La famiglia e il palazzo Rezzonico a San Barnaba, nel Sestiere di Dorsoduro

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Palazzo Rezzonico, nel Sestiere di Dorsoduro

La famiglia e il palazzo Rezzonico a San Barnaba, nel Sestiere di Dorsoduro

Il palazzo che fu dei Rezzonico sorge sul Canale Grande allo sbocco del Rio de San Barnaba, uno tra i canali veneziani più caratteristici e pittoreschi sul quale si profilano tre vecchi campanili; quello di San Barnaba in cotto con guglia a cono del Trecento, quello secentesco di Santa Maria del Carmine e l’altro di San Samuele, oltre il canale, originale fabbrica veneto bizantina del dodicesimo secolo.

Il palazzo imponente e monumentale costruzione, iniziata da Baldassare Longhena verso la metà del Seicento per i patrizi Priuli Bon, fu innalzato soltanto allora fino al piano nobile, ma acquistato dai Rezzonico nel 1745 essi aggiunsero al palazzo l’ultimo piano su progetto di Giorgio Massari.

Fu in questo nuovo lavoro che avvenne una terribile sciagura; quatro operai e un capo mastro, Giuseppe Pedolo, stavano il 5 agosto 1746 sopra un ponte di assi mettendo a posto un pesante cornicione di marmo sulla sommità del palazzo quando, forse a causa delle vecchie funi, precipitò il ponte trascinando nella caduta gli operai e il capomastro, il disastro si concluse con tre morti, un ferito gravemente, il Giuseppe Pedolo, che moriva dopo tre giorni, e un operaio pure ferito ma che guariva dopo qualche tempo con il sacrificio della gamba destra: la famiglia Rezzonico addolorata per l’accaduto destinò, con magnificenza regale, cinquecento ducati alle famiglie di ciascuno degli operai defunti, milleduecento per quella del capomastro e quattro ducati mensili per l’unico superstite.

L’atto generoso dei Rezzonico venne accolto con simpatia dalla casta patrizia, con entusiasmo dal popolo; era una famiglia ricca, buona, liberale; dava splendide feste e regali al popolo di cibarie e di soldi e nell’allestimento del nuovo palazzo eveva speso somme ingenti, tanto era stato il lusso magnifico degli arredi, degli arazzi, delle decorazioni, specialmente pittoriche, tra le quali gli affreschi di Giambattista Tiepolo, meravigliose composizione allegoriche del suo genio creativo. La famiglia giunse all’apogeo della gloria quando Carlo Rezzonico, vescovo di Padova e cardinale, venne eletto pontefice il 16 luglio 1758 con il nome di Clemente XIII successore al defunto papa Benedetto XIV.

La Repubblica in quel tempo era in grave questione con la Curia romana a cagione di un decreto senatoriale con il quale essa vietava di dare esecuzione a bolle, patenti, brevi, rescritti e a qualsiasi atto ecclesiastico se prima non fosse stato riveduto e licenziato dal Collegio veneziano. Papa Benedetto si oppose al decreto e da quasi due anni la grossa questione si dibatteva tra Roma e Venezia, quando l’assunzione al trono del Rezzonico modificò la controversia: una lettera conciliativa papale pregava di abolire il decreto, pur mantenendo il diritto “dell’exequatur“, ossia della approvazione da parte della Serenissima di alcuni atti d’indole elettiva provenienti da Roma. Il Senato accettò la proposta a pieni voti, e furono feste e cerimonie solenni non solo per l’esaltazione a pontefice di un patrizio veneto, ma anche per il tatto politico del nuovo eletto che dimostrava un grande amore per la sua patria e un rispetto non comune alle sue leggi.

La Republica elesse procuratore di San Marco sier Aurelio, fratello del pontefice, e cavaliere, stola d’oro, Lorenzo nipote del sommo gerarca, ma le feste furono turbate dalla morte di Vittoria Barbarigo, madre di Clemente, avvenuta il 29 luglio, dopo solo tredici giorni dall’elezione del figlio al trono pontificio.

I funerali furono solenni a spese dello stato: dal palazzo Rezzonico, che il popolo chaimava “del papa”, fino alla sponda apposta del Canal Grande fu costruito un ponte di legno su barche e su questo passò il corteo, un corteo mai visto per ricchezza di ceri, di pennelli, di ordini religiosi, di confraternite, di scuole, di patrizi, il quale per la piazza San Marco condusse la salma alla chiesa dei Mendicanti dove i Rezzonico avevano le tombe di famiglia.

Papa Clemente regalò alla Repubblica nel 1761 la “Rosa d’oro” che fu messa nel Tesoro di San Marco, e per onorare la sua città natale innalzò all’onore degli altari il patrizio Girolamo Emiliani, e volle che il monastero di Santa Caterina divenisse abbazia con le insegne e gli onori.

Nel 1769 il palazzo “del papa“, accolse per una spledida festa l’imperatore Giuseppe secondo e fu la più grande festa che vide la Repubblica nei suoi ultimi anni.

L’ultimo rampollo dei Rezzonico fu il patrizio Abbondio che lasciò il palazzo ai nipoti, figli della sorella Quintilla maritata a Lodovico Widmann i quali lo vendettero ai Gesuiti e da questi passò ai Reali di Spagna, per essere poi comperato nel 188 dal poeta inglese Robert Browning che vi morì un anno dopo. Oggi appartiene al Comune di Venezia. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 18 dicembre 1930.

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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