L’elezione e la coronazione dei dogi

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Gabriele Bella. Elezione del doge per opera dei Quarantuno. Museo Querini Stampalia

L’elezione e la coronazione dei dogi

L’elezione si faceva anticamente in Eraclea e sul lido di Malamocco quando in quei luoghi era la residenza dei dogi. Tradotta a Venezia, continuò ancora a farsi per qualche tempo sul lido di Malamocco e nella chiesa particolarmente di San Nicolò, detta perciò del Lido; da tutto il popolo insieme adunato, con la formula: lo vogliamo: lo approviamo. Coronato allora dal patriarca di Grado ed alzato in sugli omeri da alcuni astanti veniva il doge mostrato all’assemblea che faceva echeggiare le sue grida di approvazione per l’aere.

Tali cerimonie erano una imitazione di quelle usate per l’elezioni dei nuovi imperatori trai Greci e dei nuovi re tra i barbari; però e quelli e questi venivano alzati e portati in giro sopra quattro scudi alfine di essere mostrati al popolo.

Fino dal 1172, dopo il caso del doge Vital Michel, si mantenne il costume di eleggere il doge in piena assemblea. Però, siccome tal foggia di elezione portava seco vari inconvenienti e disordini, si stimò acconcio di escludere la moltitudine e di restringere ad un certo numero il supremo consiglio, stabilendo che undici soli esser dovessero i soggetti destinati ad eleggere il nuovo doge.

Ma siffatta innovazione soggiacque pure a cambiamento perché, morto Sebastiano Ziani, si ridusse in costume la forma delle elezioni dei veneziani dogi. In luogo di undici si nominavano a pluralità di voti quattro elettori, i quali uniti, ne dovevano scegliere dieci per ciascheduno e quindi ne risultavano quaranta che per via di scrutinio venivano all’elezione.

Non soddisfatta per altro la nazione di tale forma alla morte del doge Reniero Zeno (1268) prese un altro sistema, reputato di tanta perfezione che più non andò soggetto alla menoma alterazione, continuando sempre fino agli ultimi tempi della repubblica.

Compiute adunque le pompe funebri del doge estinto si radunava il Maggior consiglio. Si ponevano in un’urna tante palle bianche quanti erano i votanti. Ad esse se ne frammischiavano trenta d’oro, che da un giovanetto, chiamato appunto ballottino, venivano estratte; e quei nobili, al nome dei quali era sortita dall’urna la palla d’oro, entravano in una sala vicina dove stava altra urna contenente nove palle dorate e ventuno bianche. Finita quella seconda estrazione, tutti coloro che non avevano estratta palla d’oro uscivano dal palazzo, e quei che rimanevano nominavano per via di scrutinio quaranta primi elettori, i quali, radunatisi un’altra volta nella medesima sala, restavano, secondo il metodo dei primi, a soli dodici che nominavano altri venticinque secondi elettori. In una nuova adunanza i venticinque si riducevano sempre per via di ballottazione a soli nove, i quali proponevano quarantacinque terzi elettori. Alla fine chiusi questi ultimi, ne sceglievano soli undici i quali eleggevano altri quarantuno veri elettori. 

Chiusi essi come in conclave, poiché interdetta era loro ogni comunicazione al di fuori, venivano alla scelta di tre presidenti e due segretari che ricevevano il voto in iscritto degli altri elettori. I segretari aprivano i biglietti, e numeravano le nomine; dopo di che poste le schede in un’urna, una sola si estraeva a a sorte.

Se il patrizio sortito si trovava per avventura tra quell’assemblea si faceva passare in un gabinetto vicino, ed i presidenti domandavano ad alta voce se vi era alcuno che avesse voluto dare opposizioni. Se gli elettori davano punti di accusa a carico dello scelto s’introduceva egli nell’assemblea per offrire le proprie giustificazioni. Ciò fatto, a ciascun elettore si consegnava una palla distinta in modo particolare, alfine di prevenire ogni frode, e successivamente l’uno dopo l’altro si approssimavano al tavoliere su cui stava un bossolo diviso in due parti, una per il si, e l’altra per il no. Ognuno metteva la palla sulla parte che più gli piaceva, e dopo quell’operazione i presidenti, estraendo con una bacchetta coteste palle, le passavano ai segretari per numerarle. Se quelle favorevoli al personaggio proposto oltrepassavano il numero di venticinque l’elezione era compiuta; se no, si passava nella maniera medesima allo scrutinio per un altro nome dei già riposti nell’urna, e cosi si continuava finché si trovava quello il quale avesse avuti venticinque suffragi.

Sciolto il conclave, sotto pene gravissime era proibito a quelli che avevano avuto parte nell’elezione di favellare sopra quanto era passato nell’adunanza, massimamente in proposito delle accuse a danno dei soggetti proposti, acciocché non provenissero odi e vendette a pregiudizio della tranquillità pubblica.

Il suono delle campane, le salve di artiglieria, i fuochi, le illuminazioni, seguite inoltre da più giorni di festa e di generale gozzoviglia, manifestavano la esultanze del popolo per la elezione avvenuta. Nei tempi di mezzo tutte le città dello stato spedivano deputati ad ossequiare il nuovo doge; ma tali uffici da ultimo si praticarono dai soli nunzi delle città medesime. Ad essi si univano tutti i corpi delle arti e dei mestieri, i quali aggiungendo ai segni di omaggio e di devozione quelli dell’amorevolezza, presentavano il doge di frutta, vini, vivande e confezioni.

Se il personaggio eletto si trovava fuori della capitale, gli si spediva un corriere a fine di annunziargli la sua esaltazione e contemporaneamente si deputava un’ambasciata di alcuni nobili, che sopra le galere della repubblica e con gran seguito di barche, si recava ad incontrarlo. Montava egli sopra una di quei legni, e giunto a certa distanza dalla capitale, la signoria spediva a riceverlo il bucintoro con due consiglieri e gran numero di patrizi. Che se l’eletto era in Venezia gli si reputava il magistrato dei Savi grandi, il quale, giunto alla casa dell’eletto, gli partecipava l’elezione e lo conduceva al palazzo e con grande corteggio veniva condotto in chiesa di San Marco.

Fattolo ivi salire sulla tribuna di marmo alla destra del coro, si mostrava al popolo. Anticamente non appena l’eletto si mostrava sulla tribuna che un’acclamazione universale; ne con fermava l’elezione; ma in seguito si destinò il più vecchio tra gli elettori perché a nome della nazione riconoscesse l’eletto e gli promettesse obbedienza. Tuttavolta anche quella debole traccia dell’antica influenza popolare, per le emanazioni dei correttori, fu abolita come superflua nel 1425, dopo la morte del doge Michele Steno. Da quell’istante il popolo non assisteva alla cerimonia se non come semplice testimonio e come spettatore.

Da poi che il nuovo principe era stato mostrato dalla tribuna e aveva ascoltata la messa solenne, dava il giuramento di essere fedele ed esatto osservatore delle leggi. Allora il primicerio di San Marco gli presentava lo stendardo della repubblica, e vestito veniva del manto ducale. Subito dopo questa cerimonia il doge un tempo sedeva per entro ad un pergamo di legno (pozzetto) e veniva portato da circa 200 artefici dell’Arsenale per tutta intorno la piazza. Tale funzione in seguito si praticò il secondo giorno dopo l’elezione; e siccome la elezione di Sebastiano Ziani nel 1172 accadde in maniera diversa dalle altre, cosi a far cessare i tumulti che dall’innovazione potevano provenire, introdusse quel doge il costume di gettare denaro al popolo durante il giro fatto per la piazza, a similitudine degli antichi imperatori. Per quel costume sempre mantenuto, due bacili stavano ai lati del pozzetto ripieni di monete appositamente coniate onde essere lanciate al popolo. Ad evitare a profusione fu stabilito però che la somma non dovesse essere minore di 100, né maggiore di 500 ducati. Insieme al doge in quel pergamo stava qualche più stretto suo parente ed il ballottino.

Come il giro della piazza fosse stato compiuto, il doge era condotto in palazzo dove dall’alto della scala dei Giganti si incoronava con il corno ducale. Quel corno gli era posto sulla testa dal più giovane dei consiglieri che diceva: Accipe coronam ducalem ducatus Venetiarum. Di là era condotto nella sala del Pìovego o del pubblico, nella quale si doveva esporre il suo corpo dopo la morte, e dove doveva ricevere dai cinque correttori il giudizio della sua vita: Cosi tacitamente si ricordava la sana condotta cui il doge era tenuto affine di ottenere favorevole il giudizio dopo la morte.

Nella sala del Piovego passava il doge a quella del maggior consiglio ed ivi faceva una parlata alla nobiltà; indi, introdotto nei suoi appartamenti, finiva la cerimonia con un banchetto che doveva dare agli elettori.(1)

(1) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia. I quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi veneziani. Vol IV (Venezia, Tommaso Fontana Tipografico Edit., 1840).

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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