Il mistero delle “piere sbuse”

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Corte Marcona, palazzo con due "piere sbuse" sovrapposte. Sestiere di Dorsoduro

Il mistero delle “piere sbuse”

Le piere sbuse sono pietre bucate sporgenti dai muri di alcuni palazzi del Duecento e del Trecento a Venezia. Realizzate in pietra d’Istria sono sempre infisse in coppia tra delle finestre, in particolare in quelle dell’ultimo piano sotto il tetto. I fori di queste pietre sembrano predisposti per sostenere una stanga o un palo.  

Alcuni autori ritengono che quesi pali venissero utilizzati per stendere il bucato o i panni dopo la tintura, per stendere drappi o tappeti durante le cerimonie pubbliche e religiose, altri ritengono che fossero dei supporti per le bertesche (sistemi di difesa), altri che servissero per fissarvi le impalcature per eventuali restauri, altri ancora che fossero impiegati come conduttori alle grondaie, ma il loro effettivo utilizzo è sempre stato un mistero, nessuna ipotesi è stata comprovata da una documentazione certa.

Nel corso dell’Ottocento e per tutto il Novecento l’idea più diffusa era che servissero, con la loro stanga, a stendere il bucato, in questo modo si esprimevano gli autori dell’Elenco degli Edifici Monumentali e dei Frammenti Storici ed Artistici della Città di Venezia (Comune di Venezia 1905) che le definiscono: “pietre forate sporgenti per stendere i panni“, e Egle Renata Tricanato nel suo “Venezia minore” (1948) e Giulio Lorenzetti, nella sua “Venezia e il suo estuario” (1963), parlando di quelle infisse in un palazzetto di Salizada San Lio, le definiscono “pietre da stendere panni“.

Probabilmente gli autori si rifacevano, per la loro ipotesi, a dei quadri di Vittore Carpaccio dove si può vedere l’utilizzo di queste pietre, e cioè il ciclo dei dipinti sui santi protettori della Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, dove nel dipinto di San Girolamo e il leone nel convento, si può vedere, sulla facciata del convento, dei panni, o meglio dei sai messi ad arieggiare appoggiati a dei pali inseriti tra le piere sbuse.

Alessia Boscolo Natta, in un suo saggio “Le pière sbuse: un indagine tra Chioggia, Venezia e l’Adriatico“, formulava recentemente tre nuove ipotesi di utilizzo delle piere sbuse. La prima ipotesi è quella che le pietre con la loro stanga servissero a tenere le impannate, tele incerate, oliate e imbevute di trementina, usate per protezione dall’aria fredda esterna,  o per schermare i raggi del sole, utilizzate fino a l’avvento dell’uso dei vetri alle finestre, avvenuto alla fine del Trecento.  La seconda che fossero sostegno ai liagò, logge in legno, aperte sul davanti, coperte e chiuse ai tre lati arricchite di intarsi e gelosie mobili, alla maniera orientale. La terza ipotesi, parte dalla considerazione che non vi sarebbero pietre infisse nelle facciate delle case prospicienti i canali, e che quindi le pietre e le sbarre servissero per mettere ad arieggiare materassi, tappeti e cose di un certo valore, che una volta cadute in acqua si sarebbero facilmente compromesse. Quest’ultima ipotesi però ignora che esistono piere sbuse anche su palazzi prospicienti  canali e rioterà, per esempio una piera sbusa la si può vedere sul palazzo Venier sul Rio de San Martin e due su un palazzo in Rio Terà San Silvestro o del Fontego (di fronte alla chiesa di San Silvestro).  Il mistero delle pietre sbuse si infittisce. (1) 

 (1) ConoscereVenezia

Le-piere-sbuse-Alessia-Boscolo-Nata.pdf – Google Drive

Dall’alto in basso, da sinistra a destra:  Campo San Zaninovo;  Casa Torres in Fondamenta del Gaffaro; Salizada San Lio; Corte Marcona; finestra del Palazzo Badoer a San Giovanni in Bragora; Rio Terà San Silvestro; Campo San Lio; Rio Terà ai Saloni; Fondamenta Ca’ Balà; Rio de San Martin

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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