Il processo ai fratelli Bariser, un processo a porte chiuse

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Campo San Stin con Calle de Ca' Donà o del Spezier. Sestiere di San Polo

Il processo ai fratelli Bariser, un processo a porte chiuse

Le norme del procedimento giudiziario che seguiva la Repubblica nel Cinquecento richiamavano in molti punti la nostra odierna procedura.

Fin dal 1443 essa aveva istituito, esempio unico in Italia, “li nobili avocati de’ prigioni” obbligati ad ascoltare i desideri e le lagnanze dei carcerati e portarle dinanzi ai tribunali alla presenza del popolo; alle vedove, ai pupilli, ai poveri concedeva il patrocinio gratuito; alle prime sentenze si dava la facoltà del ricorso in appello, e non si permetteva che i processi scandalosi fossero esca di malsana curiosità.

Così il 15 ottobre 1532 abbiamo dalle cronache del tempo, il primo esempio di un processo tenuto a porte chiuse. “In questa mattina, in Quarantia Criminale, fo introduto per sier Jacomo Canal avogador de Comun, el caso de quel Nicolò Bariser, mercante de seda, et fo comenzato a lezer el processo, nè volseno che alcuno stesse a aldir (a udir)”.

Il processo era davvero scandaloso specialmente nei molti particolari e fu sier Domenico Morosini della contrada di Santa Maria Formosa che ebbe la buona idea, prima che cominciasse la lettura, di proporre che fosse esclusa dalla sala qualsiasi persona che non facesse parte del tribunale “per essere cosa dishonesta questa mala curiosità di la zente et cussì le porte veneno serade“. E la proposta quasi a pieni voti venne accettata.

Abitava nella parrocchia di San Stafano confessore, volgarmente chaiamta San Stin, e precisamente nella Calle Donà tale Nicolo Bariserquel se ‘mpazava con una soa sorela Catarina; lui ha confessato et lei non ma taseva sempre“. La Quarantia era stata informata di quella tresca dal vicinato che spesso udiva nela casa del Bariser litigi e grida essendo la Caterina gelosa del fratello e da quelle liti e dale confidenze di qualche amica della donna si era sparsa la voce dell’orribile connubio si era sparsa per la calle e dalla calle veniva denunciata al tribunale a San Marco.

Le sedute della Quarantia, dopo letto il processo, furono due soltanto e sebbene la Caterina non avesse confessato, le fu risparmiata la tortura poichè la colpa era ormai accertata dalla esplicite accuse e dalla completa confessione del Barisier. L’incestuosa venne condannata, nonostante la bella arringa in suo favore fatta dall’avvocato dei prigionieri sier Alessandro Basadonna, “che sabado proximo la sia messa sopra uno soler (palco) in mezo le do colone di la piazeta con una mitria dipinta con diavoli rossi in capo et stia per sie hore et poi bandita in perpetuo di Venetia et dil distreto con taia di doicento ducati“.

La sentenza pubblicata, come il solito, a San Marco e a Rialto, fece accorrere in Piazzetta San Marco e al Molo una folla numerosa tra cui, dice il cronista Marin Sanudo, tutta la parrocchia di San Stin, e quando la donna venne condotta sul palco con una lunga veste nera e la mitria coi diavoli dipinti in testa “et fo ligada al palo” fu un grande schiamazzo di grida, di urla, di contumelie salaci. I putti, accorsi intorno al palco (era una gran festa per loro) cominciarono a lanciare frutta guaste e qualche sasso e dovettero intervenire le guardie e cacciare quella turba irrequieta a colpi di bastone.

Così passarono le sei ore e la povera sciagurata quando venne staccata dal palo quasi svenuta dovette essere trasportata a braccia nella prigione in attesa di esser condotta al confine e cominciare il suo bando perpetuo raminga e fuggiasca fra genti e paesi sconosciuti. Essa lasciava a Venezia due bambini, frutto dei suoi tristi amori, che vennero raccolti da alcuni pietosi e dal sier Alessandro Basadonna affidati all’ospizio della Pietà di San Giovanni in Bragora condotto dalle “Matrone dell’Umiltà“.

Di Nicolò Bariser, condannato ad un anno di carcere nella prigione Orba, non si seppe più nulla, e la sua bottega di seta all’insegna del “Dose” a San Giuliano rimase chiusa per qualche anno, poi si riaperse da un armaiolo che fabbricava “arme da dosso zoè curazine, pectorali et armadure“. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 25 settembre 1930

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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