La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). III parte

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Vittore Carpaccio. Ritratto del doge Leonardo Loredan.

La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). III parte

Ambasciatore dell’imperatore e risposta del Senato

Infatti il 22 giugno si presentavano in Senato tre messi dell’imperatore, annunziando la sua prossima venuta in Italia, per andare per la corona a Roma, verrebbe potente con buone armi com’era stato decretato nella dieta germanica, desiderava il passo e buon trattamento della Signoria e bramava conoscerne le intenzioni e ne aggradirebbe i consigli. Codeste erano però lustre, e ben si comprendeva che l’intenzione sua era di muovere contro i Francesi e cacciarli dal ducato di Milano, per cui, Lodovico in modo contrario al trattato di Blois, aveva fidanzato al duca d’Angouleme la figliola madama Claudia già promessa a Carlo nipote di Massimiliano, per il qual matrimonio si erano in addietro accordate le cose del Milanese.

Raccoltosi il Senato in seduta secreta, rispose non poter la Repubblica esser contro al re cristianissimo al quale era legata per antecedenti trattati, non l’aiuterebbe però, ma terrebbe la neutralità, per conservare la quale appunto non poteva consentire di dare il passo e i viveri che Sua Maestà richiedeva, se venisse con armi. Massimiliano sentì non poco dispiacere di tale risposta e più se ne mostravano irritati i principi, i quali andavano dicendo esser d’uopo fiaccare l’orgoglio veneziano; e si accordarono di accompagnare l’imperatore alla sua incoronazione e recuperazione degli Stati imperiali in Italia. Tuttavia Massimiliano le concedeva un mese di tempo, passato il quale minacciava di unirsi ai Francesi a sua ruina.

Il Papa, spaventato a principio della venuta di Massimiliano, aveva scritto a Venezia domandando consiglio e ne aveva avuto in risposta dovesse anch’egli adoperarsi a persuaderlo a venire pacificamente; ora però gli mandava il cardinale di Santa Croce che fu con l’imperatore in stretti colloqui, e si dubitava si trattasse di muovere contro Francia e contro la Repubblica, ottenendo il papa la promessa della restituzione di Rimini e Faenza.

Raddoppiava quindi la Repubblica di vigilanza, fortificava e ben muniva il Friuli facendo nello stesso tempo rappresentare a Massimiliano che ciò non si faceva contro di lui, ma solo a tutela dei confini nelle confusioni presenti; si ringraziava con la sua grave età che tal viaggio e in quella stagione non gli concedeva, ma che se venisse pacificamente gli si manderebbero incontro ragguardevoli senatori per onorarlo.

Discorso del Doge all’ambasciatore imperiale

Insistendo l’imperatore nelle sue domande, così parlava il doge al suo ambasciatore Leonardo Rinaldis: “Riputiamo al tutto superfluo replicarvi quello che molte volte abbiamo detto e a voi e a molti altri oratori cesarei dell’ottimo ed osservatissimo animo nostro verso quella maestà, massine poiché crediamo le persone vostre possa esserne locupletissimo testimonio quanto in ogni tempo siamo stati zelatori di ogni prosperità e gloria sua. E però. come vi dicemmo quando ne faceste la esperienza vostra, ci siamo meravigliati dei modi prossimamente usati contro di noi, e teniamo maligni che non amano né noi né l’onore della Maestà Sua, ma solo cercano con perturbazioni e novità per l’effusione del sangue cristiano mandar ad esecuzione qualche loro particolare ed inonesto appetito. Ci contentiamo molto aver il nostro Signor Dio per testimonio che mai in alcun tempo abbiamo cercato né pur pensato di offendere la Cesarea Maestà né il sacro Romano Imperio. E se non abbiamo sodisfatto a qualche requisizione fattane, come si avria voluto, ciò è proceduto perché far non lo dovevano né potevano salva la fede nostra. E però non dee la Cesarea Maestà offendersi  per alcuna ragione, e seppur a suggestione di altri lo vorrà fare, speriamo prima nella giustizia e protezione del Signor Dio nostro, e poi ne facciamo certi che seguendo le vestigie dei nostri progenitori non siamo per mancarci, né risparmiar le facoltà, né il sangue proprio per la giusta difension nostra e non ne mancheranno tutte le forze dei nostri amici e confederati. Se anche la Maestà Cesarea ne vorrà aver per suoi devotissimi e osservantissimi figli, noi etiam, mai mancheranno del debito nostro in tutte quelle cose che far potremo, riservata la fede nostra siccome è il natural costume dello Stato nostro. Confortiamo riverentemente la Cesarea Maestà si degni, come si conviene alla sua bontà, imitando il suo serenissimo genitore, andar a prendere la sua coronazione pacificamente e non con tumulti bellici e strepiti di armi, perché questo principaliter incumbe alla sua suprema dignità, raddrizzando i pensier suoi alla sicurtà ed all’augumento della cristiana repubblica e togliendo occasione dalla opportunità dei presenti tempi che non potriano essere migliori. Andando la M.S. nel modo sopra detto, non solo l’andrà con ogni sicurtà, ma etiam con tanta onorificenza quanto mai andasse alcune suo serenissimo predecessore, e di tal sicurtà ne sono molti mezzi onorevoli e cautissimi per la Maestà Sua, e quando così, a quella piaccia, noi ci offriamo trattarli e condurli a votivo esito, perché a questo effetto conosciamo la mente della cristianissima maestà del tutto conforme con la nostra; e questo è quanto ne è occorso dirvi col nostro senato in risposta della esposizion vostra“.

Speranze da Francia e buone parole di Spagna

Grandi speranze venivano intanto alla repubblica dalla parte di Francia. L’oratore Francesco Corner, destinato per la Spagna passando da Milano, aveva avuto splendida accoglienza da quel gran maestro, il quale gli disse: “Io son qui per la conservazione dello Stato dell’illustrissima Signoria, come per quella della cristianissima Maestà. Ho qui tutte le genti mie, le artiglierie è la propria persona ad ogni comando di quella Signoria, perché ho inteso per mie spie che il re dei Romani vuol venire ai danni suoi con buona somma di gente, e come ier sera dissi al segretario ho deliberato mandar oggi per staffette monsignor de Vuglos a Venezia ad offrire la persona mia e tutte le forze nostre a nome della cristianissima Maestà dalla quale ho così ordine, e quanto numero di Svizzeri quella vorrà perché stanno con noi e al comando del re, sebben la ne volesse venti, trenta, quarantamila“. Né minori furono le accoglienze che l’ambasciatore ebbe in Spagna. Il primo incontro con il re avvenne a Burgos il 19 marzo, ed avendogli il Corner fatto intendere come i suoi ambasciatori in Germania e Francia facevano mali uffici contro la Signoria, il che era a stimarsi contrario alle intenzioni di Sua Maestà, questa rispose alquanto stupefatta, ma con buona ciera e belle maniere dovesse essere stata la Signoria male informata. “Questo non può essere, soggiunse, perché io ho scritto al mio oratore in Francia che tratti la lega con Sua Maestà cristianissima, unanime con la Signoria vostra, la quale amo e ho sempre amato le cose sue come le proprie nostre. Bensì il cardinale Santa Croce presso Sua Maestà di Germania aveva di là trattato che ci unissimo senza intervento della Signoria vostra, ma essi sanno la mia volontà essere ben disposta verso la Signoria Vostra …; il re dei Romani quando si ha pensato una cosa crede che sia fatta“, aggiungendo essere il Papa mal disposto verso la Repubblica, ma che il re si adoprerebbe a far si che revocasse il cardinal di Santa Croce ecc.

E medesimamente aveva riferito nel dicembre precedente Vincenzo Querini al suo ritorno da Massimiliano, aggiungendo che con lui si trovavano alcuni discendenti dei signori della Scala, i quali avevano ottenuto l’investitura di Verona e Vicenza, e i figli di Ludovico il Moro, e molti fuoriusciti milanesi, i quali tutti sollecitavano la sua venuta.

Prime ostilità e vittorie dei Veneziani

Infatti le truppe imperiali già adunate sul confine del Friuli e del Trentino cominciavano lor correrie nel territorio veneziano. La Repubblica nominò governatore generale delle sue genti Bartolomeo d’Alviano, destinandolo alla custodia del Friuli, mentre erasi già chiamato da Brescia il conte di Pitigliano capitano generale, alla difesa del Veronese, ove Massimiliano aveva fatto domandare il passo a quel podestà Alvise Malipiero, ma questi d’ordine del Senato gli aveva risposto esser egli deputato soltanto a rendere ragione e governare quella terra, né aver facoltà di deliberare in materia si grave; del resto non muover dubbio che quanto Sua Maestà venisse pacificamente la Signoria si darebbe tutta la premura per onorarla. I Tedeschi si avanzarono allora dalla parte dei Sette Comuni e di Asiago, e l’Alviano domandò al Senato di poter prendere il luogo di Pordenone, a quel tempo degli imperiali, e ne ebbe piena facoltà “non restando, gli scriveva il Senato, con tutte le forza vostre di far tutti quegli atri danni ai luochi e sudditi della Ces. Maestà che vi sarà possibile acciò sentano li frutti in loro che hanno cercato e continue cercano di far gustare ai nostri, astenendovi da incendii, per non dar causa a loro di far il simile“.

Le armi infatti dell’Alviano prosperavano, e belle vittorie egli riportava in Cadore, acquistava i castelli di Codroipo, San Lorenzo, ed altri, poi anche Gorizia e Trieste, ove si mandò provveditore il cav. Francesco Cappello. Si lagnava invece il Senato della poca operosità del conte di Pitigliano e della insubordinazione delle truppe sotto il comando di Gian Giacopo Triulzio che militava per Francia, le quali avevano perfino assalito il provveditore Giorgio Emo e sembravano intendersela con il nemico. Di queste vittorie molto mostravano compiacersi i re di Francia e di Spagna.  

Il vescovo di Trento mediatore di una tregua, che si conchiude per tre anni

Dopo che i Veneziani ebbero bombardato invano il castello di Petra nel Tirolo, offriva il vescovo di Trento i suoi buoni offici per trattar di una tregua con l’imperatore, e la Repubblica vi si mostrava disposta, sempre che vi si includessero i suoi confederati, ne mandò avviso al re di Francia ed eccitò il governatore di Milano ad unire un suo ambasciatore a Zaccaria Contarini incaricato delle trattative. Difatti vi mandò Carlo Juffrè ed alle conferenze con il vescovo aveva parte talvolta anche Gian Giacomo Triulzio. Così dopo varie conferenze la tregua venne conchiusa comprendendovi espressamente il Papa, il re d’Ungheria, quelli di Aragona, d’Inghilterra, di Francia e loro aderenti, e durar doveva anni tre, ritenendo ciascuna parte le terre che possedeva. godrebbero i sudditi tranquillamente il possesso dei loro beni, sarebbe libero il passo ed il commercio.

Ma con poca apparenza di durata

Mostrarono il re Cattolico ed il Cristianissimo di udire con piacere di codesta tregua conchiusa, ma generalmente si credeva che dissimulassero, né era da metter gran fede nella sua durata perché il re di Francia avrebbe voluto introdurvi il duca di Gheldria da lui protetto ed allora in guerra con l’imperatore; Massimiliano si trovava umiliato e gli doleva la perdita specialmente di Trieste e di Gorizia; il Papa, sempre bramoso di riacquistare anche Faenza e Rimini, attaccava nuove brighe con la Repubblica accusandola di dar ricovero ai suoi ribelli, di voler mandare nuove truppe nella Romagna, muoveva nuovi litigi alle nomine dei vescovati; infine proponeva al Cristianissimo certa lega generale senza far in essa menzione dei Veneziani, del che aveva il Senato qualche cenno anche dalle lettere del re e da certe parole del cardinale di Roano.  (1) … segue

(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo V. Tipografia di Pietro Naratovich 1856.

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