Alvise III Mocenigo. Doge CXII. — Anni 1722-1732

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Sala dello Scrutinio. Antonio Balestra. Ritratto di Alvise III Mocenigo

Alvise III Mocenigo. Doge CXII. — Anni 1722-1732 (a)

Due competitori si presentarono per ottenere il principato, Luigi od Alvise III detto Sebastiano Mocenigo, e Carlo Ruzzini, ambedue meritevoli di tanto onore, per li servizi grandissimi resi alla patria. Gli elettori, dopo essere stati alquanto indecisi, finalmente, il 24 maggio 1722, scelsero il primo.

Il reggimento di lui fu prospero, perché tranquillo, perché la Repubblica volle mantenere la più stretta neutralità nella guerra che stava per rompere, fra l’Austria, la Francia e la Spagna, a motivo della successione al ducato di Parma; e solo pensava ad armarsi, anche per lo sospetto in cui era entrata, non fosse il Turco per franger la fede dell’ultimo trattato di Passarowitz. Quindi si occupò con ogni alacrità a fortificare diligentemente le isole del Levante, inviando abili ingegneri e provveditori nelle principali piazze, come a Corfù, a Santa Maura, al Zante, a Cefalonia e a Cerigo, dirigendone i lavori il celebre maresciallo di Schoulembòurg.

A sopperire ai gravi dispendi, il Senato apri un prestito, a cui furono invitati a concorrere i sudditi egualmente che gli stranieri; ed inoltre mandò inquisitori nella Terraferma, onde curassero la riscossione dei tributi, da coloro che erano tuttavia in difetto, abilitando i debitori di saldar le partite in derrate, mancando loro il danaro; e per questo modo il pubblico erario fu provveduto convenientemente.

Può dirsi quindi, che durante il ducato del Mocenigo, si tenne sempre il Senato vigilante affinché non venisse turbata la tranquillità; di avere usata alta politica per mantenersi in buona relazione coi principi fra loro nemici; di essere stato sollecito per tener lontani i mali che minacciavano lo Stato, e massime la peste e la carestia, che de solavano le provincie limitrofe del Levante, e particolarmente al Zante, salvata questa per opera indefessa di Marcantonio Delfino, provveditoro di qnell’ isola.

Dopo di avere il Mocenigo ducato, con senno e prudenza, dicci anni, moriva il 21 maggio 1732, ed era tumulato nel tempio dei Santi Giovanni e Paolo, nelle arche dei suoi maggiori. L’elogio che gli fu intessuto venne impresso nel!’ anno stesso, senza nome di autore e d’impressore.

A motivo della lunga pace goduta, venne, di questi anni, abbellita la città di nuove fabbriche. Nel 1723 fu ampliata e decorata la chiesa di San Bartolommeo. Nel 1725 s’ingrandì quella di San Rocco, per opera dell’architetto Giovanni Scalfarotto. Quella di Santa Maria del Rosario, detta dei Gesuati, veniva, l’anno appresso, eretta dai fondamenti, coi disegni di Giorgio Massari; il quale architetto, l’anno dopo, mura va la chiesa e l’ospizio dei Catecumeni; e nel 1728 rinnovava dai fondamenti l’altra chiesa dei Santi Ermagora e Fortunato; nel quale anno, anche la chiesa di San Giovanni in Bragora riceveva radicale restauro e nuova disposizione nell’interno. Nel 1727 veniva rinnovato il Bucintoro, con sculture operose poste ad oro, secondo l’invenzione dello scultore Antonio Corradini; e se ne ricordava l’avvenimento nell’Osella di quell’anno. A proteggere poi le arti belle, e torle possibilmente dalla prostrazione in cui erano cadute per opera dei nuovi stili introdotti in Venezia dagli stranieri, il 14 dicembre 1723, decretava il Senato l’istituzione di una pubblica Accademia di pittura, assegnando ad essa un luogo decoroso a San Moisé, prospettante il canal grande.

Notiamo, da ultimo, i casi straordinari accaduti di questi tempi; vale a dire, l’alta marea del 31 dicembre 1728, la quale inondò la città tutta quanta, recando gravissimi danni; e li due incendi che arsero, uno, il 10 febbraio 1723, nel pio luogo degli Incurabili; l’altro, il 2 dicembre 1728, nelle sale dell’arsenale; non ricordando altri cinque incendi, registrati dal Gallicciolli, perché non furono di grave momento.

Il ritratto del Mocenigo é lavoro di Antonio Balestra, e nel campo si legge questa semplice inscrizione:

ALOYSIVS MOCENIGO TER. (1)

(a) Datosi, fin da principio, alla carriera dell’armi, s’imbarcò come nobile di galea, e quindi venne promosso a governatore di galeazza, nella qual carica si trovava, nel 1690, con la flotta comandata da Girolamo Cornaro, all’acquisto della Vallona.  Poi, nel 1694, essendo capitano delle galeazze, col generalissimo Antonio Zeno, fu alla presa dell’isola di Scio, dove esercitò la carica di provveditore in campo. Ritornato in patria, nel 1698, fu eletto consigliere; poi sostenne le cariche di provveditore e savio sopra li conti. Nel 1707 fu spedito siccome provveditore generale del more; e nel 1711 eletto podestà a Brescia, vi rinunciò, ed in quella vece fu fatto consigliere del sestier dì San Polo. Nel 1713 fu nuovamente provveditore all’armata; poi senator dei Pregadi, e capitano di Padova. Affidatagli la grave missione di fissare la linea di confine nell’Albania, fra gli Stati veneti e l’impero ottomano, dopo la pace di Passarowitz, tanto si adoperò, che ottenne al suo governo maggiore spazio di territorio in confronto di quello stabilito nel trattato anzidetto. Questi ineriti gli valsero per ottenere la suprema dignità della patria, a cui giunse il 24 agosto 1722, come sopra accennammo. Il Mocenigo fu uomo di specchiata integrità e di animo veracemente reale. Non mai approfittò delle occasioni, in pace od in guerra, per conseguire anche il più onesto vantaggio, ché solca piuttosto rinunziarlo ai suoi soggetti, ai quali distribuiva persino gli emolumenti che gli assegnò la Repubblica: ed allorquando questi non erano pari ai bisogni di coloro che soccorrer voleva, vi supplì sempre, e largamente, col proprio peculio. In morir poi volle lasciare alla patria testimonianza solenne del suo amore, legandole le sue armi ed i suoi trofei di guerra, e due leoni di marmo rosso, che adornano attualmente la piccola piazzetta a fianco della Basilica Marciami, appellata appunto perciò la piazza dei Leoni.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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