I mendicanti a Venezia
Il frate Bernardo Ochino, senese, predicatore di grande rinomanza e fautore delle ideee della Riforma, predicando mel 1539 nella chiesa dei Frari esclamava: “Et guardo in ogni parte; non vi è più nè torre nè città in Italia che non sia perturbata; solo in questa città di Venetia sta in piedi rigogliosa e però mi pare che contenga in sè tutta l’Italia“.
E in Venezia allora accorrevano tutti: uomini di scienza, artisti, poeti, letterati, frati, guerrieri e così pure la città con la sua ricchezza attraeva gran numero di cortigiane e perfino “di mendicanti quali veniva da terraferma et dalle isole di la laguna con uno continuo seguito de infiniti incovenienti“.
La Repubblica per i suoi poveri, cittadini originari, provvedeva con quotidiane elargizioni pubbliche e private; ordinava nel 1544 ai notai di ricordare ai testatori i miseri per qualche lascito; decretava che un certo numero di essi traesse il sostentamento dalla “messeteria“, senseria, del pepe che aveva a Venezia così largo traffico; concedeva vendite di vittuarie ai vecchi marinai i quali “per etade” non potevano più navigare, ma i mendicanti crescevano sempre più, quasi tutti forestieri, “che de zorno et de notte vano cridando sopra li ponti et per le contrade dimandando elemosina cum grande ignominia di questa città, il che è etiam cosa scandalosa di mal exempio“.
I Provveditori alla Sanità, cui era adibito il decoro e l’igiene della strada, a quella irruzione di accattoni furono severissimi, specialmente contro gli sfruttori della pietà umana, con il loro decreto pubblicato il 23 gennaio 1505 sulle scale di Rialto e di San Marco. “Molti furfanti et persone abiette de vilissima condition cussi homeni come femene, qual femene con le cappe in zoso coverto al volto et li homeni coverti et vestidi de sacho si che non sono conossudi et vanno per la terra cercando elemosina simulando essere boni citadini et de optime fameglie redutte in povertà ne se sa se siano forestieri o terrieri nè dove vengono” siano presi e frustati da San Marco a Rialto “et debano star dui mesi in preson serati et po bandizadi da la terra”.
Il decreto andò subito in vigore, e ricordano le cronache che in quella prima settimana furono due i frustati tutto lungo le Mercerie tra i quali un tale Zuane da Campalto che tra una sferzata e l’altra raccolse qualche soldo buttatogli dal popolo buono e pietoso.
Ma nè il decreto nè gli esempi non valsero a nulla perché “li poveri era una moltitudine per tutti li loci di questa nostra città” e i Provveditori ricorsero allora, d’accordo con gli Avogadori di Comune ad un estremo rimedio e moltissimi accattoni vennero condotti a Mestre e fu proibito loro di ritornare a Venezia facendo obbligo ai barcaruoli “sotto pena di esserli brusate le barche” di condur mendicanti dalla terraferma alla città.
Qualche femmina ancor giovane a quello sfratto improvviso preferì la via allegra che le assicurava alloggio e vitto a prese il fazzoletto giallo, distintivo delle meretrici alloggiate nella calli del “castelletto” in contrada di San Matteo di Rialto sotto la severa sorveglianza dei Signori di Notte.
Ma per togliere il male dalle radici si credette modificare il primo decreto dei Provveditori alla Sanità in un senso più rigoroso e venne allora bandito che “chi per l’avvenire ardisca mendicar per le chiese over in luogo alcuno di questa città nè mandar i suoi fiolli putti e putte siano condanati se homeni a vogar per anni cinque continui nele galere di condanati con li ferri a li piedi et essendo donne li sia talgiato il naso et rechie et poi debino star per mesi dieseocto in una preson serrada“.
Però il miraggio del guadagno era più forte dei severi decreti e gli accattoni di terraferma nel Seicento approfittavano del carnevale per venire a Venezia in tabarro e bauta a stender la mano, oppure con il vestito a brandelli chiamato del “bernardone” fingevano infermità sorretti da grucce per impietosire i passanti. La Repubblica nei due ultimi secoli vedeva e lasciava fare. (1)
(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO. 21 febbraio 1930
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