Angelo Emo, l’ultimo ammiraglio della Serenissima
Angelo Emo nacque a Venezia il 2 gennaio 1731 da Giovanni e da Lucia Lombardo. La sua famiglia, sebbene non potesse vantare alcun doge, si gloriava di antica origine ed era tra le più illustri per importanti servizi resi in pace ed in guerra alla Repubblica. Gli Emo eran venuti dalla Grecia in Dalmazia, ed il cavaliere Angelo discendeva propriamente da quel ramo che, originato sulla fine del 1400 da Gabriele e Costantina Priuli venne ad estinguersi in lui.
Quali uffici abbiano dapprima tenuto, a quali industrie si siano dati non sapremmo dire, il Cappellari narra che furono molto industriosi, gagliardi, letterati, e gran maestri di palazzo. Nel secolo XIII troviamo ricordato con onore Giorgio Emo valoroso condottiero supremo delle forze di Venezia nella guerra contro i Mussulmani; nel secolo XIV Maffeo Emo, provveditore nella Dalmazia, ambasciatore alla Corte d’Austria e podestà di Treviso, passata proprio allora sotto la veneta dominazione.
Erede della paterna virtù, Pietro Emo il cavaliere, dopo quattro lustri successe al glorioso suo genitore nel governo della stessa città che egli valorosamente difese contro i signori di Feltre e Belluno; quindi fu mandato a Chioggia, dove pure si sostenne virilmente contro i genovesi, in quei giorni nei quali pareva dovessero porre la briglia ai cavalli di San Marco. Caduta poi la città nelle mani dei vincitori, Pietro fu fatto prigioniero, e quando i figli di Genova si videro assediati in quello stesso luogo che avevano espugnato, a lui diedero l’incarico di trattar della resa.
Fu quindi creato provveditore d’armata, generale dell’esercito, ambasciatore alla corte austriaca; ed infine, vecchio ed illustre, mori lasciando di sè splendida fama. Fiorì nello stesso tempo Gabriele Emo, uno dei più eloquenti oratori del suo secolo, mentre nell’arte ancora del dire e nella scienza del governo riuscì pure degno di lode Giovanni, figlio di Giorgio, distinto senatore. Ebbe egli onorevoli incarichi: fu ambasciatore presso Mattia Corvino, a Firenze, al Cairo presso altri stati: infine, essendo provveditore in campo nella guerra di Ferrara, gloriosamente mori.
Un altro Giorgio Emo visse quando gli odii dell’Europa minacciarono la caduta della Repubblica. In quei giorni luttuosi egli fu di grande aiuto alla patria, e spedito alla corte di Roma con il consiglio sapiente e con l’opera indefessa, seppe, in favor di Venezia ridurre il pontefice a sensi migliori. Ma per non tessere una lunga genealogia ricorderemo ancora soltanto Angelo Emo che si coprì di gloria in Oriente, combattendo a fianco del Peloponnesiaco, ed infine Giovanni Emo, distintosi nella guerra di Candia, e modello di ogni cittadina virtù.
A sette anni Angelo Emo entrò nel collegio dei gesuiti di Brescia, dove si distinse specialmente nello studio della filosofia, dei classici latini e della storia, quindi restituitosi alla famiglia, il padre volle iniziarlo in quelle scienze che miravano a formare l’uomo di Stato, e si giovò del Bilesimo, consultore della Repubblica, del Padre Lodoli e dello strano filosofo Jacopo Stellini.
Compiuti appena i vent’anni, fu eletto Nobile di nave, compiuto il quadriennio stabilito per questa carica, ne fu creato Governatore, e nel 1759 mandato in Portogallo per avviare il commercio con quel Regno.
Egli sciolte le vele da Corfù, navigò nel Mediterraneo, passò lo stretto di Gibilterra, ma sorpreso nell’Oceano da fiera burrasca, per solo suo merito ed in virtù del suo coraggio e della sua perizia, il legno già pericolante e dal pilota abbandonato, potè vincere la grossa fortuna. Già disperava ognuno della propria salvezza: nessun porto, nessuna spiaggia, il mare sconvolto ed infuriato. Ma non si smarri Angelo Emo, anzi animati i marinai, seppe uscire vittorioso dalla lotta con l’irato elemento, e sostituito allo spezzato timone della sua nave un tronco d’albero, che potè strappare da una costa vicina, si ridusse salvo nel porto, tra l’ammirazione e l’applauso universale.
Fu accolto benissimo dal re portoghese, ed ebbe la soddisfazione di poter scrivere al proprio governo, di esser riuscito completamente nella propria missione, e di aver stretti nuovi vincoli d’amicizia e di commercio tra la Repubblica ed il Portogallo. La sua relazione al Senato è invero notevolissima, chè in essa discorre non solo della condizione commerciale di quel paese, ma ben anco di un progetto di spedizione contro i pirati africani.
Il Portogallo, come ognuno sa, era entrato a quest’epoca, nel periodo delle interne riforme, per opera massimamente del ministro Pombal, che si rese benemerito con la cacciata dei Gesuiti, compiuta appunto in quest’anno 1758. L’Emo scrive a tale proposito di aver trovate le cose in uno stato di grande agitazione, ma che il Ministro, onnipotente sull’animo del Re, si mostrava di carattere fermo e di tenace volontà. L’industria, continua egli, comincia a sorgere a nuova vita, il Governo tentava togliere dalle mani degli inglesi il commercio, ed è già compiuto l’arsenale, dove si fabbricheranno le navi da guerra che, fino a questo tempo si comperavano dai genovesi.
Gli affari stranieri si trattano qui, quando non vi sia uno stimolo efficace, con la massima lentezza; però io dovetti non tralasciare sforzi per compiere al più presto la missione affidatami. Finalmente nell’ultima parte della lettera l’Emo scrive: “L’ultima volta che fui dal segretario di Stato, cadde il discorso sui corsari di Barberia. Egli insistè molto sulla facilità che avrebbero gli stati di sbrigarsi di tal disturbo, quando attaccassero i nemici nella propria sede. Io risposi in modo generale che ciò dipende dal volere dei singoli sovrani, del resto esposi, quale un discorso di società, un mio progetto che, cioè, senza far nuove spese gli stati interessati, operando di concerto, e non usando altre forze che quelle che hanno attualmente, potrebbero disporle in crociera, così da tendere una rete formidabile ai pirati”.
Dopo aver stretti nuovi vincoli d’amicizia e di commercio col re portoghese, ritornò in patria e fu eletto Magistrato delle Acque, con l’incarico di conoscere i mutamenti avvenuti nella condizione del veneto estuario, dopo i tempi del Sabbadini, che è quanto dire nel corso di circa due secoli, e la mappa rilevatane sotto la sua direzione servì fino ai di nostri di guida ai successivi regolatori delle nostre acque.
Nell’aprile del 176 fu nominato Almirante o vice ammiraglio e spedito con navi per punire gli Algerini i quali avevano rotto il trattato di pace. Quel Bey infatti querelavasi d’aver ricevuto varie ingiurie dai nostri e chiedeva, in risarcimento di esse l’enorme somma di 30.000 zecchini, più l’aumento della solita annualità o, diremo meglio, tributo, che la repubblica usava pagargli.
L’Emo inviato a ricondurre quel barbaro a sensi migliori, comprese tosto essere assai difficile la sua missione. Nel primo colloquio infatti che ebbe col Bey, questi non fece che ripetergli le pretese, già esposte al console, ed intimargli o di assoggettarvisi, o di partire immediatamente. Il veneto capitano allora, dopo aver con un abile discorso dimostrato all’africano l’assurdità delle sue richieste, ed averne accarezzato l’animo con belle parole, concluse dignitosamente: “V. E. si ricordi che Venezia ha forze sufficienti non solo per difendersi, ma benanco per offendere e per punire chi osa insultarla”.
A tal conclusione il Bey sorpreso si adirò oltremodo. Passati altri due dì d’inutile tregua, l’Emo comprendendo bene che a nulla si riuscirebbe senza un’energica risoluzione fece intimare agli algerini la guerra, quindi lasciò la rada d’Algeri e si ritirò a Porto-Maone. Di là indirizzò al Senato una relazione particolareggiata di ciò che aveva fatto, e parlò delle violenze che gli algerini commettevano anche contro gli inglesi che trattano, egli dice, con grande disprezzo, al pari di qualunque altra nazione. Ma soggiunge, sarebbe certamente facile all’Inghilterra il ridurre al dovere questi barbari con la forza; tanto più che, sebbene il bombardamento di Algeri, sia difficile assai, non è tuttavia impossibile a chi conosce appieno le fortificazioni della piazza, i difetti di essa, ed i modi che si dovrebbero usare per riuscire nell’intento.
In questo mezzo il fermo contegno da lui tenuto, le arti messe in opera, gettando tra i soldati africani, sempre pronti ad ammutinarsi, i semi del malcontento e l’insistenza del Divano sfavorevole ad una guerra coi veneziani, piegarono l’animo del Bey, il quale l’anno dopo sottoscrisse la pace accettando in gran parte, i patti proposti dall’Emo.
Per questi fatti, ripatriato appena egli venne eletto cavaliere della stola d’oro, volendo così il Senato dargli una prova sicura della stima in cui lo teneva e delle speranze che la patria aveva riposto in lui. A tale onore insperato egli si senti assai commosso, come si rileva dalla lettera di ringraziamento che indirizzò al Governo.
Fu quindi nominato ammiraglio, e con tale grado, spedito con una squadra nell’Arcipelago, in quei dì nei quali la rivalità di due grandi stati, la Russia e la Porta, teneva agitata l’Europa. Finito il triennio dell’ammiragliato, nel restituirsi in patria, dovette, per fiera burrasca, veder distrutte, sotto i suoi occhi, presso la riviera d’Eleos, due navi: la Corriera e la Tolleranza. Reduce finalmente a Venezia, per ristorare la sua salute, allora inferma in causa delle molte fatiche sostenute, ascoltò il consiglio di alcuni amici e viaggiò in Austria ed in Germania, ricevendo in quest’ultima contrada segni non dubbi di stima dal grande Federico II; ed al suo ritorno in patria, fu chiamato a sedere tra i Cinque Savi della Mercanzia, la quale magistratura, istituita nel 1516, con l’incarico di proporre nuove vie e nuovi modi atti ad agevolare ed accrescere il commercio, era una fra le più importanti nella Repubblica.
Anche in questo ufficio l’Emo impiegò quell’ingegno illuminato e quell’attività e sollecitudine per il bene della patria che erano in lui abituali; e per suo mezzo crebbe la portata dei bastimenti destinati alla marineria mercantile, le manifatture nazionali vantaggiarono, i consoli lontani soddisfecero con maggior premura agli incarichi loro spettanti, e furono rianimati i commerci di Venezia col Mar Nero, ed avviate nuove relazioni con i porti d’America.
Lo stesso zelo usò nell’ufficio d’Inquisitore straordinario all’Arsenale, centro un dì della vita di Venezia, onore della nazione, baluardo d’Italia. E l’Emo si adoprò, nel tempo che tenne quella carica, affinchè esso risorgesse dalla decadenza, nella quale, pur troppo, allora giaceva. Intese pertanto a migliorare la costruzione dei navigli, e ad introdurre tra le maestranze insegnamenti teorici; istituì anche scuole, fece chiamare istruttori dall’Inghilterra e dalla Francia, ed infine, perchè la gente delle pubbliche navi ritornasse in estimazione, volle ricoverati in un asilo i marinai o malaticci o ridotti all’estremo della vecchiaia e ai robusti, che avevano servito con lode, distribuiti gradi che fossero il premio dei servigi prestati.
Senonchè al grande patriota mancava il tempo, e se non fosse allora spirato il termine stabilito dai regolamenti per la sua carica, avrebbe atteso a nuovi e maggiori provvedimenti. Tale era il cittadino, tale il soldato al quale Venezia affidò il comando della sua armata nella guerra contro i pirati tunisini. Davvero che scelta migliore non poteva farsi, chè l’eletto aveva mostrato, fin da giovinetto, quanto grande in lui fosse l’affetto per la patria, alle cure della quale s’era sempre consacrato, lieto, come egli scrisse, di donarle la vita, purchè questo suo sacrificio potesse tornarle vantaggioso. (1)
Il monumento funebre all’ammiraglio Angelo Emo, nella Chiesa di San Biagio, proveniente dalla demolita Chiesa di Santa Maria dei Servi, è opera dello scultore Giovanni Ferrari.
(1) V. Marchesi. Rivista Europea Rivista Internazionale. Nuova Serie Anno XII. Firenze
FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.



















































































