La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XIII parte

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Mappa storica del territorio di Brescia e Crema

La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XIII parte

Battaglia di Ravenna vinta per i Francesi

I Francesi assediavano Ravenna, quand’ebbero notizia dell’avvicinamento dell’esercito del Cardona, contro il quale drizzarono tosto le loro artiglierie; fece il Foix nella notte del 10 aprile gettare alcuni ponti sul fiume Ronco e spianare gli argini che lo frenavano in tempo di piena; e la seguente mattina, domenica di Pasqua, fece passare i suoi fanti tedeschi dall’altra parte, mentre il restante dell’esercito passava il fiume a guado. Restò Ivone d’Allegre con quattrocento lance e la fanteria della retroguardia sulla sinistra del Ronco per tenere in dovere la guarnigione di Ravenna: due capitani italiani, i fratelli Scotto, guardavano con mille fanti il ponte del Montone, altro fiume che scendendo dall’Appennino si congiunge sotto le mura di Ravenna col Ronco, per assicurare al caso di bisogno la ritirata.

Il Cardona dal canto suo, invece di entrare nella città, con che avrebbe potuto ridurre a mal partito i Francesi, si accampò tre miglia distante, attendendo a fortificarsi: aveva da una parte il Ronco, dall’altra un profondo fosso da lui fatto cavare; tutta la fronte dell’esercito era guarnita d’artiglierie. I Francesi, passato il Ronco ed avvicinatisi all’esercito spagnolo, cominciarono a sparare la loro artiglieria, ma con poco danno degli Spagnoli riparati dietro il dicco, mentre essi invece erano esposti a tutto il fuoco dell’artiglieria nemica; perciò dopo un inutile assalto e aver perduti ben mille duecento uomini furono costretti a ripiegarsi. Se non che giunto intanto il duca Alfonso si mise a fulminare di fianco gli Spagnoli; gli Italiani capitanati da Fabrizio Colonna non più soffrendo di perire cosi ingloriosamente, vollero uscire all’assalto contro l’artiglieria del duca, ma assaliti di fianco da Ivone d’Allegre, dopo ostinatissima difesa furono rotti e dispersi. Fabrizio vedendo ormai disperate le cose sue si arrese ad Alfonso che gli promise di non consegnarlo ai Francesi.

D’altra parte i fanti spagnoli venuti finalmente nella mischia superavano i tedeschi dell’esercito di Francia. Ivone d’Allegre, già perduti i figliuoli, si gettò disperato tra i nemici e cadde trafitto da mille colpi, Gastone di Foix accorso, fu parimenti ucciso, la cavalleria francese atterrita per la perdita dei suoi capi, si fermò, e la fanteria spagnola poté continuare tranquillamente la sua ritirata.

Fu la battaglia di Ravenna memoranda fra tutte quelle del secolo, per l’accanimento dei combattenti, per i prodi capitani che vi ebbero parte, per le sue conseguenze. Perciò, sebbene i Francesi avessero a deplorare grandi perdite e quella specialmente di Gastone, le truppe della lega si trovavano cosi mal ridotte, che Ravenna il dì seguente si arrese ai Francesi, lo stesso fecero Imola, Forli, Cesena, Rimini, ed il papa intimorito già mostrava inclinare alla pace, se non che lo dissuadevano gli ambasciatori veneziani, rappresentandogli avere ancor forze sufficienti, e già pronti gli Svizzeri a calare in loro soccorso. Difatti questi si adunavano a Coira in numero di ventimila; e il papa riconfortato dichiarava nel concilio aperto il 3 maggio nel Laterano, voler persistere nella guerra. Gli Svizzeri, ottenuto il passo da Massimiliano, scendevano per il Trentino e si congiungevano nel Veronese con le genti veneziane comandate da Gian Paolo Baglioni, succeduto al Malvezzi morto l’anno innanzi. Per cui la condizione del La Palisse, che aveva assunto il comando delle truppe francesi, si faceva ogni di più pericolosa; le truppe stesse erano stanche delle lunghe guerre, scemate nel numero anche per le genti richiamate in Francia per opporle al re d’Inghilterra che vi aveva fatto uno sbarco, sparse sopra un ampio territorio. Fu quindi necessità al La Palisse sguarnire Bologna e già pericolando Milano si vedeva costretto a concentrare possibilmente le sue truppe da quella parte.

Sventure di Francia

Ma  l’esercito spagnolo e pontificio rifattosi, riprendeva Rimini, Cesena, Ravenna e minacciava Bologna. La Palisse vedendo impossibile di tener testa a tanti nemici, pensava di distribuire le sue genti nelle piazze forti per stancare l’impeto degli Svizzeri ed esaurire le finanze del papa e dei Veneziani, quando ad un tratto gli vennero a mancare anche i Tedeschi che Massimiliano, a tenore della tregua, richiamava in Germania. Nel tempo stesso gli Svizzeri andavano sempre avanzando, e già presa era Cremona, alla quale occasione il Senato scriveva al general Cappello, lodando quanto aveva fatto di offrire ai capitani svizzeri una taglia in luogo del sacco che volevano dare alla città; Bergamo alzò spontaneamente le bandiere della Repubblica; Bologna cacciati di nuovo i Bentivoglio accettava il duca d’Urbino; Gian Giacopo Trivulzio, veduta l’impossibilità di sostenersi a Milano, si ritirava con le sue truppe in Piemonte; vano tornava il divisamento del La Palisse di difendersi in Pavia.

Così la fortuna francese cadeva del tutto in Italia, ma il carico delle spese della guerra era sostenuto interamente dalla Repubblica, la quale scriveva al suo oratore a Roma, dichiarasse a quella corte non esser più tempo da parole, e che il modo più pronto di terminar la guerra era quello di conservarsi gli Svizzeri pagandoli; altrimenti tutto andrebbe in mina; doversi considerare che ora la propria sorte era del tutto in mano loro, e che bisognava necessariamente tenerli contenti. “Non c’è rimedio, diceva la lettera, hanno si può dire in quattro giorni fugati i nemici, e continuando, in brevissimo li manderanno di là dei monti, rivolteranno lo Stato di Milano: Ferrara e Bologna e tutto il resto della Romagna verranno all’obbedienza di nostro Signore. Ma lo diciamo di nuovo, e lo replichiamo, bisogna soddisfarli nel miglior modo si possa e non esacerbarli perché non hanno mezzo, toccano gli estremi, e conclusive vogliono denari“. La lega continuava a prosperare: Genova ribellò a Francia e accolse doge quel Giano Fregoso che era stato fin allora al soldo della Repubblica.

Milano alzava la bandiera sforzesca in favore di Massimiliano figlio di Lodovico il Moro; il papa non solo riacquistava il suo, ma aggiungeva ai propri Stati, Parma e Piacenza, pretendendo essere compresi nella donazione di Carlomagno; il duca di Ferrara, abbandonato dai suoi alleati, aveva dovuto umiliarsi; i Veneziani tornavano in possesso di quasi tutta la terraferma, meno qualche fortezza che come Brescia si teneva ancora pei Francesi; il cardinale Giovanni de Medici preso da loro prigioniero nella battaglia di Ravenna e sottrattosi nella loro ritirata poté coll’appoggio delle genti spagnole comandale dal Cardona rientrare in Firenze e ristabilirvi al governo Giuliano suo fratello che vi tenne il suo ingresso il 2 settembre. L’apparenza che egli diede a principio di voler conservare una giusta libertà, ben tosto svanì, per cedere il luogo al governo oligarchico di una balìa composta di una ventina di individui proposti dal Medici con facoltà di prorogarsi d’anno in anno.

Si convocava intanto una dieta della  lega in Mantova per discutere e regolare le nuove condizioni di cose, cominciando già a sorgere anche alcuni disgusti, principalmente per la suddetta usurpazione del papa a danno del ducato di Milano, e perché Massimiliano nel favorire la lega non intendeva minimamente di rinunziare alle sue pretensioni sulle terre che egli diceva dell’impero. Egli chiedeva il pagamento dei diciotto mila ducati di cui andava ancora creditore a motivo della tregua; che fosse dato un salvacondotto ai Francesi che si trovavano nella fortezza di Legnago; che i Veneziani non dovessero tentare né Cremona pervenuta al duca di Milano, né Brescia né altri luoghi finché non fosse assestata ogni altra cosa.

I Veneziani ricuperano Crema e Brescia

Del che altamente si dolevano i Veneziani, e raccomandavano al provveditore generale, sollecitasse, facesse di tutto per aver Brescia ; se venissero Tedeschi da Verona o Francesi da Legnago per difenderla, li trattasse pur da nemici. Così Brescia si trovava di nuovo assediata e la Repubblica non ristava dal mandare rinforzi al campo per stringerla sempre più. Crema veniva ceduta da Benedetto Crivelli che in ricognizione fu fatto nobile veneziano con due mila ducati di rendita l’anno, una casa donata in Padova, e ottocento ducati di benefici ecclesiastici per un suo nipote ed altri privilegi.

Il papa che si era fatto intanto mediatore della pace, voleva dettarla a modo suo e richiedeva che i Veneziani rinunciassero a Massimiliano, Vicenza e Verona e pagassero trecento libbre d’oro l’anno a titolo di censo e duemila cinquecento per l’investitura delle altre terre. Le quali condizioni trovava la Repubblica incomportabili, e per la gravezza delle somme e per lo costituirsi perpetuamente censuari, offrendo invece ragionevole somma, da pagarsi solo vita durante di Sua Maestà.

Udienza di Antonio Giustinian dal re Luigi XII

Cadde alfine Brescia, ma dall’Aubigny che vi comandava fu ceduta al principe di Cariati per l’imperatore, anziché ai Veneziani, i quali non poco se ne alterarono. Ritiratisi i Francesi dalla Lombardia fino ad Asti, il Trivulzio, chiamato a sé Antonio Giustinian fatto prigioniero a Brescia, gli disse: meravigliarsi grandemente di non aver avuto risposta dalla Repubblica a quanto le aveva fatto sapere col mezzo del Gritti; che egli continuava nella medesima buona disposizione verso di essa, anzi lo avrebbe  condotto fino a Blois ove ciò intenderebbe dalla bocca stessa del re. Difatti giunto il Giustinian a Blois prima di esser ammesso alla presenza di Luigi allora malato di gotta fu introdotto a quella di Gian Giacopo  e Teodoro Triulzi, e del Robertet primo ministro. Prese quest’ultimo a parlare  dicendogli  le stesse cose, e che quanto era fino allora succeduto era stato contro la volontà del re, trascinato da cattivi consigli, specialmente dall’ambizione del cardinale di Roan; che ora la concordia tra Francia e Venezia sarebbe perpetua avendo l’esperienza dimostrato che il disaccordo loro era la mina d’ambedue, esortava quindi il Giustinian a recarsi presto a Venezia che farebbe buon officio per la patria sua, e onore e utile a sé, anzi sarebbe fin d’ora libero e senza alcuna taglia. Poi gli disse segretamente che se la Repubblica consentisse, le si farebbero tali partiti che avrebbe a tenersene ben soddisfatta. Il giorno seguente presentatosi al re che era nella sua camera da letto con le finestre chiuse e steso in un seggiolone incortinato, presenti soltanto Gian Jacopo Triulzio e il Robertet, e fatte le debite riverenze al re, questi si levò la berretta e stese all’ambasciatore la mano, domandandogli se volesse che gli parlasse francese ovvero gli facesse parlare italiano. E avendo il Giustinian risposto che si sarebbe pienamente conformato al piacere di Sua Maestà, ma che intenderebbe meglio l’italiano, il re ordinò a Robertet di parlare. Espose il Robertet quanto gli aveva già detto ma con maggiore efficacia, e il re postasi la mano al petto, disse che questa era la sua mente, e che da lui non mancherebbe se la Signoria volesse, né lasciò di esortare l’ambasciatore a consigliarla a questo, e ad accordarsi con Francia. Il Giustinian rispose che il tutto avrebbe riferito e si accomiatò. Il re gli fece dare salvacondotto ed una mula, ed esposta che ebbe il Giustinian al Senato la sua missione, fu deciso doverne prima d’ ogni altra cosa dar parte al re Cattolico e al papa.   (1) … segue.

(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo V. Tipografia di Pietro Naratovich 1856.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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