Il falso profeta Natan, da Aza (odierna Qaza) in Palestina al Ghetto di Venezia

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Campo Gheto Novo. Sestiere di Cannaregio

Il falso profeta Natan, da Aza (odierna Qaza) in Palestina al Ghetto di Venezia

Nel 1665 viveva ad Aza (odierna Qaza), città della Palestina, un giovane ebreo col titolo di dottore della Legge, chiamato Natan, figlio di Eliseo Todesco. Egli aveva studiato filosofia, sapeva parecchie lingue ed aveva facile ed eloquente lingua e si diceva precursore del Messia, l’atteso profeta della buona novella.

Avviatosi ad Adrianopoli, aveva suscitato fra gli ebrei gran fermento, ma il governo turco stava sull’armi ed egli dovette fuggire nella Morea, poi passò a Corfù ed infine si decise per Venezia, numeroso centro di ebrei, dove comparve nella primavera del 1668.

La Comunità ebraica era già stata avvertita di questo arrivo poco desiderato, ed appena ebbero sentore della sua venuta, i rabbini del Ghetto si radunarono, minacciando la scomunica a qualunque ebreo gli avesse dato ricovero ed in pari tempo promettendo al Consiglio dei Dieci, già come sempre informato di tutto, di provvedere loro stessi ad ogni evento increscioso. “Al governo de San Marco”, dissero, “no volemo darghe fastidi; se Natan Todesco xe mato, pensaremo a guarirlo, ma su sta tera benedeta no volemo nè falsi nè veri profeti“.

Il Consiglio accettò la proposta ed il giorno stesso il rabbino maggiore Samuele Aboab si recava al Lazzaretto, dove s’era fermato giusta le leggi sanitarie, il sedicente profeta, e gli intimava di non entrare nemmeno in città, ma Natan rispondeva che “doveva entrar et entrato sarebbe“.

Caso volle che al falso profeta fosse propizia la fortuna, poiché due nobili, Alvise Donato e Piero Bragadin, impietositi dal furbo che era leggiadro e buon parlatore, lo accompagnarono a Venezia, dandogli alloggio per alquanti giorni presso di loro.

Giunti a Venezia, si notò subito qualche agitazione nel Ghetto; piccoli capannelli bisbiglianti, un avvicinarsi subdolo di persone, e qualche fuggitiva apparizione del Natan stesso sospettoso e guardingo: Aboab vegliava, ma i Dieci vegliavano su tutti.

Un giorno capitava in Ghetto Missier grando del Consiglio; la visita inaspettata, forse unica in parecchi anni, fece pensare Aboab e difatti due giorni dopo il Natan venne fermato da alcuni uomini sulla fondamenta di San Giobbe e condotto alla presenza dei rabbini radunati nei locali della Fraterna.

Al Natan fu subito proposto il dilemma, od essere consegnato ai Dieci come impostore, o firmare una dichiarazione confessandosi colpevole d’impostura. Egli preferì firmare.

Aboab, avuta la confessione, gli ordinò di lasciare la città, e la sera stessa il falso profeta partì da Venezia; ma volendo i rabbini garantirsi da ulteriore tentativi di ritorno, lo fecero accompagnare fuori del territorio di San Marco da un individuo della famiglia Satanin, quasi a significargli che lo mandavano al diavolo. (1)

(1) Cesare Musatti. Il Maestro Moisè Soave. Archivio Veneto.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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