Nicolò Da Ponte. Doge LXXXVII. — Anni 1578-1585

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Sala dello Scrutinio. Pietro Bellotti (attribuzione). Ritratto di Nicolò Da Ponte

Nicolò Da Ponte. Doge LXXXVII. — Anni 1578-1585. (a)

Concorrevano al ducato Jacopo Soranzo e Paolo Tiepolo, uomini, a dir vero, bene meriti della patria; ma nel mentre che compievansi gli scrutini fra gli elettori, forse per non far torto a niun di loro, venne eletto a doge, il dì 19 marzo 1578, Nicolò Da Ponte (b), che trovavasi allora luogotenente in Udine, il quale non la cedeva ai due rivali per dottrina, eloquenza, benemerenze e cospicue dignità sostenute.

Fin dal principio del suo governo la Repubblica ebbe parecchi motivi d’inquietudine all’esterno; ed innanzi tratto coi Triestini e con l’imperatore, quelli per la erezione di saline alle foci del fiume Rosanda, e questo a cagione delle perpetue scorrerie sul mare degli Uscocchi, i quali riparavano poi nel porto di Segna. Contro i primi, mosse un’armatetta a distruggere l’erette saline; a reprimere i secondi, un’altra armatetta bloccò il porto accennato di Segna, attalché in breve fu ogni cosa finita. Poi ebbe la Repubblica lunga questione con il pontefice Gregorio XIII, il quale domandava in Venezia, come altrove, il diritto di visita ai monasteri; ma anche questa bisogna fu posta a termine, inchinandosi, dopo lunghi contrasti, il Senato a permettere che la visita venisse eseguita con l’intervento di Agostino Valiero, vescovo di Verona.

Non così presto però si appianava l’altra controversia con la corte romana, mossa dalle pretese del cardinal Giovanni patriarca d’Aquileja, il quale voleva estesa la sua giurisdizione sul feudo di Tagetto nella terra di S. Vito, che il Senato dichiarava incompetente a norma del trattato conchiuso nel 1445. Il Grimani quindi si recò a Roma, e tanto fece che le cose prendevano serio aspetto, se accaduta non fosse la morte di papa Gregorio. Salito al trono pontificale Sisto V, furono tosto appianate le differenze, e per segno di grato animo verso la santa Sede, la Repubblica acquistava dai Contarini e da Vincenzo Morosini, procurator di S.Marco, eredi Gritti, per venti cinquemila ducati, il palazzo del fu doge Andrea Gritti, posto a S. Francesco della Vigna, e lo donava a residenza del nunzio apostolico.

Per alcuni casi accaduti, in cui il Consiglio dei Dieci uscì dai suoi limiti, nacque forte agitazione nel corpo del Consiglio Maggiore, onde dopo molti contrasti e divisioni di pareri, fu alfine deliberato, il 3 maggio 1583, ridurre, momentaneamente almeno, il consiglio dei Dieci ai naturali suoi limiti, tornando l’amministrazione interna ai magistrati ordinari, secondo le costituzioni fondamentali della Repubblica.

Nel frattempo avveniva che Bianca, figlia di Bartolomeo Cappello, fuggita dalla casa paterna e da Venezia, fin dalla notte 28 novembre 1563, col suo amante Pietro Bonaventuri, e sposatolo poi a Firenze, e quindi morto; per una istrana serie di casi, impalmasse Francesco dei Medici, granduca di Firenze, il quale spediva a Venezia, il 10 luglio 1579, Mario Sforza a partecipare quelle sponsalizie, avvenute il 5 giugno dell’anno antecedente, con lo scopo pur anco di far torre le pene, che il Senato aveva inflitto a Bianca fin dal tempo della sua fuga; chiedendo, per di più, che dichiarata fosse figliuola della Repubblica, come accadde in vari altri casi, tra quali in quello di Caterina Cornaro. Sebbene per lo addietro non avesse dato ascolto il Senato alle insistenti ricerche del duca Francesco, perché fosse dimenticata e la fuga di essa dalla casa paterna, e la sua evasione dallo Stato, e le altre sue colpe gravissime; questa volta parve ai padri accordare perdono alla donna traviata, decorare del titolo di cavalieri della stola d’oro Bartolomeo padre e Vittore di lei fratello, e adottare Bianca per vera figliuola della Repubblica. Senonché la storia di essa Bianca fu macchiata da fatti che la disonorarono; perciò visse in odio dei Fiorentini, cui tentato aveva di dare un erede al seggio granducale, nel figlio di una donna oscura, fatto credere per suo proprio e del duca. Mori ella a Cajano il 20 ottobre 1587, ed in Venezia fu vietato perfino il lutto per la sua morte.

Un altro fatto, degno di nota, accadeva nel 1585. Era questo la venuta a Venezia di quattro principi Giapponesi, che, andati a Roma ambasciatori al pontefice, qui passarono per vedere la città, e per complimentare e presentare di doni il doge ed il Senato. Dessi infatti furono introdotti in Collegio, ed offrirono ricche vesti ed armi, ed ottenevano in ricambio, dalla magnanimità della Repubblica, drappi d’oro, di velluto e di seta e molti lavori pregiati in cristallo (c). Per festeggiarli poi ebbe luogo una magnifica processione il dì di S. Pietro, in cui non è a dire quale e quanto fu lo sfarzo degli ori, argenti e pietre preziose che si posero in mostra, massime dalle sei scuole grandi, e delle rappresentazioni di storie sacre e simboliche, espresse da vive persone sopra carri; intorno a cui é da leggersi la descrizione che ne porge, fra gli altri, lo Stringa, nelle aggiunte alla Venezia del Sansovino (Venezia 1604, pag. 305 e seg.)

Doge Da Ponte però non poté intervenire in persona a quella solennità, vecchio e malato com’era, e tanto che pochi giorni dopo moriva, cioé il dì 30 luglio seguente, nell’età di anni 94. Antonio Longo q. Antonio ne recitò l’orazione funebre, che va alle stampe, e la sua salma veniva deposta nella chiesa di santa Maria della Carità, nello splendido monumento che egli stesso si era in morte ordinato (d).

Ducando il Da Ponte si instituì il Collegio dei Ragionati, per decreto del Consiglio dei Dieci del 1581, dal quale corpo fu prescritto di prendere gli uffiziali appellati Scontri, Quadernieri, Appuntatori ed i Ragionati tutti sì della Zecca come di ogni altra magistratura; e per decreto del Consiglio stesso si elessero, nel 1584, i tre nobili Revisori e regolatori dell’entrate pubbliche in Zecca.

Parecchie fabbriche si eressero pure di questi tempi. Senza ricordare gli ampi restauri che ottenne il Palazzo ducale a cagione dell’incendio del 1577, e la piazza di S. Marco nuovamente selciata di macigni nel 1580, rileveremo più spiccatamente le costruzioni della sala dei modelli e dell’ampia officina della corderia nell’arsenale, compiutesi nel 1578 e 1582: la scuola di S. Fantino, ora Ateneo, murata nel 1580 da Alessandro Vittoria; l’erezione, nell’anno stesso, del Seminario gregoriano pei chierici destinati all’ufficiatura della basilica ducale. L’anno seguente si riedificò la chiesa di S. Luca, e si murò la chiesa di S. Gallo. Si poneva nel 1583, per mano del doge, la prima pietra nella rifabbrica della chiesa della Croce, e se ne coniava apposita medaglia, come se ne coniava un’altra, nell’anno stesso, per il compimento del tempio votivo del SS. Redentore. Caduta poi inopinatamente la notte 11-12 settembre 1583 la chiesa dei SS. Gervasio e Protasio, l’anno dopo incominciavasi ad eriger la nuova. Finalmente, per deereto del Senato 1582, ordinavasi l’erezione delle procuratie nuove, e due anni dopo, l’architetto Vincenzo Scamozzi, dava mano al lavoro.

Un altro fatto degno di nota per la storia si è quello, che a cagione della riforma del calendario Giuliano, ordinata da papa Gregorio XIII, il giorno che seguì il 4 ottobre 1582, fu contato per il decimoquinto di quel mese, e ciò affine di poter celebrare la Pasqua secondo il decreto del concilio Niceno.

Il cartello che gira a destra del ritratto di questo doge, non reca che il solo suo nome, così:

NICOLAS DA PONTE.

Lo Stringa, continuatore del Sansovino, ed il Palazzi riportano però la seguente inserizione :

REMPUB. GRAVISSIMO AERE ALIENO LIRERATAM, AC PLVRIMIS BELLI SVBSIDIJS, ET PACIS ORNAMENTIS AVCTAM, RELIQVI.

Rintracciando il motivo per cui non più vedesi la suddetta inserizione, rilevammo, che essendosi nella sala dello Scrutinio guastati dalle pioggie, dopo la metà del secolo XVII, alcuni ritratti dei dogi, ed il quadro figurante la demolizione del castello di Margaritino, vennero rifatti, come accennammo nella illustrazione della Tavola CLXXVbis ; sicché nel rifare quei ritratti si ommise di scrivere le vecchie inscrizioni. Difatti la immagine del nostro doge, che era dipinta da Jacopo Tintoretto, giusta il Ridolfi, risulta ora di mano posteriore, e forse di quella del Bellotti, che rifece l’istoria guastatasi, come risultano di più recente pennello alcuni altri ritratti dei dogi seguenti, nei quali pure non si sono rinnovate le antiche leggende. (1)

(a) Discordano i genealogisti, come sempre, intorno all’origine della famiglia Da Ponte, alcuni volendola derivata dall’isola di Negroponte, altri da Ferrara, ed altri dalla Germania; e Luigi Grotto, nell’orazione recitata al doge Nicolò, la dice, da ultimo, venuta da Corfù. Il Malfatti poi riferisce, che essendosi estinta in Venezia nel 1217 (altri nel 1409), Fantino e Marc’Antonio Da Ponte, avendo trovato discendere da quell’antica famiglia, furono ammessi al Maggior Consiglio. Usò per arme, questa casa, uno scudo con un ponte dorato in campo azzurro. Nicolò Da Ponte poi nacque, nel 1491, da Antonio, e fin dagli anni più teneri fu portato allo studio indefesso delle lettere, sicché, passato alla università patavina, percorse, con alto successo, lo stadio di tutte le lettere e scienze, non esclusa la teologia, onde fu insignito della laurea dottorale, e compose, al dir del Cappcilari, varie opere di geometria, trn le quali quella intitolata La squadra mobile. In occasione che si raccolse a Venezia il capitolo generale dell’ordine dei frati Eremitani, il Da Ponte vi disputò le tesi proposte, con tanto plauso ed ammirazione, che fu lodato grandemente da ognuno, ed in particolare dal cardinale Egidio, preside di quella adunanza. Nel 1513 fu eletto savio agli ordini; e nel 1524 fu scelto dal Senato a pubblico lettore di filosofia, onde due anni dopo recitò l’orazione funebre a Girolamo Adorno, ambasciatore di Carlo V, morto in Venezia. Nel 1530 fu mandato governatore a Corfù, ove spense, con la sua prudenza e coraggio, le discordie insorte fra gli abitanti e la guarnigione, e rifabbricò le mura cadenti. Nel 1537 fu promosso a senatore della giunta; nel 1539 avvogadore di comun, e l’anno appresso luogotenente di Udine, cui provvide di un acquedotto. Nel 1541 venne spedito ambasciatore a Carlo V. Ritornato in patria coperse la carica di savio di Terraferma; e nel 1546 fu destinato ambasciatore a papa Paolo III, dal quale fu creato cavaliere; onore per lo innanzi non mai impartito dai pontefici agli ambasciatori veneziani. Nel 1550 era del consiglio dei X; quindi riformatore dello studio di Padova, e l’anno medesimo si pertò ambasciatore di obbedienza a papa Giulio III, assunto allora al pontificato, dal quale fu tenuto carissimo, e come uno dei suoi più intrinseci amici. Negli anni 1553 e 1554 ero savio di Terraferma e consigliere; e passò poscia, nel 1557, podestà a Padova, ove si rese benemerito per l’annona procurata in quel tempo di grande carestia, e ristaurò il palazzo di sua residenza incendiatosi, e fondò la fabbrica del Monte di Pietà. Colà essendo, gli moriva l’unico figlio, di nome Antonio, sostenendo cotal perdita con rara costanza, ed assumendo in cura del nipote Nicolò, il quale, per i meriti dell’avo, e per quelli suoi propri, veniva poi decorato della stola procuratoria de ultra, il 18 dicembre 1580. Nel 1559 era il nostro Da Ponte spedito ambasciatore a Francesco II re di Francia, per gratularsi della sua assunzione al trono; e l’anno dopo, un’altra volta recavasi a Roma amhascintor d’obbedienza nell’esultazione al pontificato di Pio IV. Convocato in Trento il concilio, venne il Da Ponte, unitamente al cavaliere Matteo Dandolo, ivi spedito siccome ambasciatore, ed introdotto il dì 25 aprile 1562, fece la sua orazione a quell’augusto consesso. Eletto nel 156O ad ambasciator d’obbedienza, con Girolamo Grimaui, Marino Cavalli e Girolamo Zane, a Pio V, nel suo avvenimento al papato, egli, il Da Ponte, si astenne da quell’incarico, sapendosi che Pio era non bene disposto a suo riguardo, per la libertà con cui parlò nel concilio di Trento (Morosini, Stor., lib. VIII). Morto Matteo Dandolo, procurator di S. Marco de ultra, fu in suo luogo eletto il Da Ponte, il 30 luglio 4570. Nel 1571 copri di nuovo il carico di riformatore dello studio di Padova, e l’anno dopo si recò, siccome ambasciatore, a gratularsi con Gregorio XIII per il suo esaltamentoal papato: presso il quale tornò nel 1573, alfine di placarlo, sdegnato per la pace conchiusa dalla Repubblica, senza sua saputa, con il Turco; e sì eloquentemente parlò, che il pontefice lo abbracciò e restituì la primiera grazia ai Veneziani (Morosini, Stor., lib. XI). Venuto, nel 1574, a Venezia Enrico III, re di Francia, fu il Da Ponte uno dei procuratori deputati dal Senato a portargli l’ombrello: e l’anno stesso, per la terza volta, sostenne il carico di riformatore dello studio di Padova. Era savio del consiglio nel 1575, e finalmente, nel 1578, venne innalzato alla suprema dignità della patria. Ordinò al Sansovino di erigere il suo palazzo a S. Maurizio, e ne fece dipinger il fronte da Giulio Cesare Procaccino. Oltre il ritratto di lui, inserito nel fregio della sala dello Scrutinio, si vede espresso, da Jacopo Tintoretto, nell’ampio quadro centrale del soppalco della sala del Maggior Consiglio, in atto di presentare il Senato a Venezia fatta persona, inciso ed illustrato alla Tavola CLXII ; e, per mano del Tiutorctto stesso é figurato anche nella sala del Collegio, orante in ginocchio davanti alla Madre Vergine, assistito da varii santi; dipinto pur questo inciso ed illustrato alla Tavola LXXXI.

(b) Sbagliò il Romanin, segnando al dì 11 marzo l’assunzione al trono del Da Ponte. Egli non pose mente che, a memorare il giorno del suo esaltamento, sacro alle glorie di S. Giuseppe, volle questo doge impressa nelle sue sette oselle (coniate durante gli anni che resse la Repubblica), l’immagine di quel Divo, cosa che rilevò si il Palazzi (Fast, ducat., pag. 234), e si il Manin (Illusi, delle Oselle, pug. 13, ediz. 1834 ).

(c) Si veda l’opera delle Inscrizioni Veneziane ( Voi. V, pag. 648 e seg. ) dell’illustre cav. Emmanuel Cicogna, che ne dà ampio ragguaglio; per cui, in riguardo ai doni offerti dai visitatori Giapponesi, é da correggersi quanto dicemmo nella illustrazione della Tavola LXVI.

(d) Il monumento che il Da Ponte ordinavasì in morte, fu commesso allo Scamozzi dal procuratore di S. Marco Marcantonio Barbaro, commissario delegato dal pubblico; e lo Scamozzi lo erigeva degno della sua fama, come dicono lo Stringa ed il Temanza. Sopra un ampio zoccolo s’innalzava un ordine composito di quattro spiccate e scanalate colonne, che formnvano tre intercolunnii. Nel centrale, sotto un arco era disposta l’urna, e sull’urna il busto del principe, scolpito da Alessandro Vittoria: negli intercolunnii di fianco erano inscritte due nicchie, che accoglievano altrettante statue lavorate da Girolamo Campagna. Un attico coronava il monumento, tutto di pietra istriana. Soppressa la chiesa della Carità, e convertita, con l’unito monastero e confraternita, nel 1807, ad Accademia di Belle Arti, fu demolito il monumento, e per quanto facesse la presidenza di quella Accademia, perché dalla famiglia del doge fosse conservato, nulla poterono le sue sollecitudini. Ma é decente stendere un velo sopra l’unico superstite di quet principe illustre; e dire soltanto che, a merito del defunto e non mai abbastanza lodato can. Giannantonio Moschini, fu salvato il busto e la inscrizione seguente, che vennero da lui posti nel chiostro di santa Maria della Salute:

NICOLAO DE PONTE PRINCIPI QVI AD REIP . ADMINISTRATIONEM PRAETER NOBILISS . SCIENTIARVM ORNAMENTA, SINGVLAREM QVOQVE SAPIENTIAM ATQ . INNOCENTIAM CVM ATTVLISSET, AMPLISS . HONORIB . AC LEGATIONIB . APVD OMNES EVROPAE PRINCIPES PRAECCLARISS . FVNCTVS, ILLISQ . POTISS . DVAB . ALTERA AD TRIDENTINVM SYNODVM, ALTERA EXACTA IAM AET . AD GREG . XIII PONT . MAX . SVSCEPTA OPT . DE PATRIA MERITVS AD PRINCIPATVM EVECTVS, REP . GRAVISS . AERE ALIENO LIBERATA VRBE PLVRIMIS BELLI SVBSIDIIS, ET PACIS ORNAMENTIS AVCTA, DECESSIT MEMORABILE SVIS CIVIBVS EXEMPLVM . — M . D . LXXXV . III . KAL . SEXTIL . — VIXIT ANNOS LXXXXIV . IN PRINCIPATV VII . MENS . IV , D . XI .

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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