Giovanni Pesaro. Doge CIII. – Anni 1658-1659

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Sala dello Scrutinio. Girolamo Forabosco. Ritratto di Giovanni Pesaro

Giovanni Pesaro. Doge CIII. — Anni 1658-1659 (a)

Al defunto doge Valiero, gli elettori, di comune consenso, il dì 8 aprile 1658, sostituirono Giovanni Pesaro, cavaliere e procuratore di San Marco, chiarissimo per molte cospicue cariche da lui sostenute con molto senno e prudenza.

Pervenuta la risposta del Senato al gran visir, arse d’ira alla notizia della rifiutata proposizione di pace, e risolse di adoperare tutte le forze per vincere la meravigliosa costanza dei Veneziani. Pertanto unì grande armata, alla cui testa pose i pascià di Buda e di Temiswar, e in pari tempo altre numerose truppe mise in piedi, al fine di recarsi egli stesso a Belgrado, onde da colà invadere la Transilvania, e minacciare la Dalmazia e l’Ungheria. La morte accaduta sul campo del principe Ragoczy di Transilvania, diede modo ai Turchi di acquistare Varadino, e quindi di scorrere e devastar l’Ungheria.

Il Senato intanto entrava in pratiche con Francia, per ottenere aiuti più efficaci di quelli degli altri principi; e già il Mazzarini, aveva mandato la somma di 100.000 scudi, per mezzo dell’ambasciatore Francesco Giustiniani; e si sperava poi che la imminente pace tra Francia e Spagna, conchiusa quindi definitivamente il 7 novembre 1659, mettesse la prima nella possibilità di allargare maggiormente la mano.

Sul mare, durante l’anno ultimo accennato, il generalissimo Francesco Morosini non aveva potuto, per la viltà dei Turchi, che sfuggivano ogni scontro, segnalarsi con qualche splendido fatto; e solo tentato aveva la conquista della Morea, ove gli abitanti del Braccio di Maina promettevano di sollevarsi, ma poi mancarono; e il Morosini, presa la città e il castello di Calamata, non credette opportuno di spingersi per allora più oltre. Mandava il capitano Girolamo Contarini alla stazione dei Dardanelli per impedire, se non altro, il commercio ai Turchi, e continuò a scorrere l’Arcipelago, recando ai nemici gravi danni. E’ di vero incontrava egli nelle acque di Samo la flotta turca, e poiché questa ne sfuggiva lo scontro, si dava a perseguitare la retroguardia, predando due galee. Poi correva sulle coste della Natolia, e le saccheggiava; e continuando suo viaggio, assali il castello di Torm, se ne impadroniva e lo distruggeva: occupava e demoliva l’altro castello di Cismes; e, seguitando, vinceva anche Castel Ruggio, facendovi ricco bottino; finché avvicinandosi l’inverno, si recava con le navi a Milo, in attesa della novella stagione.

Ma in questo medesimo anno 1659, il 30 settembre, veniva a morte doge Giovanni Pesaro, ed era tumulato nel tempio di Santa Maria dei Frari, ove dal di lui nipote Leonardo Pesaro gli si eresse magnifico monumento (b). L’orazione funebre, che va alle stampe, veniva recitata da Valente Gandolfo, canonico di San Marco.

Per le importabili spese della guerra, trovandosi nel 1658 esausto il pubblico erario, il Senato creava una nuova magistratura, quella cioè dei Deputati alla provvigione del denaro, il cui carico era di proporre i mezzi più acconci di raccogliere il danaro occorrente alle provvisioni di guerra.

Il ritratto del Pesaro è lavorato da Girolamo Ferabosco, o Forabosco; e reca nel campo questa inscrizione:

IOANNES PISAVRVS DVX VENETIARVM, CRETAM CONSILIO, AERE ET ARMIS SVSTINENS, PATRIAE FELICITATI DE TVRCICO BELLO IN EVROPAE PACIS ORTV FAVSTVM OMNEM RELIQVI, CAL. OCTOB MDCLIX.

Anche in riguardo alla inscrizione di questo doge, il Palazzi la riporta diversamente di questo modo: A me sibi timuit gentium terror Othomanus. Dalmatia frustra tentata, stetit in armis invicta, in fide constans. Classes potentissimae hostium depresse Castrum Ruggium, inexpugnabile creditum, expugnatum et in meam potestatem redactum. Justus in poenis repetendis a Voino proditore. Pius in solvendis iustis Lazaro Mocenico trinmphatori. Parum Patriae vixi, gloriae satis. (1)

(a) Per comune opinione dei cronacisti e genealogisti, trasse l’origine la famiglia Da Pesaro dalla città del nome medesimo, da cui venne a por stanza a Venezia nel 1132, a motivo, secondo il Frescot, delle dissensioni col partito contrario, che aveva preso il sopravvento in quello città; e secondo Tommaso Diplovatazzi, citato dal Cappellari, e giusta Nicolò Crasso, nella sua opera Pisaura gens, venuta qui nel 1225, guidata dal capo suo Jacopo dei Palmieri, console di Pesaro, fuggito dall’armi di Federico II imperatore, che preso aveva e manomessa la città stessa. Qui giunta, depose essa famiglia l’antico cognome Palmieri, quello assumendo primamente di Carosi, perché molti dei suoi personaggi portavano appunto il nome di Garoso; poi, lasciato anche questo, prese definitivamente il cognome dalla città di Pesaro da cui provenne. Ascritti subitamente i Da Pesaro alla nobiltà veneziana, sostennero fin dal principio le cariche più cospicue, e dilatarono la loro posterità, dalla quale si fondarono molti e nobilissimi palazzi in più luoghi di Venezia. Fecero in oltre edificare la chiesa di San Giovanni Decollato, ed altre chiese di Venezia, tengono poi monumenti cospicui e memorie onorate. Produsse questa nobilissima casa molti uomini insigni e strenui guerrieri; ed innalza per arme uno scudo partito d’oro e di azzurro a punte, o denti lunghi d’oro.

Giovanni Da Pesaro, figlio di Vittore e di Elena Soranzo di Giovanni cavaliere, che mori nel darlo alla luce, nacque nel settembre 1590. Essendo fanciullo cadde in canale dall’alto del suo palazzo, a Santa Maria Mater Domini, e prodigiosamente si salvò. Entrato nel maggior consiglio all’età conveniente, fu prima savio agli ordini, indi di Terraferma; e nel 1620 ambasciatore residente alla corte di Savoia, e due anni appresso lo fu in Francia, e poi in Inghilterra. Parimenti lo fu a Roma, nel 1630, dalla quale ambasceria tornava in patria fregiato del titolo di cavaliere. Nel 1636 fu deputato ambasciatore assistente alla dieta di Colonia; e rimpatriato sostenne consecutivamente le cariche di savio grande, di senatore e di provveditore nei confini, e quindi, per la morte seguita di Francesco Monismi q. Pietro, fu decorato, il 21 giugno 1641, della stola procuratoria de supra. In seguito, fu riformatore dello studio di Padova. Poco appresso essendo in Senato, con la facondia del dir suo, della quale era meravigliosamente dotato, persuase il Senato medesimo di prendere in protezione il duca di Parma, avversato dai Barberini, contro dei quali, nel 1642, fu eletto capitano della cavalleria. L’anno medesimo era stato destinato ambasciatore a Ladislao re di Polonia, nella di lui assunzione a quel trono, ma fu altri mandato in sua vece; dappoiché parve migliore che egli reggesse, siccome generale, le armi venete nella guerra accennata contro i Barberini, e quindi compié quella carica con molta sua lode, sia per valore, come per senno e prudenza. Nel 1647, fu di nuovo riformatore dello studio di Padova, e nell’anno seguente, essendo savio del consiglio (carica che coprì per ben ventiquattro volte), sostenne in Senato doversi continuare robustamente la guerra col Turco, sicché per la di lui eloquenza cadde il partito di acquistare la pace con il sacrificio di Candia. Nel 1651, fu per la terza volta riformatore di Padova, e quattro anni dopo, ambasciatore d’obbedienza presso Alessandro VII, nella sua assunzione al pontificato. Nel 1657, come savio del collegio, perorò eloquentemente perché fossero riamessi i Gesuiti nello Stato, già espulsi. Prestò alla Repubblica, nel 1658, seimila ducati, onde potesse continuare la guerra accennata di Candia; e finalmente l’8 aprile 1658, fu assunto al trono ducale, siccome superiormente dicemmo, morendo dopo un anno ed oltre cinque mesi, nell’età di circa 70 anni.

(b) Il monumento colossale e magnifico, che Leonardo Da Pesaro faceva innalzare a questo doge suo parente, è opera di Baldassare Longhena. Collocato a sinistra di chi entra nel tempio di Santa Maria dei Frari, cinge la porta d’ingresso da quel lato. Il monumento ergesi sugli omeri di quattro Africani di forme colossali, nudi le braccia ed i piedi, che poggiano sopra ricco basamento. Fra essi chiudesi nel mezzo la porta d’ingresso al tempio, sulla cui serraglia è collocato un genio recante un cartello col motto: STABVNT SPIRANTIA SIGNA. Lateralmente, entro nicchie quadrate, stanno due scheletri umani di bronzo, ciascuno dei quali tiene fra mani una delle epigrafi, che appresso riportiamo. Quattro spiccate colonne formano tre intercolunni. In quello di mezzo, sorge, collocato sopra due mostri, un magnifico trono, dove, sotto marmoreo baldacchino, siede il simulacro del principe, coperto delle assise ducali. Negli altri due intercolunni, si vedono, alla destra, due figure aggruppate simboleggiami la Religione e il Valore, ed alla sinistra, due altre, che rappresentano la Concordia e la Pace. Sul dinanzi vi sono quattro altre figure di Virtù, due presso al trono, e due situate negli angoli. Adornano il fregio superiore sei putti in bassorilievo, con elmo in mano; e finalmente nel mezzo della cornice sorge lo scudo coronato della famiglia, sostenuto da due geni di tutto tondo.

Inscrizione a destra.

IOANNEM PISAVRVM VENET. DVCEM AVREVM INTER OPTIMOS PRINCIPES VIDES, QVI PER MORTES AD VITAM PRODIENS, IN LETHALI PVERPERIO MATREM SERVAVIT NASCENDO, IDEM PATRIAE AVGVRATVS, CVI NASCEBATVR. POSTINDE PATRIAE TOTVS VIVENS, NVLLVS SIRI, APVD ALLOBROGES CVM CAROLO EMANVELE ARCANAM ILLAM MOLITVS MACHINAM, IN TELLINAE VALLIS INVASORES, IMPACTAS VENETAE LIBERTATI COMPEDES FREGIT. IN GALLIA LVDOVICO JVSTO GLORIOSAE, ORBI CATHOLICO NECESSARIAE, VENETIS OPPORTVNAE, GALLICANAE QVIETI ALLAABORAVIT. IN ANGLIA JACOBI REGIS OBITVM MIRA GALLIDITATE GELATVM, MIRA SAGAGITATE RIMATVS, PRISCAM BENEVOLENTIAM FAELIGITER FIRMAVIT. ROMAE INTONANTE NOVO TITVLORVM DECRETO, IOANNI PISAVRO BEBVIT RESPVRLICA, QVOD MAXIMIS AEQVATA REGIBVS AVITA IVRA SERVAVIT. HINC LABRIS INNVTV SVADA, LEGATVS LIGATOS ELOQVIO PRINCIPES, QVO LVBEBAT ADDVCTVRVS. SEMEL AD LADLSLAVM POLONIAE REGEM, BIS AD FERDINANDVM AVGVSTVM CONCILIATOR, MOX VD MONASTERII CONVENTVM CADVCEVTOR DESIGNATVS, MERCVRIVS VIDERI POTVIT, NI MARTEM OSTENDISSENT ERIDANI RIPAE ROMANIS EREPTAE, AVT VENETIS ASSERTAE VEL TESTE CALVMNIA, QVAE VERI FACIEM, ET VIRI FAMAM, VT EXTINGVERET, CLARIOREM FECIT VENTILANDO.

Inscrizione a sinistra.

HOC VERO, VEL NOLENS PATERE LIVOR, QVOD REGNI PVLCHERIMI IACTVM, VOCE, ARGENTI PROPRII EXEMPLO, PVBLICO FERRO, CVNCTANTER, AC COSTANTER AVERSATVS AVERTITI: ET CRETENSEM VENETIS CORONAM, VENETAM ITALIS GLORIAM CONSERVAVIT, AC FERE ABSORTAM, OTTOMANIS EXTORSIT. HINC TOT LARORES, MAXIMO CVMVLANS LABORE, PRINCIPATV. PROH QVANTVM PATRIAE PRINCIPEM DEDIT, NEMPE QVALEM ORBIS OPTARET. QVI CAPVT REIP: DE VVLTV NOSCERETVR, CVI PRO SVPERCILIO CONCITAS, PRO VERBIS ORACVLA, PRO HEROICA TESSERA COSTANTIA ATQVE RELIGIO; IN DELICIIS MVNIFICENTIA SVPRA REGALEM IN CONSILIIS SAPIENTIA, QVA AEVI SVI SALOMON AVDIIT, IN VOTIS IMPLACABILE, IN CHRISTI HOSTES HOSTILITAS, IN NVTV SEMPER VICTRIX AVTHORITAS: QVAE NVPER QVAM MAIOR PRIVATO, FVERIT IN PRIVATO, FELICITER OSTENDIT, INGENIORVM ERVDITIONI ANIMOR, PIETATI, COELITVVM PLAVSVI, RESTITVTA. SOCIETAS IESV. SIC HEV NIMIS BREVE PRINCIPATVS SPATIVM, QVOD MENSE POSTANNVM PRIMVM, SEXTO ABSOLVIT, GESTORVM GRANDITATE PROTENDIT, ATQVE, VT ETIVM POST FATA REIP. PRODESSET, FLORENTISS: SOROLEM PATRIAE OPPIGNORAVAVIT EX LEONARDO FRATRIS FILIO, QVI OPVM HAERES, SECTATOR OPERVM, REIP. PROCVRATOR, PATRVVM AMANTISS; QVA DEBVIT PIETATE VIVVM COLVIT, QVA POTVIT REDIVIVVM PATRIAE REDDIDIT.

Nel basamento sotto alla prima inscrizione si legge : VIXIT ANNOS LXX; Sotto alla seconda: DEVIXIT ANNO MDCLIX. E sotto il trono: HIC REVIXIT ANNO MDCLXIX.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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