L’Arte dei Tintori

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Fondamenta del Tintor, Sestiere di Castello

L’Arte dei Tintori

Non solo il mare aveva dato la ricchezza ai Veneziani, ma anche le industrie poichè prima del tredicesimo secolo l’oreficeria era in gran fiore, così l’arte del vetro, la manipolazione della cera, la tessitura della seta, della lana, dei velluti, dei tappeti, la lavorazione delle armi e delle gemme.

Tutti i panni che si lavoravano a Venezia a pelo e contropelo, a filo, gallonati, tondi, fini, erano “de mazor durada ìta et de mazor altezza et mazor braccia de bazza” di quelli delle altre parti d’Italia, anche di Genova, della Toscana, della Lombardia che, come scriveva il patrizio Marino Cavalli, ambasciatore in Francia nel 1556, “facendo stoffe di poco prezzo et minor durata, sul gusto de li franzesi che si annoivano a portare lo stesso habito troppo tempo“.

Così con il setificio e il lanificio salì in fortuna anche la tintoria che presto divenne una tra le più importanti industrie della Dominante: lo scarlato, il cremisi, il pavonazzo, e in genere quasi tutte le tinture veneziane erano rinomatissime, tanto che nel 1532 la regina di Francia ordinava a Venezia trecento rasi colorati per il suo vestimento, gli Inglesi mandavano nelle lagune a tingere i loro panni e più tardi anche l’Oriente si indirizzava alla Repubblica per le stoffe dei suoi principi e delle loro famiglie.

L’arte dei tintori era posta, d’ordine del Governo, sotto la vigilanza “de li Consoli de li Mercanti” e le leggi volevano esclusivamente riservata agli operai veneziani la tintura “in grana ossia in vermiglio dalla qual tentura ha preso il principato la pannina veneziana in tutto il mondo“. Ma specialmente fra tutte le tinture della Dominante era di fama europea lo “scarlato“, e la Signoria pubblicava il 20 aprile 1549 un suo decreto con il quale si ordinava a tutte le autorità di vegliare, osservare, indagare severamente per bandire le frodi “con tenture d’archimia et speciosi trovati“, per fare riuscire perfette le tinte.

I tintori, che si dividevano in tre classi, di sete, di fustagni, di tele si raccolsero in confraternita fin dal 1380 e avevano scuola di devozione, sotto il patrociio di Sant’Onofrio, nella chiesa di San Giovanni Grisostomo dove ebbero, pagando un canone annuale al pievano, anche alcune arche, come ricorda il Burani nel suo Giornale Solario dove riporta, dai registri di detta chiesa dell’anno 1490, una breve annotazione che ricorda come la scuola “de li tentori dovesse pagare ogni anno il zorno di missier Onofrio, quale è a di 14 zugno, ducati ventitrè per l’altare et per le arche“. Ma nel 1581 i tintori, avuta questione col pievano, si radunavano in una casa attigua al ponte “de li Servi“, sul rivo di San Marziale, e nella vicina chiesa dei Servi di Maria fecero arigere un proprio altare, ornato di un quadro rappresentante il santo patrono, opera squisita del Tintoretto che volle con quel regalo ricordare la modesta tintoria paterna, dove, oltre il soprannome, aveva tratto, fin dagli anni infantili, l’amore per i colori vivaci.

Le botteghe dei tintori erano sparse per tutta la città, ma più specialmente a Santa Maria Maggiore, a Santa Maria Mater Domini, a San Rocco, a San Giobbe, dove anche oggi alcune calli ricordano con il loro nome l’arte tintoria, e stavano quasi sempre vicino alle “chiovere e chioverette“, vasti spazi di terreno incolto, con pali e steccati da cui pendevano speciali “chiovi over chiodi” sui quali si stendevano i panni ad asciugare usciti allora dalle grandi caldaie delle tintorie. Un curioso e carissimo libro il “Plicto de l’arte de tentori che insegna tenger panni, telle, bambasi et sede” di Giovanni Ventura Rosetti, ufficiale all’Arsenale, pubblicato per la prima volta nel 1540 coi tipi di Francesco Rampazetto, insegna che il famoso rosso veneziano, il quale non illanguidì con il tempo nelle poche e sgualcite stoffe rimaste ancora a ricordo, si otteneva con una speciale ricetta che testualmente riporta: “vergino tagliato minuto, onze una e meza; argento sulimato dragme doi; lume de rocha dragme quatro; aceto onze sei; et meti tutte queste cose in una ampolla de vetro, et fa che sia ben coperta, et metila in una stagnadela de acqua a boglir per spacio de uno quarto di hora, et poi colato per feltro, et questa acqua sarà rosso mirabilissimo“.

Però i libro del Rosetti che svelava alcuni segreti del mestiere venne in quel tempo proibito e sequestrato dal governo di San Marco poichè i segreti dell’arte dovevano essere custoditi gelosamente, e soltanto la legge di volta in volta ordinava la stagione propizia per comporre le misture per lo scarlato.

E tanta fu la gelosia per questa tintura che s’inventarono perfino favole paurose per intimorire e tenere lontana dalle caldaie delle tinte, che spesso si tenevano all’aperto. la gente del volgo, alla quale si dava a credere che un fantasma bianco, o un omaccio con un cappellone, o un gigante con lanterna si aggirassero intorno alle tintorie dando il malocchio ai passanti.

Nel 1710 le tintorie sommavano ancora a più di cento, ma alla caduta della Repubblica scomparvero anch’esse come le altre industrie, e rimase solo il ricordo di quello che un giorno fu lo scarlato veneziano di fama quasi mondiale. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 9 novembre 1933.

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: .

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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