro rovine? L’immaginazione si spaventa al pensarlo. Abbiamo per il Foglio venturo un tremendo esempio della distruzione che può cagionare un incendio quando fatalmente sia reso giuoco dei venti, a fronte di cui resta un nulla la disgrazia, che presentemente domanda la nostra pietà.

Di fatti non si può scorrere col guardo sulla nuova scena di tante rovine senza sentirsi gelare il sangue. Avendo giù detto che soggiacque alla distruzione anche il Volto Santo trascriviamo il seguente articolo sull’antichità di tal luogo, tratto dal dizionario Pivatti.

“L’Oratorio del Volto Santo della Nazione Lucchese la quale venne ad abitare in Venezia l’anno 1309, perciò avendo Castruccio Tiranno di Lucca scacciate 450 case guelfe della città, le quali si ritirarono fra diverse terre della Toscana con speranza di potere un giorno ripatriarsi; quattro fra questo numero vennero a Venezia, ed ottenuta dalla Signoria la cittadinanza originaria, e di poter comprare dei stabili, avvenne che far non poterono i forestieri, e di poter navigare, condussero dalla Toscana 30 famiglie, e 300 artisti con le loro arti di seta, e specialmente Filatoi, Tintori, e Testori. Stabilitasi adunque la nazione in Venezia eresse questo Oratorio, o Scuola“.

È obbligo finalmente del nostro uffizio l’avvertire, che i facchini della Casa Heinzelmann non furono nei magazzini, né all’accennato lavoro nel giorno del 28, e che l’anima sensibile del loro padrone, è penetrata dal più vivo dolore, non per la gran perdita da lui particolarmente sofferta, ma per la desolazione di tante meschine famiglie. (1)

(1) Gazzetta Urbana Veneta del 1 e del 5 dicembre 1789

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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