La famiglia e il palazzo Dalle Boccole a Santa Ternita, nel Sestiere di Castello
A Santa Ternita, in una calle adiacente il Campo Do Pozzi, sorge l’antico palazzo Magno con la sua facciata archiacuta dei primi anni del Trecento, il portale del vecchio battente ligneo della stessa epoca e l’ampio cortile con la scala esterna di pietra. Si crede che questo palazzo sia quello costruito dalla vecchia famiglia patrizia dei Dalle Boccole, fondatrice di un ospizio di pinzocchere che si trovava nella stessa calle verso il palazzo Donà eretto dai nobili Celsi.
La famiglia Dalle Boccole si trova citata per la prima volta in un antico documento nel 1196 per un prestito contratto dal capitano Ruggero Premarino sulla flotta in Abiso, ma non fu famiglia di alto lignaggio ed essendosi estinta nel 1483 ne pervenne a noi il ricordo soltanto per due sentenza della Quarantia criminal, ma non per lustro proprio.
Qualche cronista disse che Jacobus de Bocholis era venuto a Venezia verso il mille da Oderzo, altri da Chioggia; commerciava esportando sale e pesce secco, ritornava carico di spezie e alle prime ricchezze ne aggiungeva di nuove lasciando ai figli, dopo la sua morte, un vistoso patrimonio. Nel 1330 la famiglia costruì il suo palazzo nella parroccchia della Santissima Trinità, detta volgarmente Santa Ternita, e sier Giovanni Dalle Boccole lo abitava verso il 1386 con la moglie, la sorella e la suocera.
Giovanni aveva un carattere leggero e la mania del lusso tanto che, sebbene la legge avesse decretato che nella morte, la grande uguagliatrice, non vi fossero distinzioni, e che tutti venissero sepolti con un povero abito di stamigna, egli nel suo testamento prescrisse di essere sepolto con abiti pomposi di scarlato a ricami d’oro e d’argento. E sul carattere del marito si erano foggiate la moglie, la sorella e la suocera che volevano a tutti i costi godere la vita, e la moglie aveva preso per amante sier Alvise Venier, figlio del doge Antonio, la sorella faceva di tutto per rubaglierlo e la suocera cercava di accontetare l’una e l’altra.
Ma sorta questione, e questione vivace, tra l’Alvise, l’amante e la sorella, il giovane patrizio per vendicarsi appese alla porta di casa del marito ingannato, due grandi mazzi di corna, “duos magnos mazios charichatos cornibus” con scritte obbrobriose contro le tre donne di casa Dalle Boccole.
Alvise venne arrestato e fu condanato a tre mesi di carcere e cento ducati du multa; in carcere ammalò gravemente, ma il doge, in cui più di ogni altro parlava di rispetto alla giustizia, non volle implorare la grazia del figlio che dovette morire in prigione. Avvenimento triste che solevò contro la famiglia Dalle Boccole salaci e aspri commenti da parte specialmente del patriziato che amava e stimava la famiglia Venier, una delle più antiche e delle più illustri casate veneziane.
Un secolo dopo la famiglia Dalle Boccole si estingueva: era il 12 luglio 1483 e il patrizio Francesco Dalle Boccole stava parlando dalla strada “qual va in campo Due Pozzi” con Andrea Giustinian, che era ad una delle finestre della casa abitata di Girolamo Malipiero.
Passava in quel momento tale Alvise Gofritto “marangon” che cominciò a guardare sier Francesco con aria insolente e il patrizio seccato: “che vardevu? va per la toa strada!” ma l’altro con un grosso randello gli menò un colpo su la testa che lo fece cader tramortito. Si disse allora che il patrizio se la intedesse con la moglie del falegname, il colpo fu tanto violento che dopo due giorni sier Francesco ultimo rampollo di casa Dalle Boccole, moriva, mentre l’uccisore veniva condannato in contumacia a bando perpetuo.
Il palazzo fu ereditato dalla famiglia Magno di cui un Michele sembra avesse sposata la sorella di sier Francesco.
Tre anni dopo l’Alvise Gofritto, arrestato a Capo d’Istria, fu condotto a Venezia e decapitato in mezzo le due colonne della Piazzetta, avendo prima subito il taglio della mano “il loco deliti“. (1)
(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 14 luglio 1929.
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