Monumento funebre con busto a Leonardo Donà, nella Chiesa di San Giorgio Maggiore
Leonardo Donà, nacque il 13 febbraio 1536, da Giambattista q. Andrea, e da una figlia di Giovanni q. Antonio Cornaro. Fino dai primi anni diede a divedere che sarebbe riuscito utile alla patria. Studiò a Bologna ed a Padova con molto successo, tanto nell’arte poetica che nella eloquenza; sicché, giunto al quinto lustro di età, fu ammesso Savio agli ordini, e nel 1569 sostenne il carico di Provveditore de Comun, coprendo il quale venne spedito ambasciatore a Filippo II di Spagna, onde interessarlo a con il legarsi con le armi cristiane contro il Turco.
Nel 1573 venne eletto Savio di Terraferma, con il carico di Savio alla scrittura; e nel seguente anno, Commissario sopra la differenza de’ confini di Ampezzo e Cadore cogli arciducali. Rimpatriato nel medesimo anno, venne destinato, con Gian Francesco Morosini, ad accogliere il re Enrico III, che portavasi a Venezia. Del 1576, avendo appena valicato l’ottavo lustro dell’età sua, fu nominato Savio del consiglio. Il dì 20 settembre dello stesso anno venne scelto, con Giovanni Gritti, ambasciatore a Rodolfo elettore dei Romani, figlio di Massimiliano; ma defunto frattanto quest’ultimo, gli fu, nel 29 ottobre seguente, dato a compagno nell’ambasceria Giovanni Micheli, sì per condolersi della morte del padre di Rodolfo, come per congratularsi della sua esaltazione al trono.
Per togliere le controversie intorno ai confini, fu spedito il 7 agosto 1580, col detto Michieli, ambasciatore a Rodolfo stesso. Del 1579-80 ebbe la prefettura di Brescia. Gli fu poi, nel 1581, delegata l’ambasceria a Gregorio XIII, e vi sostenne vigorosamente le ragioni del patriarca di Aquileia; controversia che impiegò le sollecitudini del Senato durante quasi tutto il pontificato di Gregorio, e che per la morte di questo rimase pendente. Essendo in Roma, cadde Leonardo gravemente malato, e fu vicino a morte; ma ricuperatosi tornò in patria, insignito dal papa della dignità di cavaliere.
Fu quindi eletto consigliere della città nel sestiere di San Polo, poiché abitava presso il ponte di Sant’Agostino; e coperse anche questa carica negli anni 1584 e 1586. Fu Riformatore dello studio di Padova nel 1583, magistrato che altre volte coperse, cioé nel 1594, 1598 e 1604. Asceso al soglio pontificio Sisto V nel 1585, il Donato fu uno dei quattro oratori inviati a gratularlo, e fu egli, che, come il più giovane, tenne l’orazione nel sacro collegio, con molta laude di latina eloquenza, e poté rendere quel pontefice assai propizio verso la Repubblica. Savio del consiglio nel 1606, unito ad Alvise Micheli, trattò con Federico Cornaro cardinale per togliere le differenze, a motivo della navigazione, tra il granduca di Toscana e la Repubblica; ma, per le insorte difficoltò, nulla poté allora conchiudere.
Del 1588 venne eletto uno dei quattro Provveditori generali in Terraferma; e l’anno appresso fu nuovamente mandato a Sisto V, per placare l’animo di lui esacerbato contro i Veneziani, i quali avevano riconosciuto il nuovo re di Francia Enrico IV, scomunicato. Fu eletto poi, nel 1590, ambasciatore straordinario ad Urbano VII, a Gregorio XIV, nell’anno stesso, a Innocenzo IX, nel 1591. Uno di questi pontefici, al dire del Curti (MSS. famiglie patrizie), per le benemerenze dal Donato acquistate con la santa Sede, gli offrì il vescovato di Brescia, indi la porpora cardinalizia: ma egli, rifiutando cotesti onori, rispose con le parole di Paolo, ai Corintii: Unusquisque in qua vocatione vocatus est, in ea permaneat.
Nel frattempo il 26 luglio dello stesso anno 1591, morto essendo Antonio Bragadino, fu in suo luogo Leonardo decorato della stola procuratoria de citra. L’anno seguente venne spedito oratore straordinario a Clemente VIII, concitato contro la Repubblica, perché avevo assoldato Marco Sciarra fuoruscito della Marca, per opporre un freno alle piraterie degli Uscocchi, e cercò di tranquillare il pontefice, il quale, dopo molte pretensioni e discussioni, si piegò a componimento. Nel 1593, fu nominato, con altri quattro patrizii alla scelta del luogo dove conveniva erigere una fortezza, e fu quella di Palma Nova.
A Maometto III, salito al trono ottomano nel 1595, era eletto ambasciatore Leonardo per gratularlo e per confermare l’ultimo trattato di pace; ma essendo morto, prima della di lui partenza Pasquale Cicogna, concorse al principato, con Jacopo Foscarini e Marino Grimani. Sennonché protraendosi la elezione, egli magnanimamente si ritirò dalla gara, e quindi partiva per l’ambasceria di Costantinopoli. Del 1598, con Jacopo Foscarini, Giovanni Soranzo, Paolo Paruta e Giovanni Mocenigo, fu eletto a congratularsi con Clemente VIII del suo arrivo a Ferrara.
Fu quindi, nel 1604, Provveditor generale in Terraferma, ed essendo in tale ufficio si ammalò gravemente, sicché chiese ed ottenne di rimpatriare, e, d’alloro in poi, si occupò sempre nel pubblico servigio; perorando in Senato, e trattando i negozi più difficili per modo, che né la fatica, né l’età, né la voce, né la forza del dire, e il vigor della mente e del corpo vennero in lui a mancare.
Defunto Clemente VIII nel 1605 e salito al trono pontificale Leone XI, fu spedito il Donato a gratularlo; ed era stato anche eletto ad ambasciatore a Paolo V, nello stesso anno succeduto a Leone; ma, attesa la vecchiezza, il Donato se ne dispensò.
Nel frattempo moriva il doge Marino Grimani, ed in suo luogo si eleggeva Leonardo. Tutte le parti assolse egli di ottimo principe. Nessun giorno vi ebbe, tranne per malattia, che egli non intervenisse o nel Senato, o nel Consiglio dei X, o nel Maggior Consiglio. Frequentemente parlava in Senato, e sempre con molta facondia.
Ma il peso della ducea, e il cangiato metodo di vita lo indebolirono; e non credendosi più atto a sostenerne le gravissime cure, voleva rinunziare. Ma intanto che faceva forza per superare sé stesso avvenne che nella mattina del 16 luglio 1612, dopo aver perorato in Collegio con più calore del solito, ritiratosi solo nella più interna sua stanza, preso da subito deliquio morì nello stesso giorno, nell’ età sua di anni 76, mesi 6, giorni 4.
Venne attribuita la sua morte ad un alterco avuto col fratello Nicolò, a causa del palazzo da lui fatto costruire sulle fondamente nuove, con grande spendio di denaro, del che rimproveravalo il fratello. Ma altre cose, oltre le dette, si erano congiunte da qualche tempo ad affievolirlo, e soprattutto una dimostrazione popolare contro di lui, il giorno 2 febbraio in cui si era recato quell’anno, come al solito, alla visita della chiesa di Santa Maria Formosa, quando il popolo, anziché festeggiarlo, strepitò, rinfacciandogli i meriti del suo predecessore, gridando: Viva il doge Grimani padre dei poveril Del che tanto si accorò, che si era prefisso di non voler più intervenire od alcuna processione, onde non vedendolo il popolo alla visita del Redentore, mormorò che verrà giorno in cui vorrà andar in chiesa e non potrà.
Èra il Donato di alta statura, di faccia grave e piuttosto severa, e di occhi vivaci. Ebbe taccia di avere talvolta preferiti gli arcani e le leggi della Repubblica alla religione, e di essere stato più ligio alla politica che non sarebbe convenuto. Il Morosini (Vita, p. 59) riflette, che queste erano dicerie degli invidiosi, e dei maligni, i quali, non potendo attaccare in altro quest’uomo ragguardevole, traducevano a vizio, valendosi del manto della religione, l’insigne amor suo verso lo patria.
Ma fu osservantissimo cultore della cattolica religione. Fu perfino messo fuori dal volgo che al tempo della sua morte si siano uditi degli urli e delle strida, e si sieno vedute cose spaventevoli nella sua stanza, quasi che morisse persona in podestà del demonio. Vi fu anche chi morse alquanto la maniera di vivere del Donato assai parca e ristretta. Ma non si deve ascrivere a vizio quell’aurea mediocrità di cui con decoro compiacevasi, disapprovando le smodate spese sì in pubblico che in privato.
La sua eloquenza ed il suo amore allo studio risultano dai molti scritti da lui lasciati, e che in gran parte si conservano nel pubblico archivio, ed appresso i suoi superstiti; di che si veda l’opera, non mai abbastanza lodata dell’illustre cav. Cicogna (Inscrizioni veneziane, Voi. IV, pag. 442 e scg.), dalla quale liberamente abbiamo raccolto queste notizie.
Al ritratto sopra detto del nostro doge deve aggiungersi il dipinto operato da Marco Vecellio nella Sala della Bussola, ove lo si vede prostrato dinanzi alla Madre Vergine.
Il monumento sacro allo memoria del Donato sorge sopra la port maggiore nel tempio di San Giorgio Maggiore. Si compone di quattro colonne doriche, disposte due per ciascun lato dell’urna, le quali accolgono nei due intercolunnii l’armi gentilizie del duce e i militari trofei: ne si legano fra esse quattro con l’ architrave e con il fregio, ma ricorre solo nel vano di mezzo la cornice, con tristo effetto dell’opera e contro le regole dell’arte e del gusto. L’urna s’innalza su una base recante l’inscrizione, e porta nella cima il busto dell’estinto, scolpito, da quanto pare, da Giulio Del Moro. L’ urlio poi e le colonne sono di marmo venato, ed il rimanente é di pietra istriana.
L’inscrizione accennata é la seguente:
“LEONADI DONATO VENETIARVM PRINCIPIS / OSSA EJVS IVSSV HIC CONDITA SVNT QVI / TOTIVS SVAE VITAE CVRSV SVMMA SEMPER / INTEGRITATE CONTINVISQVE LABORIBVS / TRANSACTAE NHIL CARIVS VNQVAM HABVIT / QVAM PATRIAE LIBERTATEM REIQVE PVBLICAE / DECOREM ET COMMODVM / VIXIT ANNOS LXXVI MENSES V / OBIIT ANNO DOMINI MDCXII / SVI DVCALIS REGIMINIS ANNO VI MENSE VI” (1)
(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI
FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.
















































































