Palazzo Bembo a San Salvatore

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Palazzo Bembo a San Salvatore. In "Venezia Monumentale e Pittoresca", Giuseppe Kier editore e Marco Moro (1817-1885) disegnatore, Venezia 1866. Da internetculturale.it

Palazzo Bembo a San Salvatore

Gli archiacuti, le colonne lavorate sontuosamente a cordone attortigliato, anche sugli angoli, i ricchi frastagli nei capitelli intagliati, caratterizzano uno stile del medio evo nel prospetto di questo palazzo, e il suo complesso richiamerebbe alla scuola del Calendario. La storia poi ci addita fondazione e proprietà la fabbrica, dei Bembo, venuti a stanziare in Venezia nel 700, nella persona di Cornelio Sabatino II di Bologna, che fuggiva dalle incursioni dei Barbari.

Secondo il Cappellari, i Bembo figurano nell’ estimo della fazione del Comune del 4379, in contrada di San Salvatore, e da un registro domestico, che traccia la divisione dello stabile tra i rami dello stipite, risultano a questo posteriori tutti gli altri palazzi, che un tempo in numero di dieci si contavano sparsi per la città. Si avrebbero anche memorie dal 1562 al 1656, (e sarebbero di grande importanza come vedremo), di acquisti di frazioni del palazzo medesimo da altre ditte, che ne erano divenute proprietarie; le quali frazioni al palazzo antico appartenevano, ad eccezione di quelle, aggiunte in qualche lato, per ampliarlo maggiormente.

Curiosa è la distinzione, che si legge per questo stesso edificio di case, quando si parla degli appartamenti, e di casa, quando si tratta degli ammezzati, i quali sono in due soleri, sotto il palazzo, e i Bembo li acquistavano dai fratelli Sanudo, per 2500 ducati, antica proprietà della Posta di Roma, ai cui corrieri si appigionavano anche dai Bembo più tardi. I vasti magazzini si riebbero da un Condulmer e dall’Osteria del Leon Rosso, e servirono a deposito di carbone, non senza danno della fabbrica. Ciò avvenne, per la combinazione, che da tempo remoto si vendevano quel combustibile sui margini della fondamenta, in botteghe apposite, costrutte di legname, talune di ragione dei Bembo, avendo sempre fatalmente mancato un migliore approdo, per questa merce in Venezia. Quei depositi si tollerano tuttora dagli attuali proprietari, che sono il dottor Namias, e il negoziante Caviola.

A parecchie variazioni soggiacque il prospetto, e in esso si discernono le epoche dei restauri. Lo stile lombardesco si scorge nelle lastre di marmo a disegno, intermedie alle due finestre, isolate in ogni lato dalle decorazioni, nel piano secondo, che avranno un giorno contenuto lo stemma. I poggioli, che ora sono di marmo alla sansovinesca, vennero sostituiti ai gotici, incassati tra le colonne, quando si procedette a quel restauro radicale, a cui accenna il Martinioni che lo nomina, rifabbrica alla moderna. Si ordinava essa nel 1657 da Francesco, Ambrogio e Marco, fratelli Bembo, e durò l’opera fino al 1671, desumendosi dai registri di famiglia, che importasse il dispendio, prima di 32.972 ducati, poscia di ducati 43.400. Si Ignora quando si deturpasse la faccia dal lato del rivo e del ponte Dolfin, ove più si rilevano i guasti, e dove stanno quei quattro davanzali, con grandi arcate, e poggioli di marmo sporgenti, a mezz’ aria di taluno dei quali si vede un poggiolo di ferro, e sotto un altro di marmo, che curiosamente apparisce secondario. La mostruosità di quel esteriore disordine fa conoscere quali avvenissero suddivisioni e tramezzi nei ricchi appartamenti. Si Ricorda che, fra suppellettili antiche d’arte, si conservavano in questo palazzo dipinti di prezzo del Bonifazio, di Guido Reni, di Michielangelo Amerighi di Caravaggio. Ora la bellissima sala, accorciata nelle sue dimensioni verso il canale è spoglia d’un cornicione ad intaglio, e sussiste soltanto la porta d’ingresso di marmo di Verona, con sopra un vago e fino intaglio di legno. Insigne fu, la prosapia, a cui questa gran mole appartenne, e si distinsero gli ascendenti nei maneggi politici, negli studi delle lettere, e per valore nelle armi.

Un Leone Bembo, di santa vita, figlio al procuratore Pasquale verso la fine del secolo XI seguiva il Doge Domenico Michiel, mosso al conquisto di Terra Santa, e fu Vescovo di Modone e di Morea. Il Doge Giovanni Bembo lo venerava cotanto, che nelle oselle volle essere effigiato in ginocchio, a lui dinanzi, in abito militare, e con paludamento ducale. Un Giovanni Matteo, al tempo della. lega di Cambray, entrava in Padova, da Massimiliano assediata, difendeva Cattaro dagli Ottomani, era vincitore di Castelnuovo in Albania, e meritava il cavalierato e 300 ducati di rendita dalla Repubblica. Un Domenico, nell’assalto dell’armata veneta nella città di Molfetta, otteneva l’onore, alla foggia di Roma, della corona murale. Un Giovanni, in età ottuagenaria, riempito del suo valore l’Adriatico e l’Egeo, combatteva gli Ottomani, e fugava gli Uscocchi. Un Bernardo, cavaliere e senatore, e già ambasciatore a Firenze, aveva il merito insieme, e il nobilissimo vanto, essendo podestà a Ravenna, di far sorgere il primo monumento al padre della lingua e della poesia italiana, a quel gran faro di civiltà all’Europa nella notte del medio evo. Il benemerito era padre di Pietro, letterato, rimatore, istoriografo, il discepolo di. Costantino Lascari, l’amico del Casa, del Sadoleto e di Lucrezia Borgia; quegli che si creava cardinale da Paolo III, e che si segnalò cotanto come il nobile cultore del patrio idioma, quegli che purgò la lingua dei Fiorentini, e la illustrava, secondo Vittoria Colonna, con l’ornato stile, dando scorno agli antichi e invidia ai recenti.

Venezia che ha invidiabile il vanto, che nascesse il grande nel suo seno, il 20 maggio 1470, ignora però il sito, in cui aperse gli occhi alla luce e da gran tempo sussistono controversie fra i dotti, nella discrepanza delle opinioni. Ma forse non è tanta l’oscurità, da non trovar raggio che ci mostri la via, per uscire dal laberinto. Non già, che abbiamo noi la presunzione di sciogliere il nodo gordiano; solo per mezzo d’ induzioni ci facciamo a svolgere la matassa, per agevolare forse ad altri di ricercarne il bandolo. Togliamo più documenti a disamina. Intanto non è senza fondamento la notizia, che Bernardo, suo padre, nacque in questo palazzo nel 1433. Abbiamo poi da una lettera dell’Aretino, che nella chiesa di San Salvatore si inumavano le ossa di colui che il generò, e di colei che lo partorì, la quale fu Elena Marcello. Quei canonici regolari pagavano ad essi una specie di livello, obnoxio forse al palazzo, e continuarono sempre ad assolverlo a Pietro, che loda anzi nelle sue lettere l’esattezza della corresponsione. Morto il padre, nel 1519 risulterebbe, che Pietro, allora di anni 49, rimanesse poco provveduto, seguite due anni dopo le divisioni dell’asse patrimoniale della famiglia. Certamente ebbe d’uopo di far denari con qualche vendita di fondi, e anzi si avrebbe la notizia, che vendesse una casa, e fosse quella anche da lui abitata. Tanto è vero, che né era senza, che un anno dopo le divisioni, confessava al nipote Giovanni Matteo mancare di abitazione, per ospitare il vescovo di Bajus, oratore per il papa del re di Francia, e di lui vecchio amico, fino da quando fu nella corte del Duca di Urbino. E’ quella mancanza di casa lo rammaricava alquanto; doppia prova., e che non era avvezzo a mancare di casa propria, e che per forza di necessità se ne dovette spogliare. Scrive egli infatti più tardi ad un amico, stare accumulando denari per comperare uno stabile; in altra lettera commette ad un intimo suo di farne l’acquisto in Padova, spendendo fino 1.300 ducati. Né presteremo certa fede a quella Temi Veneta del 1735 che indica a San Boldo un palazzo Bembo, ora distrutto, come casa del celebre Cardinale. L’indicazione non è in vero di tal precisione, da far riguardare quella dimora senz’altro, quale luogo di nascita. Poteva essere stata non più che l’abitazione, e risulta che pur lo fosse e che ivi il Bembo avesse dato principio alla storia veneta, in continuazione a quella del Sabellico, che gli fu commessa dal Consiglio dei Dieci, alla morte del Navagero. Né va errato il calcolo, poiché allora la Repubblica gli corrispondeva sessanta ducati (si nota la circostanza) acciò pagasse la pigione di una casa a Venezia, ove era necessario che scrivesse per attinger notizie agli Archivi. Fatto poi Cardinale, ebbe licenza di recarsi a continuarla in Roma. D’altronde, la casa, venduta da Pietro, risulta che appartenesse al palazzo Bembo. E non potrebbe quindi essere quella stessa, che i Bembo cercarono di riacquistare più tardi, e riacquistarono infatti, nel 1656, da un nobile uomo Widmann, per 3.155 ducati e che fossero stati desiderosi di ricuperarla, non tanto per aggiungerla di nuovo ad ampliazione del fabbricato, quanto forse per concentrarvi quella parte, che aveva albergato una gloria della casa? E ciò ammesso, se anche figurava disgiunta dal palazzo; se anche in quella parte disgiunta avessero abitato i genitori di Pietro, e ivi avesse veduto Pietro la luce, non sarebbe a riguardarsi anche da noi ora, che tutte le frazioni si fusero in una fabbrica sola, come il luogo, dove, o in un punto o nell’altro di esso nasceva il Cardinale? E vorremmo allora contra operare allo scopo di quel riacquisto, non unendo a quello dei Bembo il voto di Venezia, per onorare la magione, che un tanto ingegno ricorda? Con tali argomenti, che sembrano abbastanza coincidere e concatenarsi, sarebbe ardito il supporre, che, meglio di altri luoghi, avesse avuto Pietro i natali in questo palazzo? E sarebbe gratuito l’avviso, che si potesse quivi apporre una pietra, che additasse finalmente al forestiero e alla città la culla di quel genio e mecenate delle lettere e delle muse, di quello splendore insieme della porpora e del patriziato? Noi certamente per far l’appello, non abbiamo più scrupoli, mancandoci la risorsa dell’anno di nascita, e avendo verificato che il Cardinale non parla nemmeno della contrada, in cui venne alla luce, nelle 2000 lettere, colla data da Padova e da Roma, in cui pure tante minute notizie si trovano.

Al senno del lettore il giudizio. (1)

Oggi il palazzo è sede di un’attività alberghiera e di uno spazio espositivo di arte contemporanea.

PALAZZO BEMBO, on the Grand Canal, next the Casa Manin. A noble Gothic pile, circa 1350-1380, which, before it was painted by the modern Venetians with the two most valuable colors of Tintoret, Bianco e Nero, by being whitewashed above, and turned into a coal warehouse below, must have been among the most noble in effect on the whole Grand Canal. It still forms a beautiful group with the Rialto, some large shipping being generally anchored at its quay. Its sea story and entresol are of earlier date, I believe, than the rest; the doors of the former are Byzantine (see above, Final Appendix, under head “Jambs”); and above the entresol is a beautiful Byzantine cornice, built into the wall, and harmonizing well with the Gothic work (2)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

(2) JOHN RUSKIN. The Stones of Venice. Vol. III. (1851)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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