I diamanteri, le gemme e la loro falsificazione
Negli ultimi anni del Quattrocento, ma più specialmente nella prima metà del secolo successivo si faceva a Venezia uno sfarzo smodato di oggetti di oreficeria e di gemme e le patrizie, sontuosamente vestite, apparivano tra un bagaglio di perle, diamanti, rubini, zaffiri, smeraldi, agate, ametiste, e topazi.
Il buon canonico milanese Pietro Casola, reduce nel 1494 dal suo viaggio in Terrasanta, fermatosi per parecchi giorni a Venezia, assicurava di aver vedute raccolte in una stanza del palazzo dei patrizi Dolfin ventidue damigelle, “l’una più bella che l’altra“, che avevano ciascuna “tante zoie tra el capo, in collo et in mano, cioè auro, pietre preziose e perle, che era opinione de quelli erano lì, fosse el valsente de cento miglia ducati“, corrispondente a circa un milione delle nostre lire (a. 1933).
Le gorgiere erano con rose di perle, i baveri con rosine d’oro fusellato, le cesti con fermagli gioiellati, e non si trovava al dir del Sanudo “cossì triste e povera donna patrizia, che non havesse de ducati cinquecento in dedo (dito) de anelli, senza le perle grosse, cossa incredibile a creder“.
Fu appunto in questo torno di tempo nel 1525, tanta era la moda delle gioie, che cominciò anche l’usanza degli orecchini e li portò, prima di ogni altra, una gentil donna di casa Sanudo, maritata a un Alvise Foscari di San Simeone piccolo, la quale in una festa in palazzo Bragadin apparve, racconta Marin Sanudo nei suoi Diari, come “cossa motanda” con gli orecchi forati, “et con un anelo d’oro sotil, qual havea una perla grossa per banda: cossa che lei sola porta et mi dispiacque assai di quel costume perchè è mia parente“.
Era tanta la perizia degli orefici nel difficile ed artistico lavoro di accoppiare all’oro e all’argento le gemme nei loro differenti colori, nella varie tinte e sfumature, che le gioiellerie veneziane corrrevano in tutto il mondo, pregiatissime nei paesi d’Oriente, e avevano come maggiori clienti il duca di Mantova, Enrico III di Francia, Carlo V, il sultano Solimano “principe di singolar giuditio“, il pascià Ulug Alì, il valoroso combattente di Lepanto, e altri celebri principi ottomani, poichè se i Turchi odiavano Venezia, ammiravano pur sempre le sue arti e le sue industrie. E Venezia, corrispondendo alla fiducia dei suoi clienti, volle in ogni tempo che le sue oreficerie fossero non solo la più belle e le più artistiche, ma non nascondessero alcuno sotterfugio nè frode alcuna e fin dal 28 aprile 1487 il Consiglio dei Dieci aveva promulgata una legge severa contro la contraffazione delle gioie, l’uso e lo spaccio di ogni gioia falsa, e ne affidava la osservanza alla stessa arte dei gioiellieri.
Dato allora il grande sviluppo dell’arte degli orafi molti volevano presto arricchire e si contraffaceva il diamante col berillo, con lo zaffiro citrino o con l’ametista bianca; il rubino col granato “et con quelle pietre che nasceno sul milanese che conze (accomondate) a muodo de rubin pareno ribini fini et non sono“, e lo smeraldo e lo zaffiro con cristalli sovrapposti a doppiette verdi o azzurre.
Ma la legge era severa e ai falsificatori si infliggeva la pena del taglio della mano destra, dell’esilio per anni dieci, e in perpetuo non avevano più il diritto di lavorare e mercanteggiare entro i confini della Repubblica. Il decreto stabiliva ancora che tutte le gemme false possedute da qualsiasi cittadino fossero portate alla Zecca nel termine di giorni quindici e qui venissero infrante, restituendo al proprietario l’oro e l’argento delle legature, ma trascorso quel termine si decadeva dal beneficio, anzi c’era una condanna da cinque a otto mesi di carcere e a forti multe a favore dell’Arsenale.
Il primo colpito dalla legge, narrano le vecchie cronoche, fu un tale Lunardo Rosso, orefice in Ruga Rialto, che oltre a fabbricare “argenteria de malo argento subtus legam“, fabbricava anche pietre false, ed ebbe la mano tagliata nel campo di San Giacometto, subì un anno di carcere nella prigione “Orba” e venne bandito in perpetuo dalle terre di San Marco. L’esempio per molti anni valse a spaventare coloro che vedevano nelle pietre false un guadagno eccellente, ma coll’andar del tempo tutto si dimentica e nel 1638 il Consiglio dei Dieci si vide costretto a ripubblicare la legge aggravando le pene poichè numerose erano le falsificazioni di gemme sul mercato.
Intorno al 1615 Girolamo Magagnati, proprietario di una fornace vetraia nel’isola di Murano, dopo assidue esperienze, potè ottenere il modo di colorare i cristalli senza togliere loro la trasparenza e così qualche orefice affaccettando quei cristalli con perfetta regola d’arte, potè imitare ogni sorta di gemme e le gioie adulterate occuparono il mercato creando lauti guadagni ai falsificatori. I gioielli erano sempre di gran moda e scintillavano nelle ricche patrizie alle orecchie, sulle mani, sulle braccia, sul capo, sul seno; la vanità, per le donne che non erano ricche ricorreva alle gioie false, e vere o false tutte sembravano tante madonne di Loreto.
Le severe leggi c’erano sulle pompe e sulle gemme false, ma i tempi erano cambiati e ognuno faceva il comodo proprio: in un conto di gioie di Polissena Coatin, moglie di Alvise Mocenigo, sono notati tremilaseicento brillanti, che pesavano più di duemila grani, cinquecentoventi perle, centonovantadue rubini; e l’orefice Zuane Becato, mercante di roba falsa era proprietario di dodici case a San Silvestro con i guadagli delle gemme false. (1)
(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 9 febbraio 1933
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