Agostino Barbarigo. Doge LXXIV. Anni 1486-1501

0
343

Agostino Barbarigo. Doge LXXIV. Anni 1486-1501

Pensano i cronacisti, tra i quali il Sanudo, che a quella specie di antagonismo dimostrato da Agostino Barbarigo al morto doge suo fratello, abbia egli ottenuto di susseguirlo nel principato, il che avvenne il dì 30 agosto 1486. Contava Agostino 66 anni di età, aveva portamento venerando, augumentato dalla grande statura e dalla bianca e diffusa sua barba; amene ed insinuanti maniere. Il non breve reggimento di lui fu stadio perpetuo di fatti gravissimi, e da riguardarsi siccome epoca in cui si sono disposto le cause che influirono poi sulle sorti future della Repubblica.

E di vero, non poté egli conservare la pace come amava, e di cui avea bisogno la Repubblica dopo la disastrosa guerra di Ferrara, ché, intanto, la rottura di Ferdinando di Napoli con papa Innocenzo VIII; quella di Firenze con Genova, per lo possesso di Sarzana; Forlì, che, mosso a rivolta, tolto avea la signoria e la vita al conte Girolamo Riario; Faenza e Bologna congiuratesi a danno dei lor principi : tutte queste discordie e agitazioni mettevano la Repubblica in pensiero, né a lei valse intromettersi per condurre la pace fra il Pontefice e il re di Napoli, onde l’Italia non avesse a commuoversi in guerra feroce.

Sigismondo poi, duca d’Austria, veniva più da vicino a turbare la tranquillità della Repubblica, e ciò per gelosia degli acquisti che essa aveva fatto nel Tirolo. Quindi, da prima, egli toglieva ai Veneziani le miniere di ferro e di argento che avevano al confine, cioè in Primiero e Valsugana; poi intimò loro la guerra, confiscando, contro il gius delle genti, i depositi che, per ragion di commercio, avevano in Bolzano. Il Senato mandò tosto sue genti, comandate dal conte Giulio Cesare da Camerino, con Pietro Diedo e Girolamo Marcello, provveditori; ma si perdette Roveredo, per cui fu sostituito al comando Roberto Sanseverino; che pur esso toccava sconfitta a Rapacione, non senza però aver fatta costar cara la vittoria al nemico. E quantunque poco dopo i nostri riacquistassero Roveredo, pure in un’altra battaglia, combattutasi a Calliano, nuovamente vittoriavano gli Austriaci, morendo sul campo lo stesso capitano Roberto Sanseverino. Le gravi perdite toccate anche dagli Austriaci fecero nascere il desiderio di pace, la quale, mediante la interposizione del Papa e dell’Imperatore, veniva finalmente conchiusa il dì 13 novembre 1487, con la restituzione del mal tolto e delle terre alla Repubblica.

Si era intanto maturato il disegno preconcetto dalla Repubblica di possedere il regno di Cipro, che a Caterina Cornaro contrastava internamente, per segrete mene, la regina Carlotta, esternamente gli insidiosi Ottomani; per cui, persuasa da Giorgio Cornaro, di lei fratello, veniva essa nella deliberazione di cedere quel regno alla Repubblica, e di ritirarsi nella sua madre patria. Tale rinunzia, siccome fatto di alto rilievo, veniva espressa a chiaro-scuro nel soppalco della sala del Maggior Consiglio, per opera di Leonardo Corona, incisa nella Tavola CLXIV, alla cui illustrazione rimettiamo il lettore.

Il possedimento di Cipro, di Veglia nel Quarnaro, di Nasso e di Paros nell’Arcipelago, accaduto intorno a questi tempi, non paragonavano gli importanti avvenimenti che nell’Occidente si andavano succedendo, le cui conseguenze non dovevano tardar molto a recare grave danno agli interessi ed alla potenza della Repubblica. Le scoperte delle Canarie e dell’America, i viaggi dei Portoghesi e degli Spagnoli, poi la scoperta del Capo di Buona Speranza, preparavano sensibile minoramento al commercio ed alla navigazione, e quindi all’affluire delle ricchezze in Venezia. Ai quali fatti non pose mente la Repubblica, occupata allora in perpetuo sospetto delle cose d’Italia, e massime degli apparecchiamenti di Carlo VIII di Francia alla impresa del regno di Napoli. Per la qual cosa conchiudeva la Repubblica una lega col Papa e il duca di Milano, pubblicatasi il dì 25 aprile 1493, e della quale dava parte ai re di Francia e di Napoli, assicurando quest’ultimo, nessun pericolo minacciare da tale confederazione ai suoi Stati. Ma tanto si avvilupparono poi le cose, massime allora che il re di Francia, venuto in Italia, preso aveva il castello di Fivisana, conseguito molte terre e fortezze della Toscana, entrato in Firenze, e poscia in Roma, e quindi in Napoli; per cui si formò una nuova Lega affine di aiutare Ferdinando al ricupero del perduto suo regno di Napoli. Alcuni dei fatti allora accaduti si potranno leggere nella illustrazione della Tavola CXLVIII, recante il soffitto della sala del Maggior Consiglio, ove fu espresso, a chiaro-scuro, da Antonio Vassilachi detto l’Aliense, Bernardo Contarini, che offresi di uccidere Lodovico Sforza, duca di Milano, il quale fellonescamente impediva il passo all’armata veneta.

Frattanto la flotta veneta, comandata da Antonio Grimani, unita alla spagnola, riacquistava gran parte del regno di Napoli; e l’esercito del re Carlo sconfitto al Taro, e l’assedio posto a Novara, tenuta dai Francesi, fecero che gli animi inclinassero a pace. Convenuti pertanto, in un luogo tra Volgari e Camarino, i deputati a trattarla, i Veneziani volevano che prima d’ogni cosa fosse restituita Novara, poi che re Carlo dovesse rimettere in arbitri le sue pretensioni su Napoli, e contentarsi di una ricognizione adeguata per parte del re Ferdinando. Ma il duca di Milano si mostrava assai più pieghevole, mosso eziandio dal timore di una calata di Svizzeri; sicché trattò da sé, ed, ottenuta la cessione di Novara, segnò pace separata, lasciando però luogo ai Veneziani di aderirvi, e per la quale stabiliva, tra le altre cose, che il re conserverebbe in Genova il diritto di farvi costruire sue navi; il duca darebbe il passo alle sue genti che andassero alla conquista di Napoli e le aiuterebbe di alcuni navigli; non potessero i Veneziani soccorrere quel regno, e facendolo, se Carlo volesse far loro guerra, Lodovico l’aiuterebbe.

Domandò la Repubblica di conoscere i patti di questa pace da essa ignorati; e poi ché si trovava a mal partito, spogliata d’uomini e danaro dati in soccorso al duca stesso di Milano, per allora dissimulò la mala fede di lui, contenta intanto che re Carlo partisse dall’Italia: la quale però, da questa venuta di Francesi, fu desolata dal morbo gallico manifestatosi allora. Rifiutò poi il Senato d’aderire alla pace, allorché seppe che doveva Venezia astenersi dal porger soccorso al re di Napoli; ed anzi si dichiarò in favore di lui, segnando seco, il dì 21 gennajo 1496, un trattato, col quale si obbligava di dargli nomini e danaro, ricevendo da Ferdinando, siccome cauzione, Brindisi, Otranto e Trani con le loro fortezze e giurisdizioni.

Sennonché, più e più sempre avviluppandosi le cose in Italia, ora per le discordie che agitavano Firenze, Siena, Pisa e Lucca; ora per le continue mutazioni nell’animo del duca di Milano; e quando per i torbidi suscitati per le usurpazioni del duca Valentino, figlio del pontefice Alessandro VI; e quando, da ultimo, per lo timore di una calata in Italia dell’armi franche; la Repubblica, trovandosi perpetuamente nelle incertezze e difficoltà, stabiliva nuova lega con Milano, col Papa, con la Spagna e con l’Imperatore, a cui aderì anche Enrico VII d’Inghilterra.

Moriva frattanto, il dì 5 ottobre 4490, re Ferdinando di Napoli, e le turbolenze agitavano quel regno, per le quali venne Taranto a devozione della Repubblica. Né moti minori accadevano per ogni parte d’ Italia, nei quali tutti, più o meno, prendendo parte i Veneziani, onde veder modo di ricondurla a quiete, si trovavano questi aggravati oltre ogni dire di debiti, senza speranza sicura di ottenere il loro intento. Moriva pure re Carlo, e la sua morte induceva il duca di Milano a favorire i Fiorentini, negando il passaggio per Pisa agli stradioti veneziani, ed intimando perfino alla Repubblica, non dovesse ingerirsi nelle cose di quella città. Allora il Senato si rivolgeva al nuovo re di Francia Luigi XII, stabilendo seco lui, il dì 15 aprile 1499, una lega per la comune difesa, contro chiunque si fosse, tranne il Papa. Luigi adunque, cui stava a cuore il possedimento del ducato di Milano, spediva truppe in Italia, e la Repubblica faceva muovere le sue verso il Cremonese, acquistando varie terre; sicché Lodovico il Moro, spaventato e smarrito d’ogni consiglio, non sapeva che risolvere, finché, sollevatasi Milano, fuggiva egli in Germania, e le milizie del re Luigi entravano a prenderne il possesso. Dal canto loro i Veneziani ottenevano, il dì 10 settembre 1499, la città di Cremona.

L’orgoglio però dei Francesi, i loro duri trattamenti verso i popoli, l’aspro governo del Trivulzio, lasciato da Luigi a reggere la città, inacerbirono gli animi, onde Lodovico il Moro, aiutato dall’imperatore Massimiliano, discese con buon nerbo di Svizzeri e di Borgognoni, e per il favore anche dei popoli ricuperava il suo Stato, entrando in Milano al principio del febbraio 1500; perdendolo poi tre mesi appresso a Novara, ove fu assediato e fatto cattivo dalle nuove genti mandate da Francia.

Ma senza immorar più sulle guerre combattutesi allora in Italia, principalmente pel contrastato possedimento del regno di Napoli, diremo adesso di quella che mosse il Turco a Venezia.

Dopo la pace rinnovata con Bajazette II, nel 1494, era sperabile che all’ombra di questa fossero sicuri i mari e le coste, ma i pirati turchi, non stretti ad alcun obbligo, rapinavano gli abitanti rendendoli schiavi, lungo le spiagge della Dalmazia e dell’Istria; né osavano i Veneziani vigorosamente reprimerli per timore di una rottura colla Porta. Pur finalmente, vedendo che non vi era modo a frenare quelle violenze e le formidabili forze che preparava il Turco, senza conoscerne lo scopo, metteva in necessità la Repubblica di ordinare ad Andrea Loredano, provveditore a Corfù, di vegliare alla difesa di quell’isola, di comandare ad Antonio Grimani, eletto generale della flotta, che uscisse in mare per tener dietro alle mosse dell’oste infedele; nel mentre che si dava tutta cura a ragranellare per ogni dove danaro, onde sostenere le ingenti spese a cui andava incontro nella guerra minacciata.

Era giunto il Grimani a Modone, quando il dì 22 luglio 1499, la flotta turca, uscita dal porto, si dirigeva alla volta di Napoli di Romania, e le sue genti di terra piantavano il campo a quattro giornate da Lepanto, in un luogo appellato Vardari. Allora il Grimani sciolse, e venuto a Sapienza con la flotta, composta di centodieci vele, si preparava ad incontrar il nemico, forte di duecentosessantasette legni. Dopo avere volteggiato alquanto, tenendosi ambedue a certa distanza l’una dall’altra, la flotta turca andò a trincerarsi a Portolungo, dietro la Sapienza; e la veneziana tornò a Modone per sorgere a Sapienza stessa, aspettando che il nemico uscisse fuori ed allora investirlo, se si offrisse favorevole evento. Era il 12 agosto, ed il vento spirava propizio alla flotta veneta per attaccar la nemica, per cui scioglieva il Grimani veleggiando verso Porto, lungo; e quindi s’incagliava battaglia terribile, orrenda, nel furore della quale, appiccatosi il fuoco ad una grossa nave dei Turchi, questa lo apprese a due veneziane, comandate da Albano Armerio e da Andrea Loredano, accorso spontaneamente da Corfù ad assistere i suoi. Sì quella che queste perivano, salvandosi da morte il Loredano soltanto, che rimase però cattivo. Intorno alla perdita poi dell’Armeno si venga l’illustrazione della Tavola CXLVIII, che reca l’incisione del soppalco della sala del Maggior Consiglio, ove Francesco Montemezzano, in uno dei comparti a chiaroscuro, espresse il fine di quell’illustre, però in modo contrario alla storia. Da questa battaglia uscirono perdenti i Veneziani, e la cagione fu attribuita al Grimani, accusato di codardia. E di codardo eziandio ebbe la taccia nella seconda battaglia accaduta nel susseguente di 25 agosto, nella quale perirono ottocento uomini e si perdettero nove legni, secondo narra il Malipiero.

Tali sconfitte recarono grave dolore al Senato ed alla città tutta; sicché, eletto Melchiorre Trevisano a nuovo generale, fu ordinato che si traesse in ferri a Venezia il Grimani, onde sottoporlo a processo. Il quale finì con il confinarlo nelle isole di Cherso ed Ossaro nella Dalmazia.

Conseguenza di tanta sciagura fu la perdita di Lepanto, di Modone, Corone, Zonchio e Navarino, e l’accresciuto ardire dei Turchi, i quali correvano di nuovo il Friuli. A por riparo a sì gravi mali tentava Venezia di venire a pace od a tregua con il Turco, a cui spediva, il dì 27 ottobre 1499, Alvise Manetti, con l’incarico di entrare in pratiche, usando però grande cautela, a cagione dei maneggi che in pari tempo facevansi appo le corti d’Europa, per conchiudere una lega generale. Ma riuscivano vani i negoziati, sicché convenne pensare nuovamente alla guerra. Laonde operava la Repubblica a tutto potere per stringere alleanza coi re d’Ungheria, di Francia e di Portogallo; ma a nulla condussero gli studiati maneggi, e solo la Spagna univa la sua flotta, comandata da D. Consalvo di Cordova, a quella dei Veneziani, retta da Benedetto Pesaro.

Debole compenso alle toccate sconfitte fu l’acquisto di Cefalonia, operato dalle accennate due flotte; ma rialzaronsi le speranze, dalla lega finalmente conchiusa, il dì 13 maggio 1501, col re d’Ungheria e col Papa. Gli effetti della quale non poté vedere doge Agostino, ché moriva il dì 20 settembre dell’anno stesso, e veniva lodato da Domenico Veniero, e tumulato nella chiesa della Carila, presso il doge fratello.

Al suo tempo s’instituirono nuovi magistrati, accaddero nell’interno vani l’atti degni di nota, e si eressero fabbriche cospicue, onde si abbellì grandemente la città. E in quanto riguarda ai nuovi magistrati, ci ricorre prima, nel 1492, la instituzionc della Quarantia civil nuova, alla quale, per sollievo della Quarantia vecchia, fu demandato giudicare le controversie della Terraferma e di altri luoghi dello Stato. Poscia, nel 1499, furono ereati gli Auditori novissimi, per ascoltare le appellazioni dalle sentenze delle cause dei minori; e nell’anno stesso venne instituito provvisoriamente il Magistrato dell’armar, ossia armamento, preposto alle cose marittime; magistrato, che, in seguito, per la riconosciuta sua necessità, divenne permanente. Fra i casi successi di maggior rilievo notiamo la peste che irruppe, nel 1498, per cui si sospese la fiera dell’Ascensione: le grandi nevicate e ghiacci degli anni 1486 e 1490, la prima delle quali durò un mese, sicché le viti tutte morirono, e, gelatasi la laguna, venivano da Marghera a Venezia genti a cavallo, e il podestà di Mestre giunse tirato sur un carro fino all’isola di San Secondo. La seconda non fu da meno, e così il ghiaccio, narrando il Bembo che gli stratioti giostrarono in canal grande. Una saetta, nel 1489, arse la cima del campanile di San Marco; e, nel 1487, incendiò, per la seconda il volta, monastero delle Vergini. Altra curiosità degna a sapersi é, che venuta a Venezia, nel 1493, Beatrice d’Este, moglie di Lodovico Sforza duca di Milano, per festeggiarla diedesi una sontuosa regata, nella quale, per la prima volta, si disputarono il premio le donne, siccome riferiscono il Sahcllico e il Bembo. Accenneremo, da ultimo, le fondazioni di chiese e le fabbriche che ebbero luogo e che si murarono di questi tempi. Nel 1488 si fondò la chiesa e il monastero dei Santi Rocco e Margherita: l’anno appresso si rifece l’altra chiesa di San Rocco; e si rifabbricò la chiesa, già incendiata, di San Giovanni Crisostomo. Nel 1492, ebbe luogo 1’altra rifabbrica della chiesa di Santa Maria Formosa ; nel 1493 fondossi il monastero e la chiesa del Santo Sepolero, e l’anno dopo si murò quella dei Gesuati. Fondavasi anche, nel 1497, il monastero di Santa Maria Maggiore; muravasi, I’anno appresso, la scuola della Misericordia, e nel 1500 rifabbricavasi la chiesa di Santa Giustina e la maggior cappella del Santissimo Salvatore. Pubblici monumenti cospicui non pure si eressero. Tali sono la torre dell’Orologio, innalzata nel 1496, e nel 1500 le fabbriche che la fiancheggiano: finalmente, nel 1496, gettavasi la statua equestre del generale Coleoni. Dall’accenno che si é fatto di tutte queste opere, ben si vede quanta fosse stata l’operosità dei Veneziani, di in mezzo a tempi difficilissimi, e come la città contasse architetti distinti, tra i quali Antonio Rizzo, la famiglia dei Lombardi, Mastro Buono, Moro Lombardo, Giorgio Spavento, Sebastiano da Lugano.

Il cartellino che circonda il ritratto del nostro doge ha questa inserizione, che di versifica da quella riportata dal Sansovino e dal Palazzi, che, in luogo di finire con la parola acerriimis, dopo conservator, aggiunge, quum nullos in libera civitate titulos, praeter civium meorurn benevolentiam, quod est veri principis officium, respexerim:

RHETICO BELLO CONFECTO, CYPRVM RECEPI, FERDINANDVMQVE IVNIOREM IN NEAPOLITANUM REGNVM
RESTITVI, HINC MARITIMIS APVLIAE OPPIDIS, CREMONA INDE ABDVANAQVE GLAREA IMPERIO
ADIECTIS, PVBLICAE TRANQVILLITATIS CONSERVATOR ACERRIMVS. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

Print Friendly, PDF & Email

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

SHARE

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.