La disfida di Pradaglia, durante la guerra tra il Tirolo e Venezia nel 1487

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Duello tra Antonio Maria Sanseverino e Giovanni di Sonnenberg. Chiesa parrocchiale (ex collegiata) di Santa Caterina di Wolfegg

La disfida di Pradaglia, durante la guerra tra il Tirolo e Venezia nel 1487

La disfida dì Pradaglia, nel giugno del 1487, fu un “avvenimento d’antico esempio” durante la guerra fra il Tirolo e Venezia; una singolare disfida tra Antonio Maria Sanseverino, terzo figlio del celebre capitano, ed il condottiero tedesco Giovanni conte di Sonnenberg, provveditore di Waldburg nel Wurtemberg.

Antonio Maria Sanseverino, che era arrivato al campo di Serravalle (all’Adige) ai primi di giugno, era un giovane ardente e valoroso, mal sopportando l’inazione alla quale era costretto l’esercito veneziano e desideroso di gloria “von Kurtzweil und gutter Gesellschaft wegen (per divertimento e buona compagnia), mandò al 7 di giugno un suo trombetta di nome Sternardin al campo nemico sotto Rovereto a portare a Gaudenzio di Matsch ed ai conti, baroni e cavalieri dell’esercito tedesco una sua sfida: si dichiarasse tra loro chi si sentiva di affrontarlo in singolar tenzone con lancia, spada, mazza e stocco: il vinto restasse prigioniero e si potesse riscattare con una somma di mille ducati, cedendo il cavallo e le armi con cui aveva combattuto.

Accettò quella sfida Giovanni conte di Sonnenberg, uno dei più stimati capitani tedeschi, che era venuto all’assedio di Rovereto nella prima metà di maggio alla testa di 150 armati; si diceva che egli fosse figlio naturale del duca di Baviera. Corsero pratiche tra i due campi dall’8 all’11 giugno con un andirivieni di trombetti e di messi finché si stabilì come giorno della tenzone il 12 giugno.

La mattina dell’11, otto nobili con otto scudieri, quattro per parte, si portarono a scegliere il campo per la giostra nel piano di Pradaglia, ed il 12, pure di mattina, 200 contadini e guastatori, lavorarono a cingerlo di uno steccato, ornandolo di festoni verdi e fiori, e ad erigere alle estremità due padiglioni per i combattenti. In quello stesso giorno Antonio Maria ed il conte Giovanni mossero dai rispettivi campi accompagnati da grande stuolo di gente fino alla riva sinistra dell’Adige: al di là ognuno nei due giovani campioni venne seguito, come era stato convenuto, da soli 32 cavalieri e da quattro trombettieri rivestiti delle loro armature più belle; degli ostaggi erano stati scambiati quale garanzia dei patti stabiliti.

Il Sanseverino mandò incontro ad omaggiare l’avversario due dei suoi compagni e a tanta gentilezza corrispose in egual modo il Tedesco. Ciascuna parte entrò poi nel padiglione assegnatole ed i cavalieri italiani e tedeschi fraternizzarono e banchettarono con vicendevoli dimostrazioni di stima: si scelsero fra loro gli otto maestri della giostra nelle persone di Sigismondo Welsberg, Federico Kappler, Gasparo di Loubenberg e Gualtiero di Stadion per Giovanni di Sounenberg, di Francesco da Tolentino, Giulio Malvezzo, Giampietro Salerno e Francesco Parin da parte italiana.

Giunta l’ora del combattimento i due contendenti montarono a cavallo e si presentarono alle due estremità del campo; “el conte de Soliburg desmontò da cavallo, e se enzenocchiò en terra, e disse alcune soe oratione a Dio, e poi montò a cavallo. El Sig.r Antonio Maria più presto biastemava che fare oratione”.

Due dei maestri della giostra consegnano loro le lance e diedero il segnale dell’attacco. Antonio Maria messa in resta la lancia spronò con gran furia il suo cavallo contro l’avversario, e mentre costui sbagliò nel segno, riuscì a percuoterlo nella corazza rompendogli l’asta a dosso senza però scavalcarlo o ferirlo. A quel primo scontro tosto gli otto trombettieri, come di regola, davano fiato alle trombe; senonché il cavallo del campione italiano, nominato “el drago de Fracasso”, spaventato dal suono e dal cozzo delle armi, “gaiardo de bocca” com’era, con una corsa sfrenata sbattè il suo cavaliere contro lo steccato, che rompe, andando a cadere al di fuori.

Antonio Maria con agile mossa si rialzò subito ed estratta la spada rientrò nel campo e si fece incontro al rivale, che gettatava via la lancia impugnava egli pure la spada; il Sanseverino però gli afferrò il cavallo per il morso e tenutolo fermo riuscì a ferirlo leggermente in un braccio e a strappargli l’arma. Il Tedesco retrocedè ed afferrò la mazza, ma tentava invano di lanciare il cavallo, divenuto ombroso, gli toccava la medesima sorte di Antonio Maria, viene cioè sbattuto anch’egli presso lo steccato.

Abbandonato allora il destriero e dopo essersi fatto il segno della croce, snudata la daga, si avvicinò all’Italiano il quale del pari scambiò la spada con la daga; così muovevano ancora “gen einander wie die Lowen (l’uno verso l’altro come leoni)”. Ben presto vennero a lottare corpo a corpo, finché caderono a terra restando il Sanseverino bensì di sopra, ma col braccio destro sotto il corpo dell’avversario reso pesante dall’armatura.

Egli faceva vari ma inutili tentativi per liberarsi da quella svantaggiosa posizione, ed intanto il conte di Sonnenberg che aveva ambedue le braccia libere, tolto dal farsetto lo stocco, “el dasia delle ferite al Signor Antonio Maria in le cullatte e ghe dede tre ferite inanzi che il volesse chiamare S. Cattarina”, che era il grido convenuto per dichiararsi vinto. Tosto i maestri del campo accorsero a sollevare i due valorosi, e Giovanni di Sonnenberg ringraziò Dio in ginocchio dell’assistenza e dell’onore concessogli in quel giorno.

Poi il Sanseverino ed i suoi 32 compagni furono condotti a Rovereto, vennero incontro al loro campione i Tedeschi con alla testa il generalissimo Gaudenzio di Matsch ed ognuno gli tributò lode ed onore e manifestò un giubilo immenso: “oniuno cridava Tirol, Tirol con trombe, tamburi e gnacchere”. In Rovereto i Veneziani furono trattati con gran cortesia e vennero rimandati già il 12 al loro campo; il 13 il conte Giovanni inviò cavallerescamente a regalare al vinto avversario un bel corsiero e le fonti dicono che rifiutasse anche la somma pattuita di mille ducati, a sua volta Antonio Maria il giorno dopo gli faceva pervenire per mezzo di Giulio Malvezzo un cavallo di gran valore e le armi che aveva usato nel combattimento. (1)

La querra tra il Tirolo e la Serenissima continuò nonstante questo episodio cavalleresco, e nello stesso giorno della disfida cadde la Rocca di Rovereto difesa strenuamente da Nicola Priuli, e il 10 agosto del 1487 i veneziani, furono sconfitti nella battaglia di Calliano, che tuttavia non ebbe conseguenze dal punto di vista strategico e politico. Nel novembre dello stesso anno, il duca Sigismondo d’Asburgo, conte del Tirolo, sottoscrisse un trattato con Venezia con il quale venne ripristinato lo “status quo ante bellum“, ovvero il ritorno ai confini territoriali precedenti allo scoppio delle ostilità, garantendo a Venezia il mantenimento delle sue posizioni strategiche nella Valle dell’Adige. (1)

(1) Tridentum Rivista Mensile di Studi Scientifici Annata VII. 1904  

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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