Gli Inquisitori di Stato sapevano anche ridere

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Sala degli Inquisitori di Stato, Palazzo Ducale

Gli Inquisitori di Stato sapevano anche ridere

Sembra un sogno eppure, racconta il Gallicciolli, i terribili Inquisitori di Sato, riuniti nella loro sala del Palazzo Ducale, il 20 novembre 1710 risero alle spalle dell’abate Antonio Olivieri della chiesa di San Basso.

L’abate Olivieri, della famiglia cittadinesca di San Giobbe, era figlio di Giovanni dragomanno della Repubblica a Costantinopoli ed appunto in quella città nacque il futuro abate, sembra nel 1665. Dopo varie vicende e parecchi viaggi nei paesi orientali, viaggi descritti da lui stesso in un libretto dal titolo “Enciclopedia morale e civile della vita dell’abate Olivieri“, il buon prete si era stabilito a Venezia ed abitava due stanzette a San Moisè, in Calle del Tagiapiera per andare al Ponte de Ca’ Barozzi (demolito nel Novecento), presso tale Marietta Amadi, una vedova ancora giovane che aveva preso sul timido e buon prete una grandissima padronanza.

Poco lontano dalla casa della Amadi abitava sier Marco Cappello il quale, o per gelosia della Marietta o per natura prepotente, aveva il mal vezzo di prendere in giro pubblicamente l’Olivieri ed anche insolentirlo con atti e con parole.

Il timido abate per un bel pezzo tacque, ma poi non potendone proprio più e non avendo il coraggio di reagire apertamente contro la prepotenza del Cappello, ricorse al Tribunale degli Inquisitori con una supplica di stile tra il veneziano ed il turco, e tale supplica fu la causa di quel buon umore insolito nella terribile austerità del famoso Tribunale.

Eccellenze. Mi ricorsi già tre anni a Vostre Eccellenze contro di quel baron dell’Eccellentissimo Cappello, che adesso mi torna insolentarmi e mi ha detto che me vuol sfrattar dalla Città de questa Venetia, e mi risposto, ch’el Principe mi riconosce per la mia bon servitù verso lui, el qual mi ha fatto Abbatte, e lui mi rispose che me tormentarà sempre, e sempre me aspeta alla Potega della acqua a S. Baso, e mi quandi vago a casa passo per de là e lui mi insolenza e mi dice che sono prete del Ghetto e mi vien driedo, e mi pizzica il culo di drio, e poi mi trata da can dicendo in pubblico in Piazza a mi, tò, tò, pis, pis, tò, tò, e mi vago a casa e per la rabia no magno, e mi compro roba, e la Parona di casa magna tutto e mi cogiona, e perdo i bezzi. La prego la giustizia. L’Abate Olivieri“.

Il buon umore del terribile Tribunale fu breve: il giorno dopo Zorzi Varutti, Capitano grande del Consiglio, avvicinava sier Cappello pregandolo a nome degli Inquisitori di lasciare in pace l’Olivieri. La “preghiera” fu subito e per sempre esaudita. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. Il Gazzettino, 25 giugno 1924.

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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